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- Storia della "cat lady"
- Chi è Sandy Lerner
- La "collezione di gatti"
- L'asta dei gatti di Sandy
- Il percorso tortuoso della "gattara"
- La storia dei gatti giapponesi porta fortuna
Prima di Taylor Swift, fotografata per anni con Olivia Benson e Meredith Grey, e prima che Lupita Nyong’o trasformasse il suo rapporto con il gatto Yoyo in una piccola storia d’amore pubblica più longeva della tresca con Joshua Jackson, c’erano già state molte gattare famose. Vivien Leigh aveva un debole per i siamesi; le sorelle Brontë condividevano, oltre alla scrittura, una certa devozione per i gatti; Florence Nightingale, fondatrice dell’infermieristica moderna, ne ebbe più di sessanta nel corso della vita, pare fino a diciassette contemporaneamente. Clara Barton, fondatrice della Croce Rossa americana, durante la Guerra civile ricevette persino un gattino in regalo dal senatore Schuyler Colfax come ringraziamento per il lavoro che le era valso il soprannome di “Angel of the Battlefield”.
Storia della "cat lady"
La cat lady, insomma, esisteva molto prima che Internet le desse un nome e trasformasse una figura a lungo derisa in un’identità da rivendicare, prima delle riviste specializzate e delle cianfrusaglie con baffi e orecchie, e per buona parte della sua storia non è stata esattamente un personaggio al quale aspirare. Nell’immaginario popolare era una donna sola, possibilmente eccentrica, circondata da un numero di animali inversamente proporzionale a quello degli esseri umani disposti a farle compagnia. Il gatto, indipendente, domestico ma mai del tutto addomesticato, contribuiva alla caricatura: anche la donna che ne preferiva la compagnia a quella di un marito o semplicemente del mondo esterno finiva per apparire altrettanto refrattaria alle regole della vita domestica.
Chi è Sandy Lerner
Sandy Lerner appartiene a una versione decisamente più sofisticata della categoria. Nata nel 1955 in California, è stata cofondatrice di Cisco Systems, dove contribuì allo sviluppo delle tecnologie di routing alla base della prima espansione di Internet, e in seguito fondatrice di Urban Decay, il marchio di cosmetici nato con l’intenzione di rendere il trucco meno convenzionale. Negli anni Lerner si è dedicata anche all’agricoltura e alla filantropia, investendo una parte considerevole delle proprie energie nella conservazione del patrimonio culturale. Per il suo lavoro a Chawton House, in Inghilterra, ha ricevuto nel 2015 l’Order of the British Empire, un’onorificenza conferita dalla monarchia britannica per meriti nel campo della conservazione e della cultura. La sua Chawton House, storica dimora legata alla famiglia di Jane Austen, è oggi un centro di ricerca e un’importante biblioteca dedicata alla letteratura scritta da donne prima del 1830.
La "collezione di gatti"
In una biografia già piuttosto difficile da riassumere, però, c’è una passione che ha finito per occupare più spazio delle altre. Per oltre quarant’anni Lerner ha comprato gatti, ma non quelli veri. Dipinti di gatti, sculture di gatti, gioielli a forma di gatto, porcellane, libri, piccoli oggetti decorativi e testimonianze feline provenienti da epoche e continenti diversi, fino a costruire quella che la casa d’aste Bonhams considera una delle più importanti collezioni private al mondo dedicate alla rappresentazione del gatto. Lerner li chiama caticons, crasi perfetta tra cat e icons, e nel 2017 ha dedicato alla sua ossessione un libro di storia dell’arte, Caticons: 4,000 Years of Art Imitating Cats.
Lerner ha raccontato di aver cominciato a raccogliere oggetti felini perché il marito di allora, Leonard Bosack, con cui pochi anni dopo avrebbe fondato Cisco Systems, era fortemente allergico e lei era stata, come dice, «costretta a vivere senza gatti». Invece di rinunciare completamente ai gatti, ha trovato un modo molto dispendioso – e forse molto da gattara – per aggirare il problema, ovvero riempire la casa delle loro infinite reincarnazioni.
L'asta dei gatti di Sandy
Tra settembre e ottobre Bonhams metterà all’asta quasi mille lotti provenienti dalla collezione e da Ayrshire Farm, la grande tenuta di Lerner a Upperville, in Virginia. Non saranno tutti gatti, ma due delle quattro vendite saranno dedicate proprio ai caticons. La prima, dal vivo a New York il 30 settembre, comprenderà 66 opere, gioielli e oggetti; la seconda si svolgerà online dal 22 settembre al primo ottobre. Le altre due aste, previste in ottobre in Massachusetts, disperderanno invece il resto degli arredi e delle opere provenienti dalla tenuta.
La lista comprende Chat et Chaton e Chaton di Léonard Tsuguharu Foujita, stimati tra i 30.000 e i 50.000 dollari ciascuno; una Tête de Chat di Diego Giacometti, tra i 20.000 e i 30.000; Visages et grenades di Henri Matisse, tra i 10.000 e i 15.000. Compaiono anche Manet, Botero, Rembrandt Bugatti, Théophile-Alexandre Steinlen e Henriette Ronner-Knip. Poi, naturalmente, arrivano i gioielli a tema, come la lunga collana con gatti in giadeite lavanda e diamanti e la spilla-pendente di Tiffany & Co. raffigurante il muso di un gatto in oro. Ci sono anche oggetti asiatici molto più antichi, come una tabacchiera cinese in giada bianca a forma di gatto della dinastia Qing, valutata fino a 40.000 dollari, e un gatto in porcellana decorato di rosso.
Presi uno alla volta possono sembrare eccentricità; messi insieme raccontano una passione lunga quattromila anni, durante i quali gli esseri umani hanno continuato a guardare lo stesso animale e a trasformare le sue magiche sembianze in amuleto, ornamento, ritratto, gioiello, soprammobile e opera d’arte. La collezione di Lerner finisce così per assomigliare meno al risultato di un’ossessione privata che a un gigantesco archivio di una relazione sentimentale tra due specie. Lerner dice di avere scelto personalmente ogni oggetto, che ciascuno aveva trovato il proprio posto, e ora devono essere “rehomed”, trovare una nuova casa, presso qualcuno disposto ad amarli e rispettarli.
È una parola normalmente usata nei gattili quando si affida un animale a una nuova famiglia, non quando si vende un Matisse, ed è proprio qui che Lerner rivendica, consapevolmente o meno, quell’aspetto della gattara che passa sempre in secondo piano, offuscato dall’eccentricità, quel rifiuto di stabilire con troppa precisione quali affetti siano abbastanza seri da meritare il nostro tempo e il nostro denaro. Del resto, Emily Brontë aveva già intuito il problema quando, in un saggio intitolato Le Chat, difendeva i gatti dall’accusa di essere egoisti e crudeli, sostenendo che la loro indole non fosse poi così diversa da quella degli esseri umani e che, a ben vedere, nella loro orgogliosa autosufficienza ci fosse qualcosa di preferibile alla nostra ipocrisia.
