La scuola delle certificazioni: quando la fragilità diventa sistema

Sette bambini su dieci inviati a effettuare accertamenti per possibili disturbi dell’apprendimento o del comportamento. È accaduto in una scuola elementare tra le province di Venezia e Padova. Secondo quanto riportato dalla stampa, le insegnanti avrebbero segnalato alle famiglie presunte difficoltà riconducibili a dislessia, discalculia, ADHD, disturbo oppositivo provocatorio e altre problematiche cognitive o comportamentali. Una percentuale impressionante: il 70% della classe.

La vicenda è diventata ancora più grave quando almeno uno dei bambini segnalati, sottoposto agli accertamenti dell’Usl, è risultato perfettamente nella norma: lettura, comprensione, ortografia, capacità di calcolo, velocità esecutiva. Nessuna anomalia. Nessuna lacuna. Nessuna delle criticità indicate dalle docenti.

Nel frattempo, secondo le testimonianze dei genitori, in classe si sarebbe creato un clima pesantissimo: bambini in ansia, alunni che piangono prima di entrare a scuola, altri che chiedono di restare a casa. Un padre racconta che durante l’assenza di un compagno, impegnato nei controlli clinici, l’insegnante avrebbe chiesto agli altri bambini di parlare del suo comportamento davanti alla classe, fino a provocare pianti e disagio generale. Sono intervenuti gli ispettori dell’Ufficio scolastico regionale. E già questo dovrebbe bastare a far capire la gravità della situazione.

Ma c’è un dettaglio che inquieta più di tutti. La classe coinvolta conta appena dieci alunni ed è quindi esposta al rischio di accorpamento. Tra i genitori si è insinuato un sospetto terribile: che la moltiplicazione delle certificazioni potesse servire, direttamente o indirettamente, a “blindare” la sezione.

Se anche solo questa ipotesi sfiorasse la verità, ci troveremmo davanti a qualcosa di devastante sul piano educativo ed etico: il bambino cesserebbe di essere persona per diventare funzione amministrativa, la fragilità verrebbe trasformata in strumento burocratico, e il disagio sarebbe utilizzato per difendere un assetto scolastico.

Eppure sarebbe altresì troppo semplice limitarsi a indignarsi contro quella singola maestra o quella singola scuola. Il caso veneto, infatti, porta alla luce un problema molto più grande e molto più profondo che attraversa ormai tutta la scuola italiana.

Da anni stiamo assistendo a una crescita impressionante delle certificazioni. Nelle prime liceo non è raro trovare sei, sette, persino otto certificazioni su venti studenti. BES, DSA, PDP, dispense, strumenti compensativi: sigle nate per tutelare diritti sacrosanti sono entrate stabilmente nel linguaggio quotidiano della scuola. E molte di queste certificazioni sono necessarie. Esistono ragazzi che, senza strumenti adeguati, farebbero davvero fatica a portare avanti il loro percorso. Per decenni studenti dislessici o con difficoltà reali sono stati considerati svogliati, distratti, incapaci. La cultura pedagogica degli ultimi anni ha avuto il grande merito di restituire dignità a tante fragilità autentiche. Il problema nasce quando il confine tra tutela e deresponsabilizzazione diventa confuso. Negli anni Novanta e Duemila la Psicologia dell’Età evolutiva ha insegnato alla scuola, giustamente, a non umiliare il ragazzo in difficoltà. Ma progressivamente si è diffusa anche un’altra idea: che il compito principale dell’educazione sia eliminare la fatica.

E qui forse abbiamo sbagliato strada.

Perché compensare non significa togliere l’ostacolo. Significa fornire strumenti per affrontarlo. Se un ragazzo fatica a leggere, la domanda educativa non può diventare automaticamente: “Come facciamo a farlo leggere di meno?”. Dovrebbe essere anche: “Come lo aiutiamo a leggere meglio?”.

È una domanda scomoda, quasi provocatoria: se non riesco a leggere bene, miglioro leggendo meno o leggendo di più? La risposta mi sembra ovvia.

Potrei riportare mille esempi, e nella tutela della privacy dei miei alunni ed ex alunni, citerò il mio personale. Frequentavo le scuole elementari negli Anni Settanta, una piccola scuola di suore del centro di Milano. La mia maestra si chiamava Madre Metildis, ed era tenera tanto quanto il suo nome! Ora sono una docente di Lettere, ma allora ero una bambina che nei dettati prendeva dei voti terribili: pagine e pagine segnate di rosso. La mia tata, ogni pomeriggio, dopo pranzo, mi dettava una paginetta. E così, pomeriggio dopo pomeriggio, errore dopo errore, sono arrivata alla fine della quinta elementare che il problema ortografia era risolto. Mi chiedo: oggi sarebbe possibile qualcosa del genere? Chi più ha tempo di fermarsi sulle e dentro le cose? Mi sembra che i nostri piccoli tra lezioni di chitarra, di judo, di catechismo, nuoto, pallavolo, violino abbiano i pomeriggi più che occupati, il tempo sufficiente per crescere dei giovani già stressati. Magari un corso in meno e un’ora in più per capire e fermarsi su ciò che non va sarebbero utili.

Naturalmente nessuno pensa che basti la buona volontà. Esistono disturbi veri, seri, scientemente riconosciuti. Ma una scuola che riduce sistematicamente l’esposizione alla difficoltà rischia di produrre fragilità invece che autonomia. E lo stesso una famiglia.

Ed è qui che il pensiero di Massimo Recalcati può aiutare a comprendere ciò che sta accadendo: il problema educativo contemporaneo non è più l’eccesso di autorità, come avveniva in passato, ma la sua “evaporazione”. I ragazzi non hanno bisogno di adulti che eliminino ogni ostacolo o si limitino a proteggerli dal fallimento. Hanno bisogno di adulti autorevoli, capaci di indicare un limite e insieme di accompagnarli dentro quel limite. Forse il nodo è proprio questo: oggi abbiamo paura della frustrazione. Temiamo che ogni fatica ferisca l’autostima, che ogni richiesta venga percepita come violenza, che ogni insuccesso lasci un trauma permanente. Così, lentamente, il confine tra comprensione e deresponsabilizzazione si è assottigliato. Di questo hanno paura soprattutto i genitori, che vorrebbero tutti un figlio “perfetto”, da dieci e lode, il quale possibilmente possa essere privato di qualsiasi forma di fatica e sofferenza.

Eppure educare non significa evitare le difficoltà, dovrebbe voler dire aiutare qualcuno ad attraversarle.

Sono passati quasi centoquarant’anni dal maestro Perboni del libro Cuore di Edmondo De Amicis. Certo, quella figura appartiene a un’altra epoca e a un’altra idea di scuola. Eppure qualcosa continua a insegnarci. Quel maestro rappresentava l’idea che educare fosse prima di tutto una responsabilità etica verso i più piccoli.

Dove sono finiti quei maestri che mettevano davanti a loro stessi, davanti a ogni cosa, tutto il bene dei loro alunni? Forse esistono ancora. Probabilmente sono la maggioranza silenziosa delle nostre scuole. Non roviniamo il loro lavoro, interroghiamoci quando qualcosa si spezza. La scuola non può diventare il luogo in cui ogni difficoltà viene immediatamente medicalizzata, non può trasformare i bambini in diagnosi, non può educare ragazzi convinti che la fragilità coincida con la propria identità.

La vera inclusione consiste nel mettere uno studente nelle condizioni di scoprire che può farcela. Quanti miracoli possono fare una parola o un voto gratificanti!

Educare significa certamente comprendere, ma significa anche chiedere, e accompagnare i nostri bambini e i nostri ragazzi dentro la fatica, senza lasciarli soli.

Forse la domanda vera è questa: stiamo formando ragazzi più consapevoli delle proprie possibilità o ragazzi sempre più convinti di non poter affrontare il limite? La risposta riguarda tutti: insegnanti, genitori, psicologi, dirigenti scolastici. E riguarda soprattutto i nostri alunni, che hanno bisogno di adulti capaci insieme di proteggere, ma anche di chiedere che ciascun bambino e futuro adulto possa crescere dentro quel limite, magari abbracciandolo.