Il match di primo turno delle qualificazioni contro l'azzurra Lucia Bronzetti era durato appena 17 minuti. Secondo l'organizzazione dello Slam newyorkese, la giocatrice argentina era perfettamente consapevole delle sue precarie condizioni fisiche già prima di fare il suo ingresso in campo. La sua presenza è stata quindi giudicata come un puro atto formale, finalizzato esclusivamente a incassare il "gettone di presenza"
ascolta articolo
Sceglici su:
Diciassette minuti in campo, appena il tempo di subire un parziale di 5-0, prima di alzare bandiera bianca. Il match di primo turno delle qualificazioni dell’ultimo Us Open tra la 19enne argentina Luisina Giovannini e l'azzurra Lucia Bronzetti si è trasformato in un caso politico che ha riacceso i riflettori sulle questioni etiche nel tennis professionistico. La United States Tennis Association (USTA) ha infatti inflitto alla giovane tennista sudamericana una pesantissima sanzione economica per violazione della norma sul massimo impegno.
Il caso e la sanzione inflitta all'argentina
Secondo l'organizzazione dello Slam newyorkese, la giocatrice argentina era perfettamente consapevole delle sue precarie condizioni fisiche già prima di fare il suo ingresso in campo. La sua presenza è stata quindi giudicata come un puro atto formale, finalizzato esclusivamente a incassare il "gettone di presenza" previsto per il primo turno, pari a circa 32mila dollari (circa 27.500 euro). Ritenendo che non siano stati rispettati gli standard competitivi minimi richiesti da un torneo del Grande Slam, i dirigenti americani hanno applicato la linea della fermezza. La scure della USTA si è abbattuta sul montepremi della Giovannini con una multa di 20mila dollari (poco più di 17mila euro), decurtando di fatto il 60% dell'assegno originario. Al netto delle tasse e delle trattenute fiscali, il guadagno effettivo della tennista è stato quasi azzerato, trasformando la trasferta americana in un bilancio in totale pareggio.
La piaga dei ritiri tattici
Il provvedimento contro l'argentina si inserisce in una più ampia e costante battaglia che gli organizzatori dei Major stanno conducendo contro i cosiddetti "ritiri tattici". Negli ultimi anni, la crescita esponenziale dei montepremi nei primi turni ha spinto molti atleti di seconda fascia – stretti dalla morsa di spese di trasferta sempre più ingenti – a scendere in campo anche in condizioni fisiche precarie pur di autofinanziarsi la stagione. La decisione della USTA lancia un messaggio categorico a tutto il circuito: l'accesso ai ricchi assegni degli Slam non può prescindere dal rispetto del pubblico, degli avversari e della dignità dello sport.