«Statemi vicino. Mille di qua e mille di là, perché io sono molto emozionato dopo mesi e mesi che non canto. E questa forse sarà l’ultima volta perché per altrettanti mesi non potrò cantare». La voce soffocata in gola, lo sgabello come baluardo di ogni possibile indecisione di passo, i jeans e la camicia da eterno ragazzo che sogna. Roberto Vecchioni regala al suo pubblico una serata speciale, irripetibile, che a tratti sembra avere il sapore struggente di un addio alle scene.
Ma il professore, si sa, ama la vita e le sfide: «Per me questa è una bellissima serata, non ci avrei rinunciato per niente al mondo perché quando sarei dovuto venire qui un po’ di tempo fa ero in ospedale, con un tubo dentro la gola. E oggi che sono ancora convalescente ma anche tosto ho rimediato alla mia colpa tornando da voi».
IL RACCONTO
Eccolo finalmente a Roma per un concerto a lungo sospirato perché lo scorso marzo, quando il Teatro Brancaccio era pronto ad accoglierlo con l’ennesimo sold out in oltre 55 anni di musica, il Professore aveva dovuto annullare per problemi di salute. Problemi di cui parla con la consueta schiettezza e autoironia tra una canzone e l’altra di un concerto sui generis, dove le parole spesso prendono il sopravvento sulla musica e si incrociano in una straordinaria capacità poetica di improvvisazione, proprio come accadeva ai tempi della sua amata antica Grecia.
«Ero conciato malissimo. A un’infermiera un giorno ho chiesto: “Sto per morire?”. E lei: “Eh, prima o poi tutti dobbiamo morire”. Al che io ho sbottato: “Bella risposta del ca…o!». Vecchioni si è concesso solo un altro concerto prima di questo, a Milano, «dove ho invitato tutto lo staff del Fatebenefratelli, 23 persone. C’erano anche quattro cardiologi. Tre erano contrari a che io cantassi, il quarto invece pensava che avrei potuto farcela. E io ho seguito lui perché era il più simpatico e perché sono convinto che ciò che conta sia l’intenzione, il contenuto e non la forma». E di contenuti Vecchioni ne apparecchia tantissimi, come sempre. Non risparmia una battuta al Campidoglio «che ha conferito un premio alla cultura a Vanna Marchi e Stefania Nobile, perché al male non c’è limite». E sottolinea il brutto periodo in cui siamo immersi, «vi rendete conto che viviamo in un’epoca in cui ci sono contemporaneamente Trump e Putin?». C’è anche la dedica all’amico Francesco Guccini: «Credo di essere l’unico autore di cui Francesco abbia cantato una canzone non scritta da lui».
LA FONDAZIONE
Ma ciò che gli sta più a cuore è parlare di dolore e amore, quello che lo ha sopraffatto dopo il suicidio dell’amato figlio Arrigo, ad appena 36 anni, e quello che lo salva ogni giorno da 45 anni, da quando al suo fianco c’è Daria Colombo. È a lei che il Professore cede il palco per qualche minuto, il tempo di raccontare l’impegno della Fondazione Vecchioni «nella lotta contro le malattie mentali, che sono malattie come tutte le altre e non devono essere circondate dallo stigma. Nostro figlio mi diceva “mamma, mi vergogno”. Ecco questo non deve più accadere, le famiglie non devono essere lasciate sole come è successo a noi». Sul finire il Professore sale in cattedra e inanella una sfilza di canzoni da lasciare senza fiato, Chiamami ancora amore, Luci a San Siro e infine Samarcanda. È proprio sul suo ritmo incalzante e allegro che finalmente abbandona lo sgabello e canta la storia di quel soldato che scappa a cavallo per sfuggire alla signora vestita di nero che poi è la morte. Perché Vecchioni, lo sa, il destino è ineluttabile e a volte nel tentativo di scappare si finisce ancora di più tra le sue braccia. © RIPRODUZIONE RISERVATA
© RIPRODUZIONE RISERVATA