Ventotene, l’isola prigione per ribelli e donne libere

Può il paradiso diventare l’inferno? L’antica isola di Pandataria, oggi Ventotene, sembra rispondere affermativamente a questa disturbante domanda. Niente di più prossimo al paradiso, su questi due km quadrati in mezzo al mar Tirreno, di fronte alla costa laziale ma visibile fino a Napoli, nei giorni di luce e vento. Eppure niente di più vicino all’inferno per decine di disobbedienti, eretici, uomini e donne libere. Soprattutto donne. Soprattutto libere.

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Molti conoscono il destino di Ventotene, isola carcere, per i tanti confinati antifascisti che vi sono stati collocati dal regime tra il 1941 e il 1943. Sandro Pertini, recluso anche nel vicino carcere di Santo Stefano, e tutto il gruppo di fondatore dell’idea moderna di Europa: Alterio Spinelli, Ernesto Rossi, Eugenio Colorni. La futura classe dirigente della Repubblica democratica che nascerà dalla Costituzione: Umberto Terracini, Pietro Secchia, Luigi Longo. Qui nacque, proprio nei giorni del confino, il manifesto di Ventotene, il progetto per una Europa libera e unita, con il sogno della Federazione europea, sul modello degli Usa, unico argine alle guerre e approdo di salvezza per la civiltà occidentale. Una visione, tra paradiso e inferno. Ma l’idea di usare il mare come cancello e l’isola come prigione era nata molto, molto tempo prima. Tra mito e leggenda, Ventotene sembrava il luogo ideale della punizione per le donne ribelli.

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Giulia Maggiore era l’unica figlia naturale dell’Imperatore romano Augusto, nata dal matrimonio con la seconda moglie Scribonia. Fu allevata con rigorosa severità dentro un assoluto divieto di dire o fare qualsiasi cosa senza il consenso preventivo dell’imperatore. La sua vita sociale era controllata dalla corte in ogni passo. A 18 anni fu data in sposa al più fidato amico e generale di Augusto, Agrippa, di 25 anni più grande, affinché quel controllo serrato continuasse. Ma Giulia Maggiore non era donna che si faceva facilmente sottomettere. Visse tutta la vita oscillando pericolosamente tra l’obbedienza formale e la libertà interiore. L’inesauribile senso della libertà di parola e di pensiero la portarono a un conflitto permanente con il padre che, in quanto imperatore, a un certo punto decise per la punizione estrema.

La morte? Gli storici annotano che Augusto ci pensò a lungo. Ma la sua unica figlia naturale era un tormento troppo profondo. Così decise per l’esilio. Dove? In un paradiso trasformato in un inferno. L’antica Pandataria, la moderna Ventotene, isola leggendaria di vita e di morte. Sulla cima di Punta Eolo, il posto più panoramico, fu edificata una villa imperiale: terme, ninfei, giardini e splendide decorazioni. Prigioniera, sì, ma pure sempre la figlia dell’Imperatore. Non bastarono gli agi, però, a lenire la sofferenza di Giulia. Ufficialmente accusata di adulterio, in realtà la vera “colpa” era la politica. Il sospetto era di aver congiurato contro l’impero, contro i potenti, contro il padre. Niente uomini, sull’isola, niente visitatori, niente vino, niente compagnie. Solo mare. Cinque lunghi anni di solitudine sull’isola, per Giulia Maggiore, non ne placarono lo spirito e di certo non ne addomesticarono l’animo.

L’esempio di Augusto divenne storia. Così da trasformare Ventotene, per tutto il periodo romano, nel carcere dorato delle donne ribelli. La leggenda raccontava che le piegava e le segnava. Stesso destino di Giulia Maggiore toccò ad Agrippina Maggiore, amata dal popolo, odiata dalla corte dell’Imperatore. L’accusa è sempre quella che tocca alle donne belle: dissolutezza morale e tradimenti. Ma la verità è sempre altrove: spirito libero, pensiero, parola, personalità. Agrippina Maggiore sull’isola si lasciò morire d’inedia, allungando su di essa la leggenda nera del Paradiso che mangia i suoi abitanti. Come Flavia Domitilla, esiliata a Ventotene per blasfemia, probabilmente prima donna romana di fede cristiana, e Claudia Ottavia, figlia dell'imperatore Claudio e della sua terza moglie, Valeria Messalina, prima moglie di Nerone, che la ripudiò in favore di Poppea, esiliandola proprio a Ventotene. Infedeltà, la solita accusa. Ma era l’amore del popolo per la donna, a disturbare Nerone. La sua libertà di pensiero e di parola. Lasciata sull’isola perché morisse di solitudine, fu in realtà raggiunta da una banda di sicari. Fu incatenata e le tagliarono le vene. Poi le mozzarono la testa e la portarono a Roma. Il corpo rimase lì.

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Così l’antica Pandataria, oggi Ventotene, ha costruito la sua leggenda di paradiso e inferno. Luogo bellissimo e di pace, di vette e di mare, che nella roccia vulcanica, in quella bocca di cratere che è, nel salire verso il cielo e nel degradare verso lo strapiombo, oscura e burbera come le isole più ruvide, sa diventare lucente come un abbraccio e nera come la punizione più severa. Quella che è toccata durante il fascismo ai più pericolosi visionari politici del Novecento, i pensatori del Manifesto europeo, i futuri capi dello Stato libero e democratico, e quella che nel periodo romano è toccato alle donne ribelli, a mogli, figli, nipoti colpite nel loro onore, con le accuse più banali, ma stroncate nel loro spirito più profondo di persone libere nel pensiero, nella parola, nel gesto. Donne indipendenti, quindi pericolose. Proprio come la parola isola, come la parola Ventotene.