Redazione 19 luglio 2026 13:48
Da oggi, domenica 19 luglio, le grandi aziende del settore tessile non potranno più distruggere gli articoli invenduti o restituiti dai clienti. Abiti, scarpe e accessori dovranno essere destinati, ove possibile, al riutilizzo, al riciclo o alla donazione, con l'obiettivo di ridurre gli sprechi e limitare l'impatto ambientale del comparto della moda. La novità, prevista dal Regolamento europeo 2024/1781 sulla progettazione ecocompatibile dei prodotti sostenibili (Ecodesign for Sustainable Products Regulation), interesserà inizialmente le grandi imprese, mentre dal 2030 sarà estesa anche alle aziende di medie dimensioni.
A ricordarlo è Assoutenti, che sottolinea come il divieto rappresenti uno dei principali strumenti introdotti dall'Unione europea per contrastare gli sprechi generati dal cosiddetto fast fashion, un modello produttivo che negli ultimi anni ha aumentato in modo significativo il volume dei rifiuti tessili.
Cosa cambia per le aziende
La nuova disciplina non si limita a vietare la distruzione dei prodotti invenduti. Le imprese saranno infatti obbligate anche a rendere pubbliche una serie di informazioni sulla gestione delle eccedenze di magazzino.
Ogni anno dovranno comunicare il numero e il peso dei prodotti eliminati, distinguendoli per categoria merceologica, spiegare le ragioni dello smaltimento ed evidenziare quale percentuale dei beni sia stata destinata al riutilizzo, al ricondizionamento, al riciclo, al recupero energetico o, nei casi residuali, allo smaltimento definitivo. Le aziende dovranno inoltre indicare le misure adottate, e quelle programmate, per ridurre la distruzione degli invenduti.
Il regolamento prevede comunque alcune eccezioni. Il divieto non si applica ai prodotti che risultano pericolosi, difettosi, deteriorati, non conformi alle normative, che violano diritti di proprietà intellettuale oppure che, per le loro condizioni, non possono essere riutilizzati.
Perché Bruxelles è intervenuta
Secondo le stime europee, ogni anno nell'Unione vengono prodotti circa 12 milioni di tonnellate di rifiuti tessili. Negli ultimi vent'anni il consumo di capi di abbigliamento è aumentato sensibilmente, mentre il loro ciclo di vita si è progressivamente ridotto. I vestiti vengono acquistati più frequentemente, utilizzati per periodi sempre più brevi e sostituiti con rapidità, alimentando una quantità crescente di scarti.
Per anni il costo della raccolta e dello smaltimento dei rifiuti tessili è ricaduto soprattutto sui Comuni e, di conseguenza, sulla collettività. L'Unione europea punta ora a riequilibrare questo sistema, responsabilizzando maggiormente chi immette i prodotti sul mercato.
Il principio della responsabilità del produttore
Accanto al divieto di distruzione degli invenduti, il settore tessile è destinato ad adottare il principio della Responsabilità Estesa del Produttore (EPR), già in vigore da tempo per comparti come imballaggi, batterie, pneumatici e apparecchiature elettriche ed elettroniche.
Il principio è quello del cosiddetto "chi inquina paga": chi produce o commercializza un bene dovrà contribuire anche ai costi della sua gestione quando diventa un rifiuto. In pratica, marchi della moda, produttori, importatori e piattaforme di vendita online saranno chiamati a finanziare parte delle attività di raccolta differenziata, selezione, riutilizzo e riciclo dei prodotti tessili.
Il sistema prevede anche un meccanismo di eco-modulazione: le aziende che realizzeranno capi più durevoli, facilmente riparabili e riciclabili potranno beneficiare di contributi ambientali più bassi rispetto a chi continuerà a produrre articoli difficili da recuperare.
La situazione in Italia
L'Italia ha già compiuto un primo passo verso questo modello introducendo, dal 1° gennaio 2022, l'obbligo della raccolta differenziata dei rifiuti tessili. Resta però da completare il quadro normativo con il decreto attuativo che renderà pienamente operativo il sistema nazionale di responsabilità estesa del produttore.
Solo dopo l'entrata in vigore di queste disposizioni produttori, importatori e distributori dovranno contribuire economicamente ai costi della gestione dei rifiuti tessili, favorendo lo sviluppo di un'economia sempre più circolare e riducendo il peso ambientale di uno dei settori che produce il maggior numero di scarti in Europa.