Viaggio in via Saponaro, dove sale il terrore dopo il blitz armato: “Noi, ostaggi di questo buco nero con almeno 80 occupanti abusivi”

L’ingresso con le porte a vetri rotte e sempre spalancate. Sotto, alcuni bambini che puliscono il pavimento dell’atrio e, accanto, immondizia buttata in cortile. A destra le scritte sui muri sotto il controsoffitto saccheggiato (Foto Fasani/Ansa)

L’ingresso con le porte a vetri rotte e sempre spalancate. Sotto, alcuni bambini che puliscono il pavimento dell’atrio e, accanto, immondizia buttata in cortile. A destra le scritte sui muri sotto il controsoffitto saccheggiato (Foto Fasani/Ansa)

Milano, 17 luglio 2026 – “Il diciannovenne a cui hanno sparato era arrivato qui da un paio di giorni. Ci sono viavai continui negli appartamenti. Abbiamo anche visto gente entrare con i picconi” per spaccare muri e ingrandire a piacimento i locali. A distanza di quattro giorni dal blitz a mano armata andato in scena nello stabile Aler di via Saponaro 1A al Gratosoglio “qui non è cambiato nulla, a parte il presidio delle forze dell’ordine qualche metro più in là: speriamo duri” dice una residente storica, da 40 anni nel quartiere. I mezzi della polizia e dei carabinieri, sulla strada da martedì, “rassicurano noi e scoraggiano i malitenzionati”.

Immondizia e topi

Ma il complesso su cui tutti gli occhi restano puntati, inaugurato nel 2013 con 40 bilocali Aler destinati a sostenere i “padri separati“ e a poco a poco trasformato in fortino completamente occupato, resta “un buco nero”. Con immondizia buttata a ogni angolo, topi che scorrazzano nell’androne, porte a vetri che sembrano essere state colpite dalle bombe. Al primo piano, panni stesi e balconi invasi da masserizie. Al piano terra, dietro ogni porta si sentono voci.

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Le porte a vetri dello stabile sono distrutte

Il vuoto intorno allo stabile

E i servizi che fino a poco tempo fa rappresentavano anche un presidio, non esistono più. “L’ambulatorio medico si è trasferito. L’ufficio postale è chiuso”, mostrano i residenti dei palazzi popolari di fronte. Attivo, solo il bancomat. Le luci dell’ufficio postale sono spente da un mese. Tutto chiuso per problemi di infiltrazioni, spiegano da Poste Italiane.

"Te la faccio pagare”

“Gli spazi si erano già allagati una volta, per le “cascate“ che arrivano da sopra”, fanno sapere gli abitanti. “E pensiamo che per i dipendenti sia un sollievo non dover più lavorare qui, perché ogni giorno avevano a che fare con incivili che entravano a disturbare e, spesso, anche a minacciare”. A proposito di minacce, tutti gli interpellati chiedono di restare anonimi. Vivono dall’altro lato del cortile. “Io, siccome lotto per il decoro, mi sono sentita dire da una occupante “quando ti vedo per strada te la faccio pagare“”, fa sapere una donna.

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Gli abitanti vivono nel terrore

Chi abita nel condominio?

Ma chi abita, in questo complesso del civico 1A? Secondo una stima dei vicini che hanno formato un gruppo spontaneo, “almeno 80 persone, uomini e donne di origini nordafricane e sudamericane, ma anche una trentina di bambini che vivono in condizioni pietose. Lo stato di fragilità di queste famiglie rende complicato sgomberare ma anche collocare altrove i nuclei, perché si rifiutano di andare nei dormitori o in comunità”, spiega la referente del gruppo.

L’assalto al giovane marocchino

Ma “non ci sono solo famiglie in stato di necessità: questo luogo è nascondiglio di spacciatori e criminali. La sparatoria ne è la dimostrazione”. Tra sabato e domenica, nell’alloggio numero 26, in cui c’erano il marocchino Othmane A., incensurato, e altre due persone, tutti e tre occupanti senza titolo, ignoti hanno fatto irruzione ed esploso alcuni colpi di arma da fuoco, probabilmente con un fucile da caccia, ferendo il giovane nordafricano alla caviglia destra. Poi la fuga. E i cittadini, svegliati dai colpi e dalle urla, hanno chiamato il 112. “Viviamo nel terrore”.

Un film dell’orrore

Ma non è solo una questione di sicurezza. Altro capitolo: “La mancanza totale di manutenzione. Non ci sono solo le infiltrazioni che hanno interessato l’ufficio postale. Abbiamo il cortile buio, con lampioni spenti da tempo. Rientrare a casa tardi la sera è un’esperienza da film dell’orrore. Io avviso familiari e vicini, in modo che possano affacciarsi alla finestra e siano pronti a intervenire in caso di necessità”, racconta una ventisettenne.

Richiesta di aiuto alle istituzioni

Il gruppo ha chiesto aiuto alle istituzioni, supportato dal Municipio 5. “Chiediamo di sgomberare tutto lo stabile e assegnare gli alloggi a chi ne ha diritto. In alternativa, di abbattere l’edificio. Questo posto in passato era un gioiello, un punto di ritrovo della comunità: si organizzavano iniziative, i bambini giocavano, gli anziani si sedevano all’ombra degli alberi. Ora c’è da aver paura”.

Ieri, l’ultima doccia fredda: “Ats, a cui ci eravamo rivolti mostrando la situazione di grave incuria in cui viviamo e chiedendo un intervento, ci ha mandato una lettera di risposta: ritiene sia un problema legato a “comportamenti incongrui“ nell’ambito di “rapporti tra privati“ e ha inviato la documentazione agli uffici comunali preposti”. Per i cittadini “è un’altra porta che si chiude”.