Vito Petrigno ucciso con più di dieci coltellate senza un motivo

Eseguita l'autopsia sul corpo dell'uomo ucciso a Bonagia

E’ stato ucciso con oltre dieci coltellate. Una mortale al torace. Ucciso con ferocia senza un perché. A Palermo è morto Vito Petrigno di 69 anni. All’istituto di medicina legale del Policlinico è stata eseguita l’autopsia sul corpo martoriato del rappresentante di calzature in pensione.

Colpito con ferocia davanti alla moglie Francesca Bologna. Giovanni Bruno Madonia le avrebbe fatto del male. “Statti zitta, sennò ammazzo pure a te”, avrebbe urlato il giovane palermitano che si era già avventato sulla moglie, Francesca Bologna. L’aveva afferrata per i capelli, scaraventata a terra e trascinata verso gli ascensori. Poi le ha stretto una mano alla gola e l’altra sulla bocca fino a farle perdere i sensi. È il racconto della donna, testimone dell’agguato costato la vita al marito, 69 anni, nel garage del residence di viale Papa Giovanni XXIII, a Bonagia.

Il racconto della moglie

I coniugi erano appena rientrati dal mare, nella zona di Lascari: “Eravamo solo io e mio marito e dovevamo fare delle cose”, ha spiegato agli investigatori della Squadra mobile. I coniugi erano scesi nel piano cantinato con la loro Peugeot grigia, parcheggiata accanto al box. “Dovevamo riempire il “boccione” dell’olio per mio figlio, a cui dovevamo portarlo a Trapani. Ancora non avevamo finito quando improvvisamente entrò questo ragazzo”. Nessuna lite, nessun alterco. Il giovane si sarebbe avvicinato ripetendo soltanto: «Scusate, scusate». La donna dirà poi alla polizia: “Non lo conoscevo, non l’avevo mai visto in faccia. Era un ragazzo alto e robusto. Aveva dei pantaloncini e una maglietta chiara. Io non capivo perché fosse entrato. Si è diretto verso mio marito e lo ha accoltellato”. Petrigno ha avuto appena il tempo di rendersi conto di ciò che stava accadendo. Le ultime parole sono rimaste impresse nella memoria della moglie: “Perché mi stai facendo questo? Ma perché?”.

Madonia, secondo l’ordinanza del Gip Lorenzo Chiaramonte, gli avrebbe sferrato diverse coltellate alla testa, dietro l’orecchio, al collo e alla schiena. Subito dopo si era girato verso la moglie. “Mi ha afferrata per i capelli e mi ha buttata per terra”. La donna ha mostrato anche i segni sul collo. “Ho pensato: adesso strangola pure me e mi ammazza con il coltello. Ero rassegnata”.

Mentre la teneva a terra, Madonia le avrebbe intimato una prima volta: “Statti zitta, sennò ti ammazzo”. L’aggressione non si è fermata. “Mi ha preso di nuovo e mi ha portato dove ci sono gli ascensori. Mi ha buttata ancora per terra e mi ha detto di nuovo: “Statti zitta, sennò ammazzo pure a te””. A quel punto non è più riuscita a reagire: “Mi ha messo la mano alla gola per strangolarmi e l’altra sulla bocca per farmi stare zitta. Sono svenuta e non ho capito più niente”. Quando ha riaperto gli occhi, per qualche istante Francesca ha creduto che quell’orrore non fosse reale. “Ho pensato: “Stavo sognando”. Poi mi sono ritrovata per terra e non era un sogno”. Si è rialzata ed è corsa verso il box. La porta era stata chiusa. “L’ho aperta e ho visto mio marito disteso in una pozza di sangue. L’ho chiamato, ma non mi rispondeva. L’ho chiamato cento volte”.

L’assassino “Ero strafatto, la notte prima avevo preso coca e alcol”

“Mi sono mangiato la mia vita, dottoressa. Esco fra quarant’anni”. Giovanni Bruno Madonia, che tutti chiamavano «Gianni», nel primo interrogatorio ammette di avere ucciso Vito Petrigno, ma dice di non riuscire a raccontare ciò che è accaduto nel garage del residence di Bonagia. È ancora con i pantaloncini, le scarpe e le gambe sporchi di sangue. “Come faccio a negarlo?”, risponde alla pm Valentina Draetta indicando le macchie sui vestiti. L’interrogatorio comincia alle 13 del 17 luglio negli uffici della Squadra mobile e dura poco meno di diciotto minuti. Madonia lamenta una forte emicrania e sostiene di essere ancora sotto l’effetto di cocaina e alcol. “Non sto dicendo che non ho commesso il reato, sto dicendo solo che in questo momento non sono in grado”. Alla domanda se Petrigno sia morto replica di non saperlo. Poi aggiunge: “Il reato c’è, devo pagare. È giusto che pago”. Quando la pm gli chiede da dove provenga il sangue, risponde: “Certo non gli ho fatto il prelievo”. Non spiega come abbia colpito il pensionato né per quale motivo. “Più in là io parlo, mi faccia stare un poco bene mentalmente. Non la prenda come se non volessi collaborare”. Ammette di conoscere Petrigno perché abitava nello stesso residence: “Ci salutavamo, ci vedevamo. Era una cosa normale”. Sui possibili contrasti, però, si chiude: “Ho sbagliato, è giusto che pago. Stop”.

Tre giorni dopo, davanti al Gip Lorenzo Chiaramonte, Madonia fornisce una versione più articolata. Chiede scusa, ammette di avere incontrato Petrigno nei pressi del box e di averlo accoltellato con un’arma che portava sempre con sé. Parla di precedenti discussioni per motivi “futili”, senza riuscire a indicarne la causa.

Racconta di avere trascorso quasi tutta la notte tra un giardino chiamato “le villette” e un bar della zona, assumendo cocaina, hashish, alcol e superalcolici. Sostiene di non essere stato “in sé” e parla di un improvviso “pallino”, il raptus che lo avrebbe spinto a raggiungere Petrigno e ad accoltellarlo. Madonia dice anche di avere gettato il coltello lungo il tragitto verso l’abitazione dell’amico, in un punto che non sa indicare, e di essersi liberato del cappellino poi ritrovato dalla polizia. Nega invece di essere rientrato a casa per cambiarsi. Il Gip sottolinea però la contraddizione tra lo stato di alterazione descritto dal giovane e il comportamento tenuto subito dopo il delitto: “Nonostante abbia assunto di avere agito in un momento di assoluta confusione mentale determinato dall’abuso di sostanze alcoliche o stupefacenti, ha avuto comunque la prontezza e la lucidità di disfarsi del coltello utilizzato per colpire Petrigno”.