Wild Horse Nine, recensione: un gustoso cocktail dal retrogusto amaro (e politico)

Martin McDonagh non sbaglia un film: la poetica maschile, e poi il valore della democrazia, le magagne americane, il senso di colpa e le splendide interpretazioni di John Malkovich e Sam Rockwell.

Una scena di Wild Horse Nine

Ambizione di molti, destino di pochi: gira che ti rigira, che sia Bruges, un'isola irlandese o quella di Pasqua, quel cantastorie di Martin McDonagh non sbaglia un colpo. A metà tra favola, spy-thriller, romanzo di formazione, manuale d'umorismo e libro di memorie, e mischiando tutto in una specie di cocktail dal retrogusto amaro, Wild Horse Nine è uno di quei titoli capaci di aprire la testa e il cuore.

Tra le righe di una poetica di ampio respiro, McDonagh - che ha presentato il film in concorso a Venezia 83 - spiega, per mezzo di due protagonisti eccezionali (tanto per cambiare), perché la democrazia sia, da sempre, un tesoro costantemente depredato, svilito e minacciato.

Wild Horse Nine: in viaggio verso i Moai dell'Isola di Pasqua

Da sempre il cinema di Martin McDonagh è ammantato da una certa riflessione politica, ma in Wild Horse Nine questo tipo di forza narratrice si accentua, diventando quasi il centro della sceneggiatura senza mai uscire dai margini. Basti pensare che il film inizia poco prima del colpo di Stato che farà cadere il governo di Allende. È il 1973 e gli Stati Uniti d'America sono al culmine della loro paranoica politica estera.

Wild Horse Nine Scena Film

Sam Rockwell e John Malkovich

Mentre la CIA continua a ficcare il naso negli affari di Stato dell'America Latina preparando l'implosione di una democrazia legittimamente eletta, due strambe spie prendono l'aereo e atterrano sull'Isola di Pasqua. La missione, in questo caso, è personale: l'agente Chris (John Malkovich da Oscar), malato terminale che ascolta Hank Williams, vorrebbe morire con il vento tra i capelli.

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Steve Buscemi e Sam Rockwell

Ad accompagnarlo in questo ultimo viaggio c'è Lee (Sam Rockwell, grazie a McDonagh infila un altro personaggio pazzesco) che, però, deve in qualche modo gestire la pressione del capo MJ (Steve Buscemi), dato che Chris conosce i segreti più scottanti degli Stati Uniti d'America.

Un film che parla di democrazia (minacciata)

Che poi, davanti a opere come Wild Horse Nine, che altro aggiungere? Solita e solida regia, nell'armonia di un'immagine che esalta la narrazione, e poi l'emozione, il calore, la temperatura meravigliosamente maschile che non si vergogna di raccontare i lati più teneri, goffi e dolci.

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Mariana di Girolamo e Ailín Salas in scena

Un buddy movie che allinea una sequela di situazioni e battute particolarmente efficaci, aggraziato da una spiritualità che si riflette in un luogo lirico, magico e indecifrabile. Sotto, nelle pieghe della storia, McDonagh racconta il senso di colpa traslandolo in ciò che la CIA ha perpetrato in Cile: l'alterazione della democrazia per mezzo del Paese che si vanta di "esportarla". Buffo, se non fosse tragico.

C'è sempre tempo per stare dal lato giusto della Storia

In questo senso Wild Horse Nine colpisce nel segno: sagace, brillante, irriverente nello smontare a suon di feroce satira tutte le magagne coadiuvate dagli Stati Uniti. Incredibile, o forse no: è solo il potere dell'arte, altroché slogan politici o militareschi. E sì, il cinema anticipa ancora una volta gli eventi. Wild Horse Nine, cullato dalla colonna sonora di Carter Burwell, osserva e gioca con il passato per raccontare il presente.

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Rockwell e Malkovich in scena

"Guardando oggi il film, sembra una riflessione geopolitica molto più ampia", ha detto il regista irlandese. Nulla di più vero: il Congo nel 1960 (citato nel film), il Vietnam, l'Iraq, il Panama, lo Yemen, il Venezuela. Una lista lunga, da aggiornare quasi mensilmente. Corsi e ricorsi, potremmo dire; nulla di nuovo all'orizzonte. Magari è vero, ma come spiega uno stropicciato John Malkovich, c'è sempre tempo per fare la differenza. Come "un cavallo da combattimento che nasce nella cavalleria e muore con gli indiani". Una frase che vale l'intero film.

Conclusioni

Che altro aggiungere? Wild Horse Nine è la dimostrazione di quanto Martin McDonagh sia un regista eccelso, capace di intendere il cinema come materia vivida, colorata, intonata. Uno sguardo libero e sincero, che sfrutta l'umorismo per enfatizzare il dramma. Un'opera che parla di quanto la democrazia sia pericolante, e minacciata da quei paesi che la professano. Pazzeschi John Malkovich e Sam Rockwell, di diritto tra le migliori coppie viste di recente.

Movieplayer.it

4.0/5

Voto medio

N/D

Perché ci piace

  • I due protagonisti.
  • Il finale.
  • La storia.

Cosa non va

  • La parte centrale forse s'affloscia un filo.