Difficile da inscatolare in un genere, facile da apprezzare guardando lo show che ha messo su nel corso degli ultimi venti anni. Artista con pochi eguali, non solo per spaziare dal roots al folk con parecchie influenze reggae e tracce di blues, quanto per il format ‘one-man band’ (perché da solo suona fino a sedici strumenti diversi) Xavier Rudd è ormai un veterano della scena che negli anni continua ad ampliare una fan base amante dei ritmi tribali e delle ballate dedicate alla grandezza della natura. Un tema ricorrente nella produzione del musicista australiano, insieme alla gioia da convivere con gli altri, all’attenzione alle minoranze — da molti anni su ogni suo palco sventola la bandiera rosso e nera, con il cerchio giallo nel mezzo a simboleggiare la vita, per omaggiare gli aborigeni australiani.
Dal debutto con l’album To Let del 2002 fino ai brani più popolari come Spirit Bird e Follow the Sun, il polistrumentista ha prodotto undici album e animato folle in tutto il mondo grazie alla capacità (e ai polmoni) per spaziare dalle percussioni alla batteria, dalla armonica al banjo, passando per la lap steel guitar e il didgeridoo, i cui assoli sono diventati nel tempo un segno distintivo delle sue performance. All’indomani dello sbarco in Italia, al Lazzaretto di Bergamo, abbiamo intercettato Rudd in un torrido pomeriggio fiorentino, a poche ore dall’esibizione al Teatro Romano di Fiesole, in cui ha offerto due ore abbondanti di spettacolo, facendo danzare giovani e arzilli sessantenni uno di fianco all’altro.
L’intervista a Xavier Rudd
Più degli album la forza di Xavier Rudd sono le esibizioni dal vivo. Chi guarda per la prima volta mostra meraviglia, in primo luogo per la quantità di strumenti che suoni. Qual è il primo che ha imparato a suonare e perché ha sentito la necessità di avvicinarsi agli altri?
Ho imparato da solo perché mi piace fare le cose a modo mio. Sin da piccolo ho suonato qualsiasi cosa trovassi nei paraggi; quando andavo in giro con la famiglia e vedevo un pianoforte in un angolo, andavo spedito là per giocherellare con i tasti. Lo stesso è accaduto con lo yidaki (il nome utilizzato dal popolo Yolngu, aborigeni che vivono nel nord-est del Northern Australia, per indicare quello che gli occidentali chiamano didgeridoo, nda), che ho iniziato a suonare da bambino. Ricordo le prime volte che per esercitarmi utilizzavo l’aspirapolvere di mia mamma.
In generale, comunque, non mi sono mai concentrato su un singolo strumento, così è stato quasi naturale per me imparare a suonare tanti strumenti. Li considero essenziali per creare l’atmosfera che serve per supportare le storie dei brani che eseguo. Non sono sul palco per brillare di luce propria, ma per contribuire a delineare lo scenario necessario per la storia da raccontare, mentre io vesto i panni di una specie di narratore. Non dico che sia vero e valido in assoluto, ma è il mio approccio verso gli strumenti che suono.
Tra i sedici strumenti diversi che utilizza sul palco, c’è un preferito o qualcuno che abbia un significato diverso dagli altri?
Sono tutti speciali e non è un modo di dire, perché sono fatti a mano, con tipologie di legno bellissimi. Adorando il legno, so che ogni strumento che si crea ha una sua storia, però non c’è un preferito. Non è il mio modo di ragionare e ciò vale anche quando si parla di cibo o altri aspetti della vita: non ho preferenze, ma mi piace apprezzare cose diverse, mentre altre non mi interessano per niente. Ho imparato col tempo che questo è un buon approccio per mantenere l’equilibrio.
Beh, in Italia il cibo è sacro, tutti ne parlano e quindi non può sottrarsi.
Credo che se vivessi con una donna italiana ingrasserei parecchio, che poi per certi versi questo è il segno di un uomo felice. Scherzi a parte, nel complesso ho notato che gli italiani sono in buona forma, inclusi i bambini. Sicuramente stanno meglio degli australiani che, specie tra i più piccoli, evidenziano alcuni problemi di cattiva alimentazione.
Torniamo alla musica: suonando in maniera intensa tanti strumenti, alla fine di un concerto è maggiore la gioia per la risposta del pubblico o la fatica per lo sforzo prolungato?
Devo essere in forma per esibirmi, perché il mio è uno show molto fisico. Dedico tanto tempo alla preparazione, specie alla respirazione, sia prima di salire sul palco, sia durante, con il respiro circolare mentre suono le percussioni e strumenti simili. Grazie a questi accorgimenti porto sul palco tanta energia, anche se in realtà è lo spirito della musica che prende il sopravvento, senza che io ne sia molto cosciente. Seguo il flusso che genera un continuo scambio di energia con il pubblico. In un certo senso, è come se fosse la mia versione della messa, perché la base di partenza è il rispetto per la musica, per le storie raccontate nelle canzoni e per i loro protagonisti.
Di fatto è un qualcosa che sta al di sopra di me, perché io ho la responsabilità di incanalare la musica, dedicare l’anima a quel momento, consapevole che ci sono persone che hanno utilizzato quei brani per i momenti più significativi della loro vita, come il matrimonio o la sepoltura di un loro caro. Tutto ruota attorno a questo concetto, la responsabilità, che mi obbliga a liberare la mia musica e rispettare chi mi sta intorno. In questo senso, nonostante la stanchezza, non vuoi mai che si esaurisca il feeling che si è creato con le persone.
A proposito di energia, durante i concerti è evidente la connessione che si crea con il pubblico. Dal palco percepisce questo legame che sembra trasportare più di qualcuno in un’altra dimensione?
Non miro a nulla di particolare, faccio il mio lavoro cercando di esprimere un buon livello, ma per la mia mente è importante solo che rispetti lo spirito della musica. È questo che alimenta le persone e la connessione energetica che si crea. Non ne sono il responsabile, il merito è della musica e il mio ruolo è soltanto canalizzare questo scambio. Fin da piccolo avevo capito di avere questo dono, che passa dalla capacità di riportare in musica le emozioni quando scrivo un testo, ma non è qualcosa cui posso dare forma o materia.
L’industria musicale è basata sull’intrattenimento, con musicisti che cercano di divertirsi e soddisfare il proprio ego, suonando spesso ciò che la gente vuole sentire e che a volte si comportano come i fan desiderano. Va bene così, ma non fa per me, perché la mia musica è diversa e non è qualcosa di pianificato a tavolino. Ho sempre seguito l’istinto per scrivere e suonare in un certo modo, che poi sono diventati popolari e in grado di influenzare alcune persone. Ne sono grato, specie per l’effetto comunità che si è creato con il pubblico. Non faccio altro che essere me stesso, parlare delle difficoltà che tutti affrontiamo giorno dopo giorno e in cui le persone si identificano. Da questo punto di vista, credo fortemente che la musica sia curativa, come una medicina che fa bene all’anima delle persone.
Rudd in concerto al Teatro Romano di Fiesole (Firenze) - Credit Riley Kathleen
Viviamo nell’era del gigantismo, con gli artisti (e non solo) che gareggiano per esibirsi in spazi enormi e con palchi mastodontici. Lei invece predilige contesti più piccoli che favoriscono vicinanza e intimità con il pubblico. Una scelta voluta oppure obbligata?
Ho suonato in grandi eventi e parecchi festival, con folle davvero molto grandi, ma non mi interessa molto. Se ci sono 10 persone o 10.000 non cambia molto, perché l’obiettivo resta identico: suonare la mia musica. Certo mi interesso ai numeri dei miei show, ma non è un aspetto che mi preoccupa troppo. Sono fortunato per la carriera che ho avuto, la mia musica è abbastanza popolare in tante parti del mondo e ciò è fantastico. Anche perché non c’è stato un piano dietro a questi risultati, non mi è mai interessato essere famoso ma anzi, oltre a godermi luoghi e persone che incontro, quando sono in viaggio sono sempre desideroso di tornare a casa e stare con la mia famiglia.
Non sono molto socievole, non vado alle feste e non frequento le grandi cerimonie, perché l’interesse è rivolto verso la musica e la voglia di condividerla con i fan. Il mio premio sono i ragazzi e le famiglie che si emozionano ascoltando i miei brani. A volte ho pensato a come sarebbe esibirsi davanti a 100.000 persone, ma non credo che sia qualcosa semplice da vivere in maniera serena, anzi sono convinto che sia difficile quel tipo di vita, penso a Justin Bieber e artisti simili. Ad ogni modo, non è qualcosa che si adatta a me, perché sono felice con quel che ho.
Quest’anno sta affrontando un tour europeo con 18 date in un mese, tra Germania, Belgio, Svizzera, Italia, Francia, Austria e Paesi Bassi. Rispetto alle prime esperienze in Europa e in Nord America ha notato differenze nelle persone e nei luoghi che ha vissuto?
La prima volta che sono stato in Nord America in Nord America avevo 21 anni (oggi ha 48 anni, nda), poco dopo sono approdato in Europa, quindi parliamo di una lunga finestra temporale. Vedo una differenza netta nella società, avvenuto soprattutto negli ultimi cinque anni. In passato si percepiva il senso di speranza e vigore per il cambiamento e per la ricerca di una maggiore uguaglianza. Ricordo la campagna contro gli sprechi della plastica e lotte simili. Dopo la pandemia sembra tutto o quasi svanito, pare che ci siamo dimenticati tutto, perché le persone sono preoccupate per se stesse. Un altro tema evidente è il razzismo, che in Australia è aumentato notevolmente, anche se guardandosi intorno si vede l’ascesa dei movimenti di estrema destra in tante altre parti del mondo. Del resto, la presidenza di Donald Trump rappresenta il peggior cambiamento che il mondo abbia conosciuto di recente.
Nel complesso, quindi, il momento negativo che stiamo vivendo ci ricorda quanto stavamo andando bene fino a 10-15 anni fa. Torno sull’Australia, il mio paese, perché lì in quel periodo si sono fatti grandi passi avanti nella riconciliazione con gli aborigeni, ma ora si scontano gli effetti che arrivano da quanto accade negli Stati Uniti e in Europa con i movimenti contro gli immigrati, considerati da molti il principale problema della loro vita.
A questo punto del percorso artistico, cosa ascolta e come scopre nuova musica?
Sento di tutto e tanta musica reggae. Ultimamente ascolto tanto Vaughn Benjamin, uno dei miei poeti preferiti (cantautore e frontman dei Midnite e poi degli Akae Beka, nda), ma sono molto aperto verso diversi generi. Anzi guardo più all’artista che al genere dentro cui viene inscatolato, infatti spesso mi focalizzo su un bassista o su un batterista, perché mi piace osservare lo stile, come suonano e come si comportano sul palco.
Incontrando tanti artisti è facile aprirsi a nuovi ascolti; nei giorni scorsi, per esempio, a un festival in Francia mi ha avvicinato un percussionista di una band dicendo che apprezza la mia musica, così mi sono appuntato il suo nome e poi ho ascoltato il suo album e altra musica simile per oltre tre ore, scoprendo un lavoro molto bello. Avviene tutto in maniera naturale ed è uno dei lati belli dell’essere un musicista.
C’è una routine che segue per scrivere testi o trovare l’ispirazione per nuovi brani?
Ho facilità di scrittura ma non ho mai provato a fissare le condizioni per scrivere. Neanche quando ero più giovane, perché posso memorizzare le parole in testa, oppure ripeterle cento volte, o ancora appuntarmi qualcosa sul telefono o su un pezzo di carta. Man mano si sedimenta il tutto e quando tutto è più o meno chiaro nella mente, allora so che è il momento di registrare. Così sono nati i miei dieci album in studio.
So che probabilmente scriverò sempre qualcosa, perché è la vita a fornire l’ispirazione, quello che succede a me e alle persone vicine, oltre a quello che avviene nel mondo. È tutto questo a darmi i temi e le possibilità di scrivere nuove canzoni.
Nel ritornello di Storm Boy canta “stiamo vivendo in questo bellissimo mondo”, ma quello attuale non è un buon momento per il nostro pianeta. Tra guerre, tensioni, ingiustizie e disuguaglianze che si accentuano è difficile restare positivi. Qual è la sua soluzione per resistere?
Questo è un periodo complesso, caratterizzato da dominatori senza scrupoli come Trump e Netanyahu, tuttavia continuo a sentirmi un privilegiato per vivere in questo momento su un pianeta straordinario. In realtà mi sono sempre sentito così, perché adoro il luogo in cui vivo (nella Sunshine Coast, nel Queensland, in Australia, nda) e la vita che faccio. Vengo da una parte del mondo dove c’è tanta libertà e una natura spettacolare, che sono due dei temi più frequenti nei miei brani. Spiagge, alberi, cascate, i figli di cui prendersi cura, la vita è piena di cose belle e, forse, molto dipende dal riuscire a guardare nella giusta direzione e su cosa vogliamo concentrare la nostra energia. Possiamo scegliere di lasciare lo smartphone nel cassetto e vivere in un altro modo, magari insegnando ai bambini la pesca, il surf, a fare i nodi e tante altre attività utili e divertenti.
Certo per me è più facile, perché ho avuto una carriera di successo e ho l’opportunità di ritagliarmi del tempo per fare attività come queste con le persone che amo. Però tutti possono scegliere come impiegare il proprio tempo, anche se si svolge un lavoro da ufficio o altri impieghi quotidiani, c’è la possibilità di utilizzare al meglio il tempo libero. A prescindere da dove si vive, c’è sempre un bel parco, un fiume o qualcosa di simile da poter apprezzare. Sta a ognuno di noi guardarsi intorno nel modo giusto.
Rudd sul palco del Teatro Romano di Fiesole (Firenze) - Credit Riley Kathleen
L’anno scorso le tappe del tour europeo sono state aperte da Finojet, nome d’arte di Finojet Rudd, suo figlio. Potremo vedervi insieme sul palco in futuro per un progetto di ampio respiro?
É un po’ presto perché lui ha appena iniziato e si sta facendo strada. È in fase di rodaggio perché servono anni per mettere a punto l’arte scenica, combinare il suono con il tono, i pedali e i tanti altri elementi che utilizza sul palco. Un conto è farlo nella tua cameretta, ma proiettare quello che hai in testa su migliaia di persone è tutto un altro discorso. Sta muovendo i primi passi e gli ho detto che servirà tempo prima che possa sentirsi davvero a proprio agio. Però sì, sarebbe bello suonare insieme e spero di riuscire a farlo più avanti.
Ha detto che il tuo show è molto fisico. A tal proposito, ogni anno arriva in Europa con un corpo sempre più scolpito. Qual è il segreto?
Non riesco a stare fermo, ho bisogno di essere sempre impegnato in qualcosa, così a volte mi dimentico di mangiare. Non è qualcosa di voluto ma va così tra una corsa, un po’ di surf, yoga e allenamenti. Del resto, buona parte delle mie canzoni le ho scritte facendo surf, oppure correndo; perché quando ho un ritmo in testa corro e prendo le onde seguendo quel ritmo. Per questo, per me non funziona sedersi in un angolo e iniziare a scrivere un testo.
Mantenermi in forma è importante non solo per essere pronto a esibirmi, ma anche perché dopo l’intervento chirurgico alla schiena (subito all’età di 35 anni, nda) ho imparato che l’allenamento quotidiano è importante per stare bene. Ovunque mi trovi c’è sempre qualcosa da fare, per esempio correre lungo l’Arno come ho fatto prima del nostro incontro, nonostante non sia la giornata ideale (il 29 luglio 2026 a Firenze la temperatura si è aggirata sui 39 gradi per l’intero pomeriggio, nda).
Cosa sogna Xavier Rudd e cosa può sognare chi vuole continuare a guardare il mondo con positività?
Onestamente non penso tanto al futuro, non mi piace guardare troppo oltre. Spero soltanto che i miei figli stiano bene, perché basta poco per cambiare qualsiasi situazione. E non sappiamo mai cosa la vita ci possa riservare. Per questo mi piace vivere giorno per giorno, senza troppi programmi, anche se in questo momento è dura restare positivi. Non ho risposte o ricette da consigliare, credo sia importante salvaguardare la salute mentale delle persone, perché l’attuale società può rivelarsi pericolosa per i più fragili e per chi è mentalmente instabile.
Un possibile rimedio può essere staccarsi dall’immersione digitale, dedicare tempo a uno o più hobby, magari a contatto con la natura, trovando qualcosa che possa farti sentire bene con te stesso. Disegnare, pescare, oppure le bocce un gioco così semplice e meraviglioso che avete in Italia. Concentrarsi su questo tipo di attività aiuta ad allentare la schiavitù del telefono, che ritengo sia uno dei peggiori mali della società contemporanea.
Nato il giorno in cui Vamos a la playa dominava le classifiche italiane e Total Eclipse of the Heart primeggiava negli Usa, a 10 anni ha deciso di fare il giornalista. Freelance per vocazione e latitanza di contratti, ha collaborato e collabora tuttora con tante testate occupandosi di tecnologia, sport, musica (elettronica), viaggi e attualità. Folgorato dai podcast, perché immaginare è potenzialmente più importante di vedere, colleziona auricolari, sciarpe calcistiche e, aspetto ben più rilevante, vivrebbe in infradito e anche per questo conta, prima o poi, di spostarsi definitivamente in Australia.

