Il 28 aprile 1926 nasceva l'Associazione Fiorentina del Calcio

Il 28 aprile 1926, dopo alcuni incontri propedeutici avvenuti nelle settimane precedenti, veniva costituita formalmente l’Associazione Fiorentina del Calcio, l’attuale ACF Fiorentina.

Nel corso di una riunione ufficiale tenutasi in quella data a Firenze in Borgo Albizi 24, presso la Federazione Provinciale Fascista del Commercio, vennero sanciti, infatti, “nero su bianco” gli accordi definitivi fra i rappresentanti dei direttivi della Palestra Ginnastica Fiorentina Libertas e del Club Sportivo Firenze per la costituzione di un’unica società di calcio che potesse rappresentare al meglio Firenze ai massimi livelli nazionali. Da evidenziare il fatto che, entrambe queste società ultracentenarie fiorentine, siano tutt’ora operative. Le ratifiche bilaterali di quello storico accordo raggiunto si tennero, poi, il primo maggio, nelle separate sedi delle due società, dove vennero consolidate le decisioni assunte il 28 aprile che diventò, così, l’unica data fondamentale che vide materializzarsi “in presenza” la reale volontà di costituire un’unica società di calcio dopo alcuni anni segnati, solo, da potenziali accordi mai attuati. I fiorentini vennero colti decisamente di sorpresa da questo insperato accordo definitivo, al punto che l’esito positivo, e inaspettato visti i precedenti, apparve improvvisamente sui giornali solo la mattina del 30 aprile, probabilmente anche per evitare possibili ripensamenti da parte di una delle due società, cosa molto verosimile considerato che, soprattutto la Libertas, che nel frattempo aveva raggiunto dei livelli molto importanti in ambito nazionale (memorabili restano le sfide contro l’Inter del 1922), non avesse molto interesse a fondersi che l’acerrima avversaria cittadina che, nel frattempo, era scivolata nelle serie minori.

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Una delle figure essenziali, grazie alla quale poté realizzarsi la tanto agognata fusione, fu Arrigo Paganelli, all’epoca segretario della Libertas e, successivamente, primo presidente della Fiorentina del dopoguerra, nonché fondatore del Panathlon Club Firenze e fra i primi parlamentari della neonata Repubblica Italiana. Fu proprio “Ghigo”, convinto antifusionista, a cedere per ultimo alle pressioni particolarmente insistenti, anche al limite dell'intimidatorio, del Marchese Luigi Ridolfi, quest’ultimo incaricato ed obbligato dal regime a trovare una soluzione unitaria nel minor tempo possibile. Paganelli era consapevole che la Fiorentina avrebbe soppiantato, di fatto, la Libertas, in quanto avrebbe goduto del titolo sportivo, dello stadio di via Bellini, dei giocatori, dei dirigenti e anche delle maglie della Libertas stessa, cancellando, così, tutto l’importante percorso fatto dalla società di piazza Santa Maria Novella per portare Firenze ai grandi livelli del calcio nazionale. Fu solo grazie ad una forte ed intraprendente decisione di Paganelli stesso (che è stata ampiamente illustrata nel convegno organizzato lo scorso 28 aprile dal Panathlon Club Firenze al Museo del Calcio di Coverciano), che poté nascere definitivamente la Fiorentina ---> LEGGI L'ELENCO COMPLETO DEI PRESIDENTI DELLA STORIA DELLA FIORENTINA

LA STORIA DELLA NASCITA DELLA FIORENTINA

Nella primavera del 1926, esattamente cinque anni dopo la lacerante scissione verificatasi all’interno della FIGC (con la conseguenza della nascita di un’altra federazione e di un altro campionato), un'altra crisi organizzativa aveva colpito il calcio italiano e lo sport in generale, che passò sotto il completo controllo del regime fascista. Per quello che concerne il calcio l’operazione si concretizzò attraverso l’intervento di Lando Ferretti, presidente del CONI, che, al termine della stagione 1925-26, decise il commissariamento della FIGC. A tal riguardo venne nominata una triade per stilare una serie di riforme volute dal regime che generò la celebre “Carta di Viareggio”, con cui si posero anche le basi della creazione della Serie A a girone unico. In quel periodo il football fiorentino non occupava posizioni di alto livello nazionale e forte era la voglia di contrastare l’egemonia regionale del Livorno e del Pisa, le quali, rispettivamente nel 1920 e 1921, avevano sfiorato lo scudetto perdendo le finali che assegnavano il titolo nazionale. Nei primi mesi del 1926 venne nominato a dirigere l’ufficio provinciale fiorentino dello sport il Marchese Luigi Ridolfi, con il compito di creare un’unica squadra fiorentina in grado di competere a livello nazionale in previsione della nuova Serie A a girone unico (prevista per la stagione 1929-30). Ridolfi, figura di spicco della componente aristocratica del fascismo fiorentino, accettò l’incarico nonostante i suoi interessi sportivi fossero totalmente incentrati sull’atletica, al punto che il marchese ricoprì il ruolo di presidente nazionale FIDAL dal 1930 al 1942 dopo che, dal 1925, ne aveva guidato il comitato regionale toscano. Ridolfi, stando agli eventi che condizionarono il movimento calcistico fiorentino di quel periodo, dette una repentina quanto energica accelerata al processo di fusione fra la Palestra Ginnastica Fiorentina Libertas e Club Sportivo Firenze, le due squadre fiorentine più alte in grado in ambito calcistico in quegli anni. I tentativi di fusione fra le due compagini, seppur timidi, si erano già concretizzati dal 1922, incentivati soprattutto da parte del sindaco fiorentino Antonio Garbasso e del gerarca fascista Italo Capanni (responsabile nel 1921 dell’omicidio di Spartaco Lavagnini), ma senza raggiungere alcun effetto reale, anche perché i rapporti tra le due società erano decisamente pessimi, al punto che alcuni derby cittadini divennero teatro anche di scontri cruenti, come successe in occasione dell’incontro che si tenne al “Velodromo” di via Bellini il 19 novembre 1922.
Ridolfi, quindi, obbligato dal regime a costituire un’unica società fiorentina che potesse rappresentare al meglio il capoluogo toscano in ambito calcistico nazionale, fu obbligato a porsi l’anacronistico obiettivo di fondere insieme Libertas e Club Sportivo. Ad accettare subito la proposta furono subito i “crubbisti”, apertamente simpatizzanti del regime, ma che, nel frattempo, erano scivolati nelle serie minori. L’operazione più difficile era, senz’altro, quella di convincere i “rossi” della Libertas, i quali non vantavano certo una vocazione incline al regime, ma erano gli unici a poter garantire al potenziale nuovo sodalizio fiorentino uno stadio moderno e funzionale (quello di via Bellini), oltre che un importante titolo sportivo, visto che i “Ghiozzi”, in quel periodo, militavano in quella che oggi possiamo considerare la seconda serie nazionale (rapportabile, qualitativamente, ad una via di mezzo fra le attuali Serie B e Serie C). La sera del 28 aprile 1926 il marchese Ridolfi convocò d’urgenza in Borgo Albizi 24, presso la sede della Federazione Provinciale Fascista del Commercio (divenuto da poco anche il domicilio del Club Sportivo), i rappresentanti delle due società per tentare di trovare l’accordo decisivo per la fusione delle sezioni calcio e, a differenza delle precedenti riunioni andate a “vuoto”, quella sera il tentativo andò davvero a buon fine! Molti dubbi, però, restano sulle modalità e il motivo per cui Ridolfi riuscì ad imprimere l’accelerata decisiva proprio in occasione di quella serata, riuscendo nell’impresa di strappare un consenso positivo ai soci della Libertas, da sempre contrari alla fusione. In questo senso, la testimonianza di Arrigo Paganelli, giovane segretario della Libertas di quel periodo, riguardo a quello che successe in quei giorni frenetici è abbastanza eloquente e ci aiuta capire la dinamica degli eventi. Il futuro onorevole (nonché primo presidente della Fiorentina del dopoguerra), totalmente all’oscuro dell’epocale decisione presa 24 ore prima, venne, infatti, avvisato, a “cose fatte” dello storico accordo raggiunto dai 3 rappresentanti della Libertas presenti il 28 aprile in Borgo Albizi. Quando Paganelli incontrò Agostini, Marranci e Panicciari la sera del 29 aprile, secondo il racconto dello stesso avvocato, si trovò di fronte 3 soci decisamente impauriti ed anche intimoriti perché consapevoli della stessa reazione che avrebbe avuto Paganelli di fronte alla loro comunicazione. I tre riferirono al Paganelli di aver dovuto firmare forzatamente l’accordo di fusione sotto una forte pressione di Ridolfi, senza alcuna alternativa e possibilità di rifiutarsi. La ratifica dell’impegno assunto il 28 aprile, per entrambe le società, venne prevista per il primo maggio, in due separate riunioni, ma, secondo il regime, si sarebbe dovuto trattare di due semplici formalità. Paganelli, come prevedibile, andò su tutte le furie riuscendo, però, a trovare una “soluzione” di buon senso per indirizzare verso la fusione il voto della maggioranza dei soci libertiani antifusionisti: se Ridolfi avesse versato 50.000 lire nelle casse della società di Piazza Santa Maria Novella, per compensare le ingenti spese sostenute dai soci per la costruzione dello stadio di via Bellini, la Libertas avrebbe sacrificato la propria sezione calcio, consentendo, di fatto, la definitiva nascita della Fiorentina. Il marchese accettò di buon grado la precisa ed onerosa richiesta di Paganelli e la nuova società gigliata vide la luce. Da notare il fatto che la sede della Federazione Provinciale Fascista del Commercio di Firenze divenne immediatamente anche la prima sede dell’Associazione Fiorentina del Calcio. Un particolare, però, non di poco conto per comprendere meglio il motivo dell’improvvisa convocazione d’urgenza da parte del marchese per la serata del 28 aprile è rappresentato dal fatto che, nel pomeriggio di quello stesso giorno, a Firenze era presente, seppur in incognito, Benito Mussolini. Il Duce, infatti, di ritorno da Milano e diretto a Roma, aveva deciso di fare tappa nel capoluogo toscano per incontrare la figlia Edda, studentessa a Poggio Imperiale. I giornali parlarono di questo improvviso “evento”, ovviamente, solo il giorno successivo ed è molto plausibile pensare che, durante la sua sosta fiorentina, fra i gerarchi incontrati dal Duce ci fosse anche lo stesso marchese Ridolfi, cioè il segretario provinciale del Partito Fascista fiorentino, il quale avrà sicuramente dovuto rendere conto anche sugli sviluppi della costituenda nascita della società di calcio fiorentina, che, fino a quel giorno, erano stati pressoché nulli.
Quel 28 aprile, però, non fu foriero di sviluppi positivi per la neonata Associazione Fiorentina del Calcio, in quanto, nelle settimane successive, il sindaco Garbasso non riuscì a garantire alla società biancorossa quelle sovvenzioni che, inizialmente, i vari benestanti e industriali della città avevano garantito all’indomani del buon esito delle trattative fusioniste. Lo stesso direttorio della Fiorentina, all’inizio di settembre, in piena crisi finanziaria, accusò di “apatia” sia la cittadinanza che gli enti fiorentini, evidenziando come fosse a rischio la stessa partecipazione della squadra all’imminente campionato. Per evitare il clamoroso fallimento fu il Comune di Firenze a dovere mettere “mano al portafoglio” il 10 settembre, concedendo alla neo società gigliata un’esigua sovvenzione di 25.000 lire, salvando così l’avvio della stagione agonistica della Fiorentina, la cui ratifica dell’iscrizione ufficiale alla FIGC avvenne decisamente in extremis, ossia solo il 27 settembre, cioè a meno di una settimana prima dell’inizio del campionato.
Che al Ridolfi non interessasse tanto la Fiorentina, quanto una società che rappresentasse Firenze ai grandi livelli nel calcio nazionale, lo dimostrano due importanti mosse che lo stesso marchese intraprese negli anni successivi. Nell’estate del 1927, ad esempio, stanco delle continue ed inevitabili frizioni fra gli ex dirigenti crubbisti e libertiani che componevano il direttivo della Fiorentina, il marchese ritenne terminata esperienza della Fiorentina, tanto da fondere insieme altre due società (gli A.S.S.I. e il Circolo Rionale Fascista Menabuoni, ex G.E.A.) dando vita all’Unione Sportiva Fiorenza, di cui Ridolfi compariva ufficialmente come “presidente”, a differenza del ruolo di “commissario straordinario” ricoperto nella Fiorentina. Nel 1928, dopo che un determinante intervento del regime aveva garantito alla Fiorentina l’accesso alla Divisione Nazionale, tutta la rosa dei giocatori del Fiorenza venne assorbita dalla Fiorentina stessa. Nel 1931, però, accadde qualcosa di clamoroso, che nessun tifoso viola avrebbe mai potuto immaginare. Dopo avere deciso, in maniera del tutto autonoma, nel corso dell’estate del 1929 di cancellare l’originario biancorosso dalle maglie della Fiorentina mutandolo in viola (e smentendo in maniera evidente il fatto che i colori iniziali della nuova società gigliata fossero stati scelti per onorare la città di Firenze, ma, in realtà, solo per rispettare i cromatismi delle due società progenitrici), il marchese Ridolfi, ad una giornata dal termine del campionato di Serie B, con la Fiorentina che aveva conquistato la matematica promozione in Serie A con un turno d’anticipo, lasciò letteralmente tutti basiti annunciando le proprie dimissioni. Le motivazioni, come ben descritte dallo stesso marchese alla vigilia dell’ultima giornata del torneo, giunsero come un fulmine a ciel sereno. Ridolfi annunciò pubblicamente di aver fondato la Fiorentina nel 1926 solo perché obbligato dal regime e di aver esaurito il suo compito dal momento in cui era riuscito a portare una squadra di Firenze in Serie A, dotandola di uno stadio nuovo e moderno (la cui costruzione fu terminata nel 1931, soprattutto, grazie all’intervento finanziario dello stesso marchese, il quale ne curò, particolarmente, le tante parti strutturali dedicate all’atletica leggera).

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