A 100 km da Kaliningrad. «Difendiamo l’Europa». In Lituania con la Nato e gli Eurofighter italiani

C'è una parola da non pronunciare a voce alta mentre si passeggia su Resurrection Square. È già buio, i negozi qui chiudono presto, e non c'è più baccano, nonostante i ragazzi che si divertono con lo skate. Basta dire "drone" e tutti si fermano. Paralizzati, immobili. Lo sguardo al cielo in un istante. Qualcuno accelera il passo e qualcun altro si ferma. I primi a chiedere spiegazioni sono due ragazzi di Bari arrivati da una settimana per l'Erasmus in Lituania: «È successo qualcosa anche oggi? Siamo qui da pochi giorni e abbiamo già molta paura. Anche i nostri amici ci dicono che sono preoccupati».

I kit con i viveri per la fuga le famiglie ce li hanno pronti da mesi e basta un rumore più forte del solito per innescare il panico. Soprattutto dopo il tramonto. Le minacce russe a difesa della serenissima Kaliningrad, che da qui dista poco più di 100 chilometri, rovinano le notti a chi guarda i tg da casa o a chi si aggiorna nei gruppi Telegram, nei quali l'allarmismo non è mai troppo.

Eppure, non si agita eccessivamente il generale francese Guillame Thomas, il numero 2 del Comando aereo della Nato, la potentissima task force dei cieli che sorveglia anche questa fetta sterminata e gelata del confine invisibile e più blindato d'Europa. Dove, di tanto in tanto, gli strateghi del Cremlino tentano di avvicinarsi un po' troppo. Ci sono anche gli italiani, insieme a turchi e spagnoli, sempre in prima linea, con quattro super caccia che in questi giorni sono addirittura diventati sei. E proprio uno degli eurofighter col tricolore, giusto due settimane fa, ha dovuto lanciare un missile per fermare l'avanzata di un drone lanciato a troppa velocità verso i centri abitati della Lituania e per di più con un carico di esplosivo.

L'allerta

Non sono giornate tranquille nella base di Siauliai, ma i militari non ostentano ansia. Anzi, hanno fatto della calma il mantra quotidiano: osservare, comunicare, studiare la strategia, attendere gli ordini e agire in sicurezza. Solo così il dito (forse) non trema quando c'è da premere il pulsante che fa partire il missile.

«Se c'è il rischio che quell'evento causi danni alla popolazione ci verrà dato l'ordine di usare le armi a nostra disposizione - dice uno dei due piloti partiti questa mattina - Il segreto è l'addestramento, questo lavoro lo facciamo ogni giorno e nel momento in cui c'è un'incursione nel nostro spazio aereo sappiamo bene come dobbiamo agire. Con i piloti che incontriamo in aria non abbiamo mai avuto problemi diretti, li abbiamo sempre invitati professionalmente ad allontanarsi».

È cambiato molto, a queste latitudini, da quando la Russia ha alzato il tiro. Persino i termini e ovviamente i messaggi: «La nostra qui non è più un'operazione di "air policing" ma di "air defence"», ripete il generale Thomas. Tradotto dal gergo militaresco è persino meno rassicurante: i jet che ogni giorno decollano da qui non fanno più semplice sorveglianza. Sono pronti per combattere. E i missili agganciati alle ali degli eurofighter dimostrano che ogni scenario è stato messo in conto. Scontro atteso, reazione già preparata nel dettaglio. «Siamo capaci di fronteggiare le minacce su più spettri e a diversi livelli - sottolinea il super comandante dei cieli Nato - Ai russi diciamo chiaramente che abbiamo il controllo totale del nostro spazio aereo ma ribadiamo che la nostra missione è solo difensiva. Questo però non ci impedisce di agire in caso di rischio».

Messaggi che arrivano lontano, a parole e a gesti. E basta alzare lo sguardo al cielo, in una mattinata apparentemente tranquilla per capire che la Nato ha un segnale da far arrivare sia verso Kaliningrad che oltre il confine con la Bielorussia, dove gli occhi del Cremlino sono sempre in osservazione. Decollano gli F16 della Turchia per la prima missione della giornata, poi tocca a quelli spagnoli e agli italiani che danno il cambio. Non c'è oggi, ma chissà domani, una minaccia vera all'orizzonte: non si vedono droni ma le precauzioni sono quelle dei momenti più critici. Tutto vero, dall'allarme che suona all'improvviso alla corsa dei piloti che in un minuto sono già ai comandi. Sì decolla in fretta, giusto il tempo di scaldare i motori e fare i controlli tecnici. Poi via, motori al massimo.

Lo schieramento

La task force dell'Aeronautica militare ha cambiato i suoi piloti da pochi giorni e da agosto gli uomini del colonnello Stefano Livatino, che si sono trasferiti qui dal 36° Stormo di Gioia del Colle, hanno fatto già tantissimo per blindare questa porzione di Unione europea lontano da Roma solo apparentemente. Due droni neutralizzati che sono finiti sulle prime pagine di tutti i giornali d'Europa, ma anche 20 decolli di emergenza per intercettare, allontanare o abbattere oggetti volanti sospetti, aerei non annunciati e potenzialmente pericolosi. Trecento ore di volo complessive in meno di due mesi, in un momento in cui l'assedio russo all'Europa si è fatto più asfissiante e persino più fantasioso.

Nessuna missione è uguale alle altre: «Il viavai di aerei, tra Kaliningrad e San Pietroburgo, mantiene più o meno la stessa frequenza del passato. Quello che è cambiato, invece, è la minaccia dei droni - racconta il colonnello Stefano Livatino, appena sceso dal suo caccia - Un aereo è più facile da intercettare perché è più grande e di solito vola di giorno e difficilmente sfugge ai radar. Il drone è piccolo, viaggia a bassa quota e quasi sempre di notte. I modi di abbatterlo sono differenti, ma se è notte e il drone non è visibile è più difficile per il pilota usare il cannone: il tutto può diventare troppo pericoloso». Di pomeriggio si riparte. Perché non ci sono momenti di tregua in questi tempi di provocazioni e minacce. Per vederli in azione i jet della Nato bisogna salire a bordo di un C27 dell'Aeronautica lituana.

In volo

Decollo rapido e portellone aperto: nuvole e gelo, anche se l'inverno rigido è ancora lontano. Scenari da cartolina, fiumi, monti e campi coltivati e l'incubo di un rischio che quando si decolla nessuno ha il coraggio di condividere a voce alta. I caccia schierati sono sei: quelli italiani si riconoscono da lontano, da quella bandiera che il pilota si è piazzato sopra i comandi. È una formazione perfetta, con gli F16 turchi e gli F18 spagnoli. Si dividono gli spazi e dall'altra parte delle nuvole chi deve sapere sa perfettamente che questo non è il momento di osare. E a un certo punto, evidentemente, c'è anche bisogno di farsi notare un po' di più: partono alcuni flare che illuminano il cielo. Sembrano piccoli e innocui ma sono anche questi sono armi di battaglia, capaci di ingannare i missili in arrivo e deviare la loro traiettoria. E se non bastano si usano le bombe vere. La Nato lo ha deciso e lo ha detto chiaro: si spari, per difendere cielo e territori.

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