Garlasco, la difesa di Sempio in tv: «Nessuna prova su di me». Accordo in famiglia sul Dna

Due inchieste che si intrecciano. La morte di Chiara Poggi, con Andrea Sempio accusato di omicidio volontario aggravato, e la corruzione in atti giudiziari a carico del padre Giuseppe. Dopo l'archiviazione dell'ex aggiunto Mario Venditti il 17 settembre il fascicolo è stato trasmesso dai pm bresciani alla Procura di Pavia, ma già il primo settembre alcune intercettazioni «il cui contenuto era stato considerato rilevante» sono confluite nelle indagini sul delitto di Garlasco.

Tra queste, una captazione del 7 novembre 2025 nell'abitazione di via Canova: un conciliabolo di famiglia per concordare una versione comune sul Dna, riconducibile all'indagato, sotto le unghie della vittima. Informazione acquisita nel 2017 che non avrebbero mai dovuto avere, perchè era chiusa nel fascicolo ai tempi segreto sull'inchiesta bis nei confronti dell'ex commesso.

Dettatura

Si tratta della consulenza redatta dal genetista Pasquale Linarello per conto dei difensori di Alberto Stasi e allegata alla richiesta di riapertura delle indagini. Ma in qualche modo finisce nelle mani del generale Luciano Garofano, ai tempi consulente di Sempio, tramite l'allora difensore Massimo Lovati. Un documento che imbarazza la famiglia e per prepararsi a rispondere alle contestazioni nel procedimento per corruzione fa quadrato. I tre si siedono attorno al tavolo, «Giuseppe scrive quello che gli detta il figlio», annota il Nucleo investigativo di Milano.

Domanda: «Come abbiamo saputo prima del Dna?» L'indagato indica la risposta, da un articolo su un quotidiano, aggiungendo però che non è così che lo hanno scoperto, «ma c'era già la notizia in giro». In realtà si parlava di materiale biologico sotto il margine ungueale, non a chi appartenesse. Alla fine la madre Daniela Ferrari detta la linea: «C'è una trasmissione, lo ricordo perfettamente, del 22 dicembre su Telelombardia e c'era l'avvocato, questo qua di Garlasco, che diceva che praticamente c'era il Dna di questa persona. Non ha fatto il tuo nome, ma io l'ho capito in quel momento lì che eri te! Una persona nota di Garlasco e l'avvocato era quello di Linarello».

La difesa

Intanto Andrea Sempio, al cui orizzonte c'è la richiesta di rinvio a giudizio della Procura pavese, si difende in tv. «Credo che si potrebbe già risolvere tutto in udienza preliminare. Non mi sembra ci siano argomenti tali da arrivare a un vero e proprio processo. Se capiterà di dover andare a giudizio, l'affronteremo», il suo stato d'animo davanti alle telecamere di "Quarto Grado".

Per lui l'assassino di Chiara Poggi c'è già: «Penso sia stato Alberto Stasi. Credo che la condanna fosse fondata». Eppure negli atti appena depositati su quel giudizio definitivo si addensano ombre, come i controversi dati sul Dna della vittima sui pedali della bici dell'allora fidanzato, secondo l'accusa occultati dai Ris.

«Se c'è stato davvero un errore, ovviamente è una tragedia. Se ritengono che sia il caso di approfondire, ben venga. Quello poi lo vedranno loro», riflette Sempio. E se «la giustizia di per sé è suscettibile di errori», a spaventarlo «è l'idea che ci possano essere degli errori che vadano a influire sulla mia situazione. Mi auguro non accada nulla in questo senso». I pm hanno messo in fila 21 indizi a suo carico, cruciale è l'impronta 33 del palmo della mano dell'indagato impressa sul muro delle scale dove era riverso il corpo di Chiara.

Sempio si dice tranquillo: «L'abbiamo controllata, a noi quelle minuzie non risultano. Quindi per noi non solo non è attribuibile a me, ma non è attribuibile a nessuno in generale. Se verrà acclarato che quella è una mia impronta, va bene, però ci sono anche quelle di altre persone che scendendo la scala si appoggiavano, quindi c'è un motivo per cui è lì. Non è che deve essere per forza legato all'omicidio. A noi non serve sapere cosa potrebbe non essere o cosa non si può escludere. Devi avere una certezza. C'era la traccia sul muro? Sì. È stata analizzata? Sì. C'era del sangue? No. Per come la vedo io la questione finisce lì».

Infine l'orma di scarpa numero 42 sul luogo del delitto, sulla quale i legali di Sempio stanno svolgendo ulteriori approfondimenti da sottoporre ai pm. «Se tu avessi trovato a casa di Andrea Sempio una scarpa riconducibile a quella, magari sporca del sangue di Chiara, è un conto. Ma finché dici "è compatibile", non hai un elemento vero che ti collega a quello», sostiene l'indagato. Che ribadisce: «Avevo il 44 ai tempi e ce l'ho ancora oggi».

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