Abolizione del bollo su moto e auto medio-piccole: via da gennaio, coinvolti 14,5 milioni di veicoli

 Boom. Mezz'ora prima del Consiglio dei ministri chiamato a prorogare l'ennesimo taglio delle accise, Giorgia Meloni sgancia la "bomba". Via il bollo sulle auto «di piccola e media potenza», quelle fino a 80 kw, ma anche su moto e scooter, annunciano fonti di Palazzo Chigi lasciando parlamentari e cronisti di sasso. Per non parlare dell'altra metà campo: "ma che davero?", è la domanda amara che rimbalza nei capannelli di Camera e Senato. La misura a sorpresa, tenuta coperto fino all'ultimo, stando alle stime del governo vale per oltre il 70% delle auto in circolazione: 500, Clio, Panda, Twingo e via discorrendo. Conteggiando anche le due ruote, nel complesso tocca circa 14,5 milioni di veicoli, un'enormità.

Ogni cittadino avrà diritto a una sola agevolazione: stop nel 2027, anche se il governo punta a rendere l'addio al bollo strutturale vita natural durante.

E così, dopo aver strappato a Silvio Berlusconi il record del governo più longevo della Repubblica, l'ormai ex underdog cerca di scippare al Cavaliere un altro primato non da poco: cancellare con un colpo di bianchetto una delle «tasse più odiate dagli italiani», copyright della presidente del Consiglio in persona. Parafrasando, ça va sans dire, il Berlusca, che quando mise a segno il coup de theatre sulla prima casa contava nelle file del suo governo una giovanissima Giorgia Meloni. Correva l'anno 2006, per il Cavaliere la tassa più detestata dagli italiani era l'Ici. Per la leader di Fdi il balzello da colpire e affondare è il bollo su auto, moto e scooter - ci provò anche Berlusconi nel 2008, ma questa è un'altra storia ancora - per dare respiro agli italiani alle prese con la fiammata dei prezzi dei carburanti che, tra Hormuz e Bab el-Mandeb, appare ormai inarrestabile. Con il governo in affanno, che ormai fatica a tenergli testa. Finora si contano 17 decreti all'attivo per sforbiciare il prezzo di diesel e benzina, oltre 2,7 i miliardi spesi nello scontento generale degli automobilisti che, davanti a prezzi lievitati come panna montata, faticano a percepire lo sconto calato dall'alto.

E allora si cambia modulo di gioco, Meloni diktat. E si gioca per vincere, perché, benché la premier puntualizzi piccata di voler andare fino in fondo snobbando le ricostruzioni sulla tentazione di un voto anticipato, alla mossa taglia-bollo resta incollato addosso un chiaro sapore elettorale. Tant'è che quando arriva l'off di Palazzo Chigi che l'annuncia, sia in Fi che in Lega sono in molti a storcere il naso per il tempismo: «Ha bruciato tutti sul tempo», la lagnanza che rimbalza. Vale a dire: Meloni se l'è intestata per passare all'incasso elettorale. L'antipasto della campagna elettorale che verrà la premier lo serve subito, al termine del Cdm: «Altri propongono la patrimoniale, noi togliamo le tasse sulle proprietà». Touché.

L'accelerazione

L'accelerazione, arrivata dopo una notte al cardiopalmo tra numeri, conti e proiezioni, giunge al mattino dopo una serie di contatti tra Meloni e i due vicepremier, Antonio Tajani e Matteo Salvini (che in Cdm porterà un'informativa sul caro materiali), Maurizio Lupi e il titolare del Mef. È lui, il gran visir dei numeri e dei conti in ordine, l'osso duro da convincere. Tant'è che anche Salvini, il leader del suo partito, entra in campo per fargli digerire una misura che costa ben 2,3 miliardi, poco meno di quanto speso finora per gli sconti sulle accise. Che vanno avanti, seppur in misura ridotta, rimpiccioliti rispetto ai 17,1 centesimi al litro su cui ormai avevamo fatto il callo.

A spiegare il cambio di rotta ci pensa la premier, che arriva in conferenza stampa piazzandosi tra i due vicepremier e il responsabile di via XX Settembre. È lei che ha voluto imprimere l'accelerazione, fino alla sera prima decisa a combattere le resistenze di chi la invitava a prender tempo, prorogare ancora, per mettere a terra misure che inizialmente dovevano essere "mirate e selettive". Poi si è deciso di virare, complice forse lo scontento generale degli italiani per la corsa a perdifiato dei prezzi. Adottare una misura erga omnes o quasi, tagliando fuori il popolo dei suv e dei macchinoni, visto che il balzello resiste per le auto sopra gli 80 kw. E tenendo dentro il ceto medio, che rischiava di restare a bocca asciutta, soprattutto se fosse passato il bonus benzina in stile Draghi. «I proventi del bollo» vanno alle Regioni ma «chiaramente non stiamo varando un provvedimento che deve pagare qualcun altro: trasferiremo alle Regioni la quota delle risorse che rappresenta per loro un mancato introito», l'impegno su cui la premier mette la faccia. La partita si chiude, che già se ne apre un'altra. Oggi Meloni volerà a Oslo per sondare una nuova rotta del petrolio e del gas, oliare rapporti con un partner strategico. Perché il futuro del governo e il bis a Palazzo Chigi passa anche da qui, dai rincari delle bollette e i prezzi della benzina alle stelle, vale a dire dalle tasche degli italiani. Berlusconi docet.