Addio a Peppino, l’ultimo imperatore di Capri

Se n’è andato di notte, sulla sua isola, che, dichiarato il lutto cittadino, oggi gli dirà addio: alle 17 nella ex cattedrale di Santo Stefano, in piazzetta. Qualcuno, i suoi cari, gli amici, gli eterni «sognatori» peppiniani, sperava di poter festeggiare come da tradizione il suo compleanno il prossimo 27 luglio. Niente da fare, Peppino di Capri si è spento alla vigilia dell’ottantasettesimo giro di boa.

Nel nome d’arte portava la sua isola, la sua carta d’identità, la sua storia, ma era stato un caso. Settembre 1958, gli studi della Carisch a Milano. Il diciannovenne Giuseppe Faiella, così all’anagrafe, si presenta con il ciuffo cotonato, gli occhialoni alla Buddy Holly. Canta un po’ come Johnny Ray, ma ha un suono più nasale e, dentro, la lezione della tradizione napoletana, melodica ma con voglia di... sincoparsi un po’. Il discografico lo guarda con interesse. «Gli amici come ti chiamano?», gli chiede, poco convinto da quel nome troppo... normale. «Peppino», risponde lui. «E di dove sei?», rilancia. E lui: «Di Capri».

Morto Peppino di Capri, le reazioni dei napoletani: «Se ne va un grandissimo della musica»

Nome d’arte trovato, torniamo indietro ad un esordio che sa di leggenda, come molta di questa storia isolana, ma non isolata. Il primo concertino a 4 anni, al pianoforte, per i soldati americani che stazionano sull’isola. È da loro che scopre i nuovi ritmi d’oltreoceano, è a quel sound che guarda quando nel 1953 con l’amico Ettore «Bebè» Falconieri forma il Duo Caprese. Tre anni dopo Enzo Tortora li premia a «Primo applauso», il duo diventa un gruppo, i Capri Boys, con Pino Amenta al basso, Mario Cenci alla chitarra e Gabriele Varano al sax. Notati dal suddetto discografico durante una serata all’ancora non mitico Rangio Fellone di Ischia, vengono messi anche loro sotto contratto e diventano i Rockers, altro omaggio a Buddy Holly (ed ai suoi Crickets), dopo gli occhiali del leader. Il primo rock and roll e il twist di Chubby Checker li spingono ad accelerare il ritmo della monotona e melodica canzonetta italiota. E a giocare con le lingue: l’inglese di «Let me cry», il napoletano di «Nun è peccato» di Ugo Calise e di «Malatia» di Armando Romeo, l’italiano di «Nessuno al mondo». e le cover: dell’americana «No arms can ever hold you», delle partenopee «Luna caprese» e «I te vurria vasa’». L’uomo che anima i balletti casalinghi sulle note di «Let’s twist again» e «Saint Tropez twist» è lo stesso che presenta a quei giovani danzatori la melodia classica napoletana, con più brio, contaminandola. Arrivano «Don’t play that song»; «Roberta», dedicata alla prima moglie Roberta Stoppa; «Be my baby», proprio quella delle Ronettes. Peppe è un traghettatore della nuova musica americana, ma anche l’anello di congiunzione tra Renato Carosone e Pino Daniele sulla strada della canzone newpolitana. «Operazione sole» è il primo ska italiano, i Rockers lasciano spazio ai New Rockers, nel 1970 di Capri vince, a Capri, l’ultimo vero Festival di Napoli con «Me chiamme ammore», fonda la sua etichetta discografica, la Splash, stesso nome del suo locale isolano, del suo studio di registrazione napoletano. L’album «Napoli ieri - Napoli oggi» raccoglie le sue riletture veraci.

Nel 1973, lo stesso anno del supersuccesso «Champagne», vince il primo Sanremo con «Un grande amore e niente più» di Claudio Mattone e Gianni Wright su testo di Franco Califano, tre anni dopo fa il bis con «Non lo faccio più» (Depsa/Iodice/Berlincioni), più sbarazzina (ricordate? «E lo scialle della mamma guarda un po’ che fine fa, forse lei te lo ha prestato, forse invece non lo sa»). Del Festival diventerà recordman di presenze, 15, come Zanicchi e Cutugno, Oxa e Al Bano.

Il riformista si fa cantore melodico, come l’amico Gianni Morandi conosce le discese ardite e le risalite della carriera. I cantautori mandano in pensione la canzonetta più leggera, ma lui resiste, rilancia, suona tantissimo dal vivo, diventa il re del night, torna a Sanremo (1995) con Gigi Proietti e Stefano Palatresi come Trio Melody per cantare «Ma che ne sai...(se non hai fatto il pianobar)».

Ormai veterano, sempre elegantissimo, gestisce la sua band dal palco, ha un mixer accanto alla tastiera, porta in concerto quanto imparato in studio di registrazione. E non rinuncia mai a misurarsi con le novità, ad ascoltare la nuova musica che gli gira intorno, trovando occasioni di rilancio nella colonna sonora di «Capri», serie riproposta proprio in questi giorni da Rai3, nell’incontro con il rapper Guè in «Fiumi di champagne», che finisce anche in «Natale con il boss», film di Volfango De Biasi in cui recita pure con ironia. Il cinema lo aveva frequentato anche al tempo dei musicarelli, nel 2025 la sua storia viene raccontata su Raiuno da «Champagne», film banalotto di Cinzia TH Torrini con Francesco Del Gaudio nei suoi panni giovanili.

La sua carriera è ricca di exploit, compreso quel celebre tour da supporter dei Beatles nel 1965. La sua vita privata altalenante. Era rimasto scosso dalla morte, nel 2019, della seconda moglie, Giuliana Gagliardi, ma non si era chiuso nel passato, continuando a scrivere e cercare canzoni, a incidere dischi: «Un bilancio? Ottimo e abbondante», mi raccontò quando compì 80 anni. «Rimpianti? Non si piange sul latte versato. Ho amato e sono stato amato, ho una famiglia magnifica, ho avuto amici splendidi. E sono nato sull’isola più bella del mondo. A 70 anni, però avrei guardato al futuro, ora guardo solo al presente, alla possibilità di afferrare ogni cosa che viene ancora. Lo dico subito: io so cantare e suonare, non so fare altro, e vorrei farlo fino alla fine, in qualsiasi modo essa si debba presentare».

Ora che quella fine si è presentata tutti ricordiamo l’ultima volta che lo abbiamo sentito cantare, magari alla festa organizzatagli al Trianon da Marisa Laurito per gli 85 anni. Stava male, ma fu felice di quel trono su cui lo coccolammo ancora una volta.

Video

Trentacinque milioni di dischi venduti, qualcuno li ha contati, migliaia di concerti in tutto il mondo, sapeva quando era cambiata la sua carriera, quando da (r)innovatore si era trasformato nello chansonnier classico-melodico: «Credo sia successo negli anni di “Canzonissima”: tutti mettevano la giacca e la cravatta e pensavano a conquistare più le mamme e le nonne delle figlie. Lo facevano Gianni Morandi, Massimo Ranieri, Mino Reitano... lo feci anche io». Ricordava anche gli anni bui: «A metà Sessanta non tiravo più come prima e avevo sperperato i tanti soldi che avevo guadagnato. Provai a importare lo ska, a rinnovare ancora il repertorio dei miei Rockers, ad approfittare della moda dei musicarelli, ma... Mi ritirai a Capri, non uscivo di casa se non per fare un tuffo a mare. Poi una sera vidi Georges Moustaki in tv cantare “Lo straniero” e mi chiesi che cosa stessi combinando. Scappai a Roma e feci il giro dei night in cui ero stato di casa e che non mi chiamavano più perché costavo troppo. Abbassai il cachet sotto le mie abitudini e sotto il livello dei miei colleghi e... ripartii, piano piano, forte forte».

Pianofortissimo avrebbe suggerito Carosone riconoscendo in lui l’americano di Capri.

Ciao Peppino, ciao. E grazie di tutto.