Con il suo valzerino ruffiano, «Champagne» è diventata il tormentone di Peppino Di Capri, non poteva esimersi mai dal cantarla. Nei paesi latinoamericani è la canzone italiana più famosa e suonata con «Volare» e «'O sole mio». Di Capri la incise anche in francese, inglese, e in turco, e in greco. Se ne contano versioni in spagnolo e portoghese, quella di Manolo Otero è stata sigla di una fortunata telenovela, l’ha registrata anche Bocelli. Prima di diventare il titolo sul biopic dedicato al cantapianista, bruttarello anziché no, spuntava in «Profumo di donna» e «Il commissario Lo Gatto» di Dino Risi, in «Rimini, Rimini» di Sergio Corbucci, in «Terra bruciata» di Fabio Segatori in cui Di Capri viene ucciso, con un colpo in testa, proprio mentre la canta, e in «A spasso nel tempo» dei Vanzina, in cui Christian De Sica, proiettato negli anni ‘60, anticipa a Peppino il suo futuro successo.
La fortuna di «Champagne» sta nella sua efficacia melodica, ma anche in quei versi romantici e perfetti per ogni compleanno, matrimonio, comunione, cena galeotta (i professionisti del settore in queste occasioni si limitano al ritornello, evitando accuratamente le strofe che parlano dei brindisi «a te che già eri di un altro» e alla «fine di un amore»). Già, perché quella coppa di bollicine serviva per dimenticare un amore andato male. Ma tutto il canzoniere di Giuseppe Faiella merita di essere rivisitato con attenzione.
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«Nun è peccato» (1955) porta la firma di Carlo Alberto Rossi e di Ugo Calise, che rinnova il tradizionale schema compositivo della canzone napoletana guardando all’America. Di Capri la rende un successo, anche se i benpensanti gridano allo scandalo nel sentir cantare esplicitamente che l’ammore... nun è peccato, e per ammore si intendeva il sesso, parolina, e concetto, vietatissimo in tempi democristi. «Malatia» (1957) cambia faccia rispetto alla versione originale del suo autore, Armando Romeo. La linea melodica è la stessa, i Rockers aggiungono una robusta sezione ritmica e un bel assolo al sax di Gabriele Varano, l’inciso viene ripetuto in inglese. I pianobar non hanno mai dismesso il pezzo.
«Nessuno al mondo» (1960), come denuncia la commistione di autori (Crafer/Nebb/Rastrelli/Gioia) è una cover, uno dei tanti successi internazionali che di Capri riprende, come slow rock da balera. Prima in hit parade, 24 settimane di permanenza. «Luna caprese» (1960): i versi del brano di Cesareo e Ricciardi oggi accolgono i turisti a Capri. Lanciata da Nilla Pizzi viene fatta propria da Peppino, poi anche da Connie Francis. «Let’s twist again» (1961) è una cover di Chubby Checker, il re del twist. L’Italia impazzisce e balla. «St. Tropez twist» (1962): stavolta il twist Faiella se lo scrive con Mario Cenci e fa di nuovo centro, la ragazza in copertina sul 45 giri è una giovanissima Raffaella Carrà.
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«Roberta» (1963), scritta con Naddeo e Lepore, vince il Cantagiro e provoca un boom di Roberte nei battesimi. La dedica è per la prima moglie, Roberta Stoppa. Il matrimonio dura poco, il successo del brano molto di più. «Girl» (1966): il chitarrista Mario Cenci traduce il successo dei Beatles che finisce pure nel film televisivo «Totò a Napoli». «Operazione sole» (1966): il testo del primo ska italiano è di Cenci. «Me chiamme ammmore» (1970): il tandem con Mimmo Di Francia vince l’ultimo Festival di Napoli e inizia un riscrittura delle regole melodiche e narrative della canzone napoletana. Senza l’ironia di Carosone, ma su quella strada aperta alle influenze internazonali e contaminata.
«Frennesia» (1971): continua il rinnovamento di cantaNapoli dall’interno. Il brano è di Migliacci/Mattone e sul retro c’è un’altra chicca, «Signo’ dint’a sta chiesa» dei fratelli Moscarelli che ridicono chiaro e forte, in anni ancora bigotti e... in ambiente ecclesiastico, che fare l’amore nun è peccato. «Un grande amore e niente più» (1973), scritta con Franco Califano e Gianni Wright, prima vittoria a Sanremo, con un incipit riuscitissimo: «Io lontano da te, pescatore lontano dal mare».
«Non lo faccio più» (1973), divisa in fase compositiva con Depsa, Iodice e l’allora esordiente Fabrizio Berlincioni, rivince a Sanremo. Sempre melodica, un po’ scapricciatella (lo scialle della mamma serve per uno spogliarello), non vende tantissimo. «Incredibile voglia di te» (1977), autori anche Depsa e Di Francia. La conversione melodica ormai è definitiva, ma il pezzo funziona. «E mo’ e mo’» (1985), una perla newpolitana, attualizzata nei mesi scorsi dalla rilettura per voce, organetto ed elettronica di Gnut e Alessandro D’Alessandro. Firmata con Fasano e Depsa, parte bene e finisce persino meglio: «Io te dicevo che accussi’ l'ammore po' fa male/ Tu me dicive nunn’è ‘o vero e ce saputo fa’/ Mannaggia a me, mannaggia a te, t'è si arrubato ‘o core/ e po’ te si levato ‘o sfizio e m’è fa’ nnammura’». «Il sognatore» (1987). A Sanremo si piazza quinta, tra gli autori, con il fido Depsa, c’è anche Toto Cutugno. Era la canzone più amata da Peppino, quella in cui lui si rivedeva di più.