Aiutò gli agenti con Fakir: “Sono stato minacciato e cacciato dal Pilastro. Adesso vivo nel terrore”

Bologna, 26 agosto 2026 – La voce è concitata. Trasuda di tutta l’ansia e la preoccupazione accumulate nell’ultimo mese abbondante trascorso a nascondersi. Nascondersi dallo stesso quartiere in cui vive ed è cresciuto. Nascosto, da chi “già poche ore dopo la morte di Abderrahim Fakir mi ha minacciato, mi ha malmenato e mi ha costretto ad andarmene da casa mia al Pilastro, temendo per la mia incolumità”. Kosovaro d’origine, 37 anni (di cui 35 vissuti in Italia) e tre figli, lui è l’uomo immortalato nei video diffusi sulla tragedia di via Svevo mentre trattiene per i piedi il 42enne marocchino poi morto al culmine del contenimento dei poliziotti. “Ma io volevo solo aiutare Fakir”, scandisce.

Riavvolgendo gli orologi alla mattina del 19 luglio, cosa ricorda? Quando ha visto per la prima volta Fakir in via Svevo?

“Saranno state le 10.45. Le sue urla mi hanno svegliato e mi sono affacciato dalla finestra. L’ho visto urlare, sbattere la testa contro il cemento. Si feriva, stava male”.

E lei cosa ha fatto?

“Non lo conoscevo. Ho visto la polizia arrivare e poi gli agenti, notandomi affacciato al balcone, mi hanno chiesto di scendere per portare un po’ di acqua per lui”.

Quindi lei arriva di sotto. Poi cosa succede?

“Quel ragazzo non la smetteva di agitarsi. Stava male, ma nessuno pareva conoscerlo lì in via Svevo. La situazione è precipitata quando, dopo almeno un’ora di tentativi di calmarlo, Fakir si è avvicinato ad un ragazzo che stava parcheggiando”.

Lo ha aggredito?

“No, prima ha colpito l’automobile, poi l’ho visto avvicinarsi a questa persona mettendole un braccio intorno alle spalle, ma non mi sembrava violento: come per appoggiarsi. In quel momento i poliziotti hanno ritenuto di agire forse temendo che la situazione degenerasse”.

Lei in quale momento del contenimento interviene?

“Inizialmente a tenere i piedi di Fakir c’era un suo connazionale marocchino. Mai mi sarei sognato di intervenire se questa persona non me l’avesse chiesto”.

Aiutò gli agenti con Fakir: “Sono stato minacciato e cacciato dal Pilastro. Adesso vivo nel terrore”

Cosa le ha chiesto?

“Questo: di tenere io i piedi di Fakir”.

E i due poliziotti?

“Uno di loro mi ha detto di bloccarlo ’bene’ perché avrebbero poi dovuto portarlo via a curarsi. Lui era agitatissimo. Ma i due agenti non volevano fargli del male, solo bloccarlo”.

Ha parlato con la procura?

“Certamente. Sono stato sempre io il primo ad accorgermi che qualcosa non andava. Ho chiesto: ’Ragazzi, ma respira ancora?’. Si sente anche nei video. Gli inquirenti mi hanno ascoltato già due volte, ma adesso io ho bisogno di aiuto, non sono più al sicuro”.

Su che base fa questa affermazione?

“La sera della tragedia sono stato accerchiato da un gruppo di ragazzi del quartiere. Mi hanno malmenato, minacciato: ’Devi sparire’, mi hanno detto”.

Sin da subito dunque ha lasciato il Pilastro?

“Immediatamente. Mi sono sentito in pericolo. Sono tornato qualche notte per aiutare mia mamma e in un’occasione i vicini mi hanno detto: ’Vai via da qua, se ti vedono ti spaccano la testa’”.

Ha denunciato?

“No, ma se dovessi tornare a ricevere minacce lo farò”.

E ora come vive?

“Nel terrore. A casa di amici, lontano. Dormo due ore a notte, ho dovuto smettere di lavorare e ho bisogno di aiuto per trovare una nuova sistemazione”.

Come vede il suo futuro?

“Quale futuro? Io voglio andarmene da qui, lasciare il Paese perché ho paura. Ma vorrei solo pace e tranquillità. Non ho fatto niente e sono devastato per ciò che è successo a Fakir”.

Con i familiari del 42enne ha parlato?

“Vorrei che mi aiutassero a fare capire che io non c’entro nulla. Eravamo in quattro quel giorno a tentare di calmarlo, perché se la sono presa solo con me?”.