Alcuni cervelli non marciscono per migliaia di anni: ora sappiamo perché

Il cervello è tra gli organi che iniziano a degradarsi più rapidamente dopo la dipartita. Eppure archeologi e antropologi hanno recuperato oltre 4.400 cervelli umani conservati, appartenenti a individui vissuti nell’arco degli ultimi 12.000 anni. Come hanno fatto?

In molti casi pelle, muscoli e organi erano completamente scomparsi, mentre all’interno del cranio restava una massa cerebrale rimpicciolita ma ancora riconoscibile. Circa un terzo di questi reperti non può essere spiegato con processi già noti, come mummificazione, congelamento o saponificazione, la trasformazione dei grassi corporei nella cosiddetta cera cadaverica. Il mistero riguarda soprattutto sepolture impregnate d’acqua e povere di ossigeno, individuate in letti di fiumi, rive di laghi, grotte allagate e relitti sommersi. Normalmente l’acqua favorisce la decomposizione, ma in queste condizioni sembra accadere qualcosa di opposto e sorprendentemente selettivo (abbiamo anche ricostruito il primo cervello completo di uno dei più antichi dinosauri mai esistiti).

Lo studio dell’Università di Oxford

Per capire il fenomeno, un gruppo dell’Università di Oxford ha sepolto carcasse di topo in quattro ambienti con differenti quantità di acqua e ossigeno, seguendo per sei mesi il deterioramento del cervello. I campioni sono stati analizzati dopo 24 e 72 ore, una settimana, sei settimane, tre mesi e sei mesi, ricostruendo oltre 1,26 milioni di traiettorie di decadimento delle proteine.

Nelle prime fasi i tessuti seguivano percorsi simili, ma dopo alcune settimane la presenza di ossigeno diventava decisiva. Quando era abbondante, i radicali liberi innescavano reazioni a catena capaci di distruggere rapidamente le proteine. In un ambiente umido e ipossico, invece, l’ossigeno non bastava per completare il processo. I prodotti intermedi della decomposizione finivano così per legarsi tra loro, creando aggregati proteici duri, insolubili e resistenti a un ulteriore deterioramento.

Perché gli antichi cervelli conservati sono importanti

Il tessuto cerebrale sarebbe particolarmente adatto a questo percorso perché ricco di metalli, membrane e amminoacidi capaci di partecipare alle reazioni dei radicali liberi. Anche il cranio potrebbe contribuire, limitando il passaggio di ossigeno e liquidi. La cosa interessante è che le proteine più resistenti mostrano caratteristiche simili a quelle osservate in malattie neurodegenerative come l’Alzheimer. Gli antichi cervelli potrebbero quindi diventare archivi biologici preziosi per studiare i processi che rendono alcune proteine anormalmente stabili, come ad esempio questi resti che ci narrano di un intervento al cervello e un sacrificio dell'età della pietra.

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