Dal 1° gennaio 2026 chi importa nell’Unione europea diamanti deve presentare documenti di tracciabilità. Bruxelles ha reso più duro il sistema di controlli per impedire che i diamanti russi entrino in Europa dopo essere stati ripuliti in Paesi terzi.
Ma si fa presto a dire diamanti russi. I diamanti russi vengono da uno dei luoghi più remoti e isolati del pianeta. La Repubblica di Sacha, o Jakutia: milioni di chilometri quadrati di taiga, tundra e permafrost, un territorio dieci volte l’Italia. Se fosse uno stato indipendente sarebbe fra i più estesi al mondo. D’inverno il termometro tocca i cinquanta sotto zero. Come dicevano i deportati, “lo sputo ghiaccia in volo”. Sotto quel terreno inospitale si nasconde una delle maggiori concentrazioni di diamanti del pianeta.
La gestione è nelle mani di una società chiamata Alroza: “Almazy Rossii-Sacha”, “Diamanti Russo-Jakuti”.
Per capire cosa centri il Cremlino con i diamanti della Jakutia bisogna tirare in ballo una faccenda scomoda e sommersa, il colonialismo russo. Quando diciamo “Russia” immaginiamo uno stato nazionale. In realtà la Federazione russa è uno Stato multinazionale composto da oltre venti repubbliche, patrie storica di popoli non russi: tatari, baškiri, ceceni, buriati, tuvani, calmucchi, sacha e molti altri.
I sacha, popolazione di lingua turca arrivata nella notte dei tempi dalla regione dell’immenso lago Bajkal, sono ancora oggi il gruppo etnico più numeroso. Il capo della repubblica jakuta, Ajsen Nikolaev, è un sacha. Una parte della ricchezza prodotta dalle miniere rimane sul territorio. Ma il resto finisce a Mosca dove si trova il baricentro del potere.
Putin ha costruito quella che ha definito “vertikal vlasti”, “verticale del potere”, rafforzando il controllo sulle regioni. Dopo la strage di Beslan nel 2004, ha cancellato le elezioni dirette dei governatori delle repubbliche. Nel 2012 sono state reintrodotte, ma attraverso un sistema che lascia a Mosca un’influenza decisiva sulla scelta dei candidati. Il Cremlino preferisce affidarsi a dirigenti di etnia locale, ma politicamente fedeli. Vedi Kadyrov in Cecenia.
E gli appelli pubblici alla violazione dell’integrità territoriale della Federazione sono diventati un reato penale proprio negli stessi anni in cui il Cremlino organizzava e sosteneva il separatismo in Donbass. In altre parole. Mosca rivendica il diritto all’autodeterminazione delle popolazioni russofone oltre i propri confini, ma non ammette che lo stesso principio venga invocato all’interno della Federazione.
Quando si parla di colonialismo vengono in mente le caravelle, la regina Vittoria, o gas del generale Graziani… Raramente si pensa alla Russia. Eppure anche la Russia ha avuto il suo colonialismo. La differenza è che non attraversava i mari. Avanzava via terra. Una fortezza dopo l’altra. Un fiume dopo l’altro. Una tribù dopo l’altra. Dagli Urali fino al Pacifico.
Nel 1632 i cosacchi fondano Jakutsk sulle rive della Lena. Da lì prende avvio la conquista della Jakutia. Alle popolazioni indigene viene imposto lo jasak, tributo in pellicce destinato allo zar. La resistenza non tarda ad arrivare. C’è stata pure una Little Bighorn russa. Nel 1642, sul lago Aččyk, gli jakuti infliggono ai cosacchi una delle più pesanti sconfitte dell’intera conquista della Siberia. Poi arrivano i “nostri”. Seguono spedizioni punitive, villaggi incendiati, ostaggi, esecuzioni, violenze carnali. Infine arriva l’ospà, il vaiolo. Come nelle Americhe, sono soprattutto le epidemie a spezzare definitivamente la resistenza dei nativi.
I bolscevichi hanno denunciato il colonialismo zarista, proclamando il diritto dei popoli all’autodeterminazione. La družba narodov, l’amicizia fra i popoli, è uno dei tormentoni dell’ideologia sovietica. Ma la geografia del potere è cambiata meno di quanto lasciassero intendere gli slogan. Dopo la guerra civile la maggior parte dei territori del tanto esecrato impero zarista torna sotto il controllo di Mosca. Cambiano i simboli sulle torri del Cremlino, ma il potere è rimasto lì dentro quelle rosse mura circondate da tombe di bolscevichi, uno dei quali imbalsamato in completo da businessman con cravatta a pois, come quella di Berlusconi.
Quando l’Urss si dissolve nel ‘91, emerge la Federazione russa che ha mantenuto al proprio interno oltre venti repubbliche nazionali e decine di altri territori abitati da popoli non russi.
Il colonialismo russo resta fuori dal dibattito europeo per il semplice fatto che non c’è mai entrato. Anche il razzismo quotidiano racconta qualcosa di questa storia. Per decenni i čukči, popolazione dell’estremo nord-est siberiano, sono stati il bersaglio preferito delle barzellette sovietiche. Come in Italia i carabinieri. Vedi questa: siccome i Čukči hanno la stessa faccia, le autorità hanno deciso di usare la stessa fotografia per tutte le carte d’identità. Finché un giorno uno di loro si presenta allo sportello e protesta: “Faccia essere mia. Maglietta non essere mia”. Faceva ridere milioni di sovietici. Ma raccontava anche il modo in cui guardavano alle periferie dell’impero: popoli primitivi, destinati a essere civilizzati dalla cultura russa.
Negli ultimi anni il sangue versato in Ucraina ha fatto tornare a galla questa storia. Diversi studi indipendenti, basati sui necrologi, hanno mostrato come, soprattutto nelle prime fasi, il reclutamento abbia interessato in misura elevata regioni svantaggiate come Buriazia, Tuva, Daghestan o Baškortostan. Redditi più bassi, minori opportunità di lavoro, maggiore peso dell’esercito nell’economia locale: le ragioni sono molteplici, ma il fenomeno ha riaperto una domanda che attraversa tutta la storia russa: chi paga il prezzo, umano ed economico, della potenza di Mosca?
La Jakutia continua a produrre diamanti che non arrivano più in Europa. Una parte dei profitti rimane sul territorio. Un’altra finisce a Mosca. Ogni diamante estratto dal permafrost siberiano viaggia accompagnato da documenti che ne attestano la provenienza. Oggi verso India e penisola araba… Nessun documento racconta la storia della terra da cui proviene.
Quanto potrà reggere questa costruzione imperiale così sbilanciata? Il Cremlino saprà o dovrà rinunciare alle immense ricchezze dell’Oriente – oltre ai diamanti, petrolio, gas e altro – che permettono ai russi di stare in piedi da secoli e fare guerre e rivoluzioni?