«alejandra alejandra / sotto ci sono io / alejandra».
Alejandra Pizarnik si è uccisa il 25 settembre del 1972, a 36 anni, era nata ad Avellaneda nel 1936, è morta a Buenos Aires. È stata una grandissima poeta, intellettuale, leggermente sottovalutata, amata spesso per i motivi sbagliati. Per esempio, amata per la semplicità (solo apparente) dei suoi versi. Tante e tanti a pensare di poterla imitare, a dirsi cose come, io queste poesie le capisco. E invece nelle sue poesie, spesso molto brevi, si celavano mondi, solchi profondi. Gli specchi – che lei tanto amava – dentro i quali riconoscersi, come margini, come prospettive diverse di sé. Crocetti pubblica ora, per fortuna, Poesia completa, a cura di Matteo Lefèvre, e con uno scritto di Concita De Gregorio.

La vita e la scrittura sofferta di una grande poetessa
Che si sarebbe uccisa ai suoi studiosi è sempre parso inevitabile; come è inevitabile, riflettendo sulla sua scrittura, parlare di sofferenza, malessere, senso di abbandono, amore. Pizarnik amava la notte, le sue poesie sembrano tutte scritte col favore del buio, anche quelle che non nominano direttamente le ore notturne. Nell’assenza di sole brillava, ha sempre brillato, continuerà a brillare la sua luce. Anche Pizarnik, come la poeta iraniana Forugh Farrokhzad, ci parla dai confini della notte, quando ha scritto lo ha fatto nelle sue ore più buie, lo ha fatto per mantenere viva una fiammella, fosse soltanto una piccola luce.
«penso al tuo volto e a te e alle tue mani e / al rumore della tua penna e a te».
Viaggiatrice, studiosa, sempre in cerca di qualcosa, amica di Cortázar, di Octavio Paz, di Silvina Ocampo - di quest'ultima anche innamorata, l’ultima telefonata prima di darsi la morte, telefonata non andata a segno, pare sia stata fatta a lei. Pizarnik ha scritto sempre dai limiti del silenzio, così arrivano le sue parole, suoni bassi e intesi, note modulate che solo certe orecchie, certi cuori, possono ascoltare. Viene da pensare ai pellerossa quando appoggiavano le orecchie sul suolo della prateria sconfinata per sentire l’arrivo dei cavalli in lontananza. Noi appoggiamo le orecchie, gli occhi e il cuore sulle pagine di Alejandra Pizarnik e ci accorgiamo della poesia. Proprio, ce ne rendiamo conto.
«pensiamo a tutti e due / tutti e due tu + cielo = le mie galoppanti sensazioni / biformi bicolorate biterribili bilontane / lontane lontane / lontano».
Le mille strade delle poesie di Alejandra Pizarnik
L’amore, l’indagine sull’amore, questo soprattutto. E poi l’esplorazione dei limiti del linguaggio e della forma; le sue poesie seguono la forma tradizionale e poi la abbandonano entrando nel regno della prosa breve. Perché un solo percorso non basta, la strada non è mai una sola. E allora testi di due versi, di un verso, l’accelerazione totale. Tre parole, un soffio, il respiro. Pizarnik maneggia la tensione tra luce bianchissima e oscurità profonda, esplora l’identità femminile, si domanda cosa possa fare il corpo, cosa possano fare due corpi insieme. Cosa significhi abbandonarsi, cosa essere abbandonati, cos’altro ancora voglia dire abbandonare. La verità, per Pizarnik, può essere rivelata soltanto restando nell’inquietudine, maneggiandola.
«E chi non ha un amore? / E chi non è felice tra i papaveri?»
Ossessionata dalla vita e dalla morte, le ha desiderate entrambe, ardentemente, costantemente, le ha raggiunte. Ha sofferto, ha goduto, ha scritto. È andata e venuta dall’Europa all’Argentina, ha indagato, ha studiato, si è posta domande e non si è mai data risposta. Ha insistito, ci ha lasciato la sua sofferenza, il suo accurato esame del dolore. Ci ha lasciato la possibilità di leggere le sue poesie ad alta voce. E ci ha ricordato una cosa, che la poesia non finisce, prosegue nel tempo, negli occhi e nell’esperienza di chi legge. Stiamo in ascolto, Alejandra, ti abbiamo creduta.

Splendida l’operazione di Crocetti di raccogliere tutte le sue poesie, comprese quelle rimaste inedite per molti anni.
«Poco so della notte / ma la notte sembra sapere di me».
Una volta a Buenos Aires, camminavo con mia moglie, a La Boca, su un muro, una di fianco all’altra c’erano scritte una poesia di Julio Cortázar e una di Alejandra Pizarnik, le calligrafie erano diverse, ma che fossero vicine non poteva essere casuale. Pensammo quel giorno, era il 2018, è così che deve essere l’amicizia, è così che deve essere la poesia.
Gianni Montieri, è nato a Giugliano in provincia di Napoli. Scrive per Doppiozero, minima&moralia, Esquire Italia, Huffpost e il manifesto, tra le altre. Prova a incrociare la letteratura con lo sport per L’ultimo uomo, Rivista Undici.
I suoi libri di poesia più recenti sono Ampi margini (2022) e Le cose imperfette, editi da Liberaria. Ha pubblicato per 66thand2nd due titoli, Il Napoli e la terza stagione e Andrés Iniesta, come una danza. Vive a Venezia.