All’Asinara l’autista di Falcone: «Era un grande uomo che mi cambiò la vita» - L'Unione Sarda.it

«Il giudice Falcone non è stato ucciso dalla mafia, intesa come manovalanza, ma andava a disturbare qualcun altro e non certo chi spara. Ancora oggi ricordo il giorno della strage e perché sono sopravvissuto all’attentato di Capaci: lo devo a Falcone che prima ancora di essere magistrato era un grande uomo che ha cambiato la mia vita».

È la testimonianza lucida di Giuseppe Costanza, l’autista giudiziario che scampò alla strage del 23 maggio 1992 in cui morirono il magistrato Giovanni Falcone e la moglie Francesca Morvillo, oltre a quattro agenti della scorta. Il racconto davanti agli studenti delle scuole di Quartu, Tonara, Porto Torres e Stintino, nell’isola dell’Asinara. Storie che restano nella memoria, identificano luoghi e ogni volta svelano nuove emozioni e lasciano messaggi di speranza.

L’Asinara, ha regalato proprio questo nel giorno della inaugurazione della mostra fotografica itinerante “Gli invisibili, ammazzati dalla mafia e dall’indifferenza”, una esposizione a cura di Lavinia Caminiti, partita da Palermo ha fatto tappa in diverse località italiane. Allestita all’interno del Museo della memoria del Parco nazionale dell’Asinara, nella ex diramazione centrale di Cala d’Oliva, la mostra organizzata dalla Regione e dall’Agenzia Conservatoria delle Coste della Sardegna, sarà visitabile fino al 31 ottobre nei locali che ospitarono la vecchia scuola del carcere, nella ex armeria, nella ex caserma agenti, negli uffici della ex direzione della polizia penitenziaria, un museo che comprende la ex infermeria e barberia, il posto di sentinella e le sei cellette di isolamento. Tracce di storia in un’isola che ospitò nell’estate del 1985 i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, un luogo dove lasciò la sua impronta il generale Carlo Alberto dalla Chiesa, che scelse Fornelli per istituire il carcere di massima sicurezza.

A ricordare gli eroi che lottarono contro la mafia c’erano Lucia Borsellino e Nando dalla Chiesa, figli di uomini di Stato uccisi da Cosa Nostra. «Quest’isola rappresenta il rifugio di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, il luogo dove furono costretti a trascorrere un mese della loro vita, in un periodo non tanto piacevole. Penalizzati per la loro attività, anche se qui lavorarono sulla ordinanza sentenza del maxiprocesso contro Cosa Nostra, protetti per un lungo periodo in questa isola che merita di essere valorizzata come simbolo della legalità e della giustizia».

Costanza ha ripercorso il giorno dell’attentato di Capaci, quando all’aeroporto di Palermo, Punta Raisi, attendeva il giudice per accompagnarlo verso il capoluogo siciliano, a bordo di una delle tre Fiat Croma. L’autista di Falcone sedeva dietro, mentre il giudice aveva scelto di mettersi alla guida per fare compagnia alla moglie che soffriva di mal d’auto. Procedevano lungo l’autostrada A9, erano le 17.59. «In quell’istante chiesi al magistrato di restituirmi le chiavi una volta arrivati a destinazione, così le tolse istintivamente dal cruscotto causando lo spegnimento del motore e l’improvviso rallentamento dell’auto». Fu in quel momento che l’auto fu investita dall’esplosione. Morirono sul colpo gli agenti della scorta, Falcone e la moglie si spensero più tardi all’ospedale di Palermo. Anche ieri mattina l’Asinara è stata protagonista di un’altra giornata della memoria, in cui non solo uomini delle istituzioni ma anche vittime comuni e ben 103 bambini uccisi dalla mafia, appaiono nelle immagini e nelle foto pubblicate nei quotidiani e giornali nazionali, «un ricordo che si vuole trasmettere alle nuove generazioni, perché la memoria è responsabilità, una cosa sacra, chi è senza memoria è senza libertà, fa ritornare in vita gli invisibili, tanti, tra  giornalisti, amministratori e bambini», sono le parole di Nando dalla Chiesa. 

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