Alla Sonnabend Collection gli ‘Screen Tests’ raccontano un Warhol come non lo abbiamo mai visto

Foto allestimento. Ph. Giuseppe Gradella

Dal linguaggio sperimentale del Neo-Dada alla forza iconica della Pop Art, dalle strutture rigorose del Minimalismo a quelle poetiche dell’Arte Concettuale, fino ai linguaggi visionari dell’Arte Povera italiana e allo sviluppo della fotografia contemporanea, la Sonnabend Collection sembra racchiudere tutto in una sola parola: colore. Colore pop, colore laccato e luccicante di Jeff Koons, quello punteggiato di Lichtenstein, graffiato e sporcato di Jasper Johns. Eppure, al Palazzo della Ragione di Mantova, la nuovissima collezione sceglie di inaugurare con una mostra temporanea che pone l’attenzione su un Andy Warhol meditativo, intimo, che lavora sui toni del bianco e del nero.

Se ricordiamo Warhol per aver trasformato oggetti e immagini della cultura di massa in opere d’arte, cambiando il modo di intendere l’arte contemporanea, per l’utilizzo del colore pop, delle serigrafie e di una logica vicina alla produzione industriale, dobbiamo per un attimo dimenticare tutto questo. Seduti su delle panche di legno, all’interno di un allestimento minimale e scuro, ci ritroviamo davanti ai 21 Screen Tests: immagini in movimento, video in bianco e nero che ritraggono, attraverso splendidi primi piani, personaggi famosi e amici dell’artista statunitense. Sono brevi cortometraggi di circa tre minuti che Warhol riprende dal linguaggio cinematografico: lo screen test era infatti un provino utilizzato per capire se un attore fosse adatto allo schermo, un vero e proprio “test per lo schermo”. Attraverso tre video per ciascuno dei sette schermi presenti, Warhol ci fa immergere in un’intimità che non pare abituale. Un’intimità che ci costringe a guardare immagini leggermente rallentate, come fotogrammi di film muti, lontane dal ritmo del cinema tradizionale. Questa lentezza ci obbliga così a conoscere davvero i personaggi che abbiamo davanti. Li impariamo a conoscere attraverso le loro espressioni, il modo in cui muovono gli occhi, il modo in cui portano i capelli, il momento in cui forse compare un sorriso o invece rimane solo una presenza intimorita o imbarazzata davanti alla macchina da presa.

Foto allestimento. Ph. Giuseppe Gradella

Tra questi riconosciamo visitatori dello studio di Warhol, sia famosi – tra cui Allen Ginsberg, Dennis Hopper, Salvador Dalí, Susan Sontag, Bob Dylan, Marcel Duchamp e Lou Reed – sia persone comuni. I soggetti venivano illuminati e filmati da Warhol con una cinepresa Bolex da 16 mm, utilizzando rullini di pellicola muta in bianco e nero da 30 metri. Ogni Screen Test durava esattamente tre minuti, il tempo necessario al rullino per scorrere nella cinepresa. La formula standard, secondo cui soggetto e cinepresa rimanevano pressoché immobili per tutta la durata del film, si traduceva così in un “ritratto vivente”.

Quello che emerge è una riflessione su cosa fosse davvero la fama per Warhol e su cosa significasse diventare un’immagine. L’artista scardina l’idea stessa di celebrità filmando persone comuni e personaggi famosi nello stesso identico modo, creando un’intimità che sembra lontanissima dalle immagini di Marilyn Monroe, dalle serigrafie colorate e dalle icone pop che siamo abituati ad associargli. Eppure, in realtà, entrambe le dimensioni lavorano sulla stessa cosa: il modo in cui i media trasformano la realtà e il modo in cui impariamo a guardare le persone attraverso uno schermo. Da una parte il volto pubblico, luminoso e ripetuto delle icone; dall’altra un volto fermo, ritratto nelle sue fragilità, che per tre minuti rimane davanti alla macchina da presa senza poter sfuggire al nostro sguardo. Due immagini apparentemente opposte, ma che raccontano la stessa – oserei dire profetica – ossessione di Warhol: capire cosa succede quando una persona diventa un’immagine.

Foto allestimento. Ph. Giuseppe Gradella