Allevatori contro gli animalisti: «Fanno più danni del lupo. Facciamo questo lavoro da 4 generazioni: cani e recinti ormai inutili»

BELLUNO - «Gli animalisti facciano gli animalisti. A fare i pastori, ci pensiamo noi. È intollerabile che vengano a dettare le regole a noi che conosciamo il nostro lavoro». Alberto Morandi titolare dell’azienda agricola di Boara Pisani (Padova) che nel breve spazio di un mese ha visto il suo gregge in Nevegal aggredito tre volte dal lupo, replica senza giri di parole a Cristiano Fant, responsabile provinciale per la fauna selvatica per Leal, associazione animalista a diffusione nazionale, che ieri aveva messo in dubbio la correttezza delle pratiche seguite dall’azienda stessa. Queste, una dopo l’altra, le osservazioni mosse da Fant, e a seguire le risposte di Morandi.

L’animalista si chiedeva se i cani da guardiania fossero adeguati e in numero sufficiente. Risponde Morandi: «Stia tranquillo il signor Fant. I nostri tre cani sono figli di altri cani da guardiania, allevati e cresciuti all’interno del gregge che sanno come difendere. Secondo qualcuno sono pochi? La questione non è questa perché in Alpago, e proprio martedì sera mi sono confrontato con un allevatore della conca, hanno 7-8 cani per greggi di 200-250 esemplari; eppure in 5 anni hanno subito 800 predazioni su un patrimonio di 5.000 capi». Ancora. Alla richiesta di sapere quanti pastori seguano in questo momento il gregge, Morandi risponde: «Uno. Come sempre. Ed è sempre stato sufficiente. Lo ripeto: le pecore potrebbero badarsi da sole. Se anche ci fossero più persone, non cambierebbe niente. Io faccio il pastore da 30 anni, la mia famiglia fa questo lavoro da 4 generazioni. Conosciamo questo mestiere». C’è anche un tema di sicurezza e di costi: «I cani maremmani mangiano come vacche. Quanti ce ne vorrebbero secondo il signor Fant? Dieci? Dodici? Inoltre sono addestrati ad attaccare tutto ciò che non sono le pecore. Come potremmo gestire il rapporto con le persone che vanno in montagna? Non è la prima volta che poi ci si trova ad essere invischiati in controversie».


Troppe pecore?

Il referente di Leal osservava poi che un gregge di mille pecore è impossibile da gestire. Così risponde Morandi: «Da tre decenni gestiamo greggi di pecore di queste dimensioni in Nevegal. E gli animali si sono sempre badati da soli. È l’arrivo del lupo che ha reso tutto ingestibile». Poi allarga il tiro: «Ci sono persone, gli animalisti appunto, e istituzioni, cioè la politica, che non hanno mai fatto un giorno con un gregge e poi dettano le regole senza conoscere la nostra realtà. Per esempio: lo sanno cosa vuol dire alzare ogni giorno un doppio recinto elettrificato, cosa che noi facciamo? In pianura è un gioco, in montagna diventa un’altra cosa.

Ci sono zone impervie irraggiungibili, dove arrivano solo le pecore». Fra le diverse considerazioni, ieri Fant consigliava di spostarsi con il gregge, una volta subita una predazione. Dice Morandi: «Direi che conosce bene il lupo. Un animale capace di spostarsi senza farsi vedere, che segue l’odore del gregge, che si muove a una velocità tale che al confronto il gregge è una lumaca. E poi: spostarci dove? Quanti pascoli dovrebbe avere un’azienda per monticare? Quante malghe? Noi abbiamo malga Faverghera e la zona fino al Col Visentin. Non basta?». Ancora. Troppe le pecore? «La montagna è l’unico posto dove è possibile gestire un gregge da 1.000 pecore perché non ci sono strade da attraversare, non ci sono macchine. In campagna, è vero, la cosa sarebbe diversa. Ma qui è sempre andata così. È assurdo che non solo gli animalisti, ma anche la politica venga a darci le regole. Questo, glielo assicuro, dà più fastidio più della presenza del lupo». Intanto a breve Morandi potrebbe abbandonare il Nevegal. Avepa, l'agenzia veneta per i pagamenti in agricoltura che elargisce dei contributi se si pascola nei prati di montagna per almeno 60 giorni, a fronte di cause di forza maggiore, cioè le predazioni del lupo, ha già dato il suo nulla osta all’azienda per riportare il gregge in pianura. Manca l’ok di Veneto Agricoltura che ha dato in concessione malga Faverghera.