Alunni stranieri: non più del 30% per ogni classe. Il piano di Valditara è ferreo, ma i numeri e la matematica sono d'acciaio: chi vincerà la sfida?

Il Ministro Valditara ha deciso che questa volta bisogna fare sul serio: il tetto del 30% degli alunni stranieri per classe esiste già dal 2010 ma adesso bisogna proprio farlo rispettare.
La vicenda è decisamente molto interessante sia sotto il profilo culturale e didattico ma anche sotto l’aspetto normativo.
Nel 2010 con la circolare n. 2 la ministra Maria Stella Gelmini aveva stabilito che ove possibile gli alunni stranieri vanno equamente suddivisi nelle classi in modo evitare concentrazioni dannose per loro ma anche per gli studenti italiani.
Adesso Valditara insiste e sostiene che “a fare le spese” di una eccessiva presenza di stranieri non devono essere certamente gli italiani.
Tutto giusto, ma intanto bisognerebbe chiedersi per quale curioso motivo le disposizioni introdotte dalla ministra Gelmini siano rimaste lettera morta per più di 16 anni (un sesto di secolo preciso).
Il fatto è che i numeri e la matematica “se ne fregano” (passateci questa espressione un po’ colorita) della “volontà politica” del Governo di turno e vanno avanti per la loro strada rispondendo a regole e teoremi che nulla hanno a che fare con la “logica” degli schieramenti politici.

Per spiegare meglio il concetto facciamo un esempio pratico.
Ci troviamo in un quartiere di una città del nord popolato da qualche migliaia di abitanti, diciamo 5mila, di cui 3mila di origine straniera.
I bambini in età di scuola primaria sono 250 in tutto, ma gli stranieri sono 200 e gli italiani sono 50.
I 250 alunni corrispondono più o meno a 18 classi. Distribuendo gli alunni in modo omogeneo potremmo formare classi con 11 stranieri e 3 italiani in media per ogni classe. Per fare in modo di non avere più del 30% di stranieri potremmo, tutt’al più avere 5 classi con 10 italiani e 3 stranieri in ognuna; avremmo così accolto 15 stranieri.
E gli altri 185?
Ma potremmo fare molto di più: 10 classi con 5 italiani e 2 stranieri; classi cioè di 7 alunni.
Resta il fatto che dovremmo comunque sistemare da quale parte altri 180 alunni.

Ed è qui che arriva la proposta interessante di Valditara: gli stranieri in esubero li spostiamo in altre scuole vicine. Ammesso (e non concesso) che si trovino gli spazi adeguati ci sarebbe da capire in che modo si possano trasferire gli alunni stranieri da un quartiere all’altro: se si lascia la responsabilità alle famiglie è ovvio che si corre il rischio che una parte di questi alunni non frequenterà con regolarità, se invece si istituiscono servizi di trasporto a carico degli enti locali, aumenterà la spesa pubblica.
Senza considerare un piccolo problema di natura sociale: gli alunni stranieri che si sposteranno dal quartiere in cui risiedono abitualmente, come verranno percepiti dagli altri alunni “autoctoni”? Come ospiti poco graditi ? come alunni che “a casa loro” (cioè nel loro quartiere) erano di troppo?
Non lo sappiamo, ma ci chiediamo: per realizzare un piano del genere non sarebbe forse il caso di ascoltare anche qualche sociologo, qualche pedagogista, un paio di educatori e di docenti o un urbanista?

Ovviamente tutto il ragionamento si base su un assunto: che limitare il numero degli stranieri sia la soluzione giusta.
Ma di questo siamo proprio sicuri?