
di Antonio Pio Guerra
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domenica 13 settembre 2026, 02:00
ANCONA - Poche parole, però quelle che bastano a gelare il sangue di chi la politica la mastica e la vive dall’interno. «O si andrà avanti come vi indicherò, senza sbavature, o si andrà tutti a casa entro settembre. Mi dimetterò, sì: e ad Ancona saranno elezioni anticipate». Le parole (via sms) sono partite ieri mattina dal telefono del sindaco Silvetti, dirette ai nove smartphone dei nove assessori che compongono la sua giunta - in carica da giugno 2023 - la prima di centrodestra a governare Ancona. E sono arrivati a bersaglio, centrandolo al cuore: uno sfogo che non lascia spazio a interpretazioni, la testimonianza plastica dell’irritazione di un primo cittadino che ha passato gli ultimi tre anni a schivare le imboscate dei presunti alleati con l’agilità di Keanu Reeves in Matrix.
Gli attriti
In particolare, il fuoco amico dei fratelli-coltelli di Fratelli d’Italia. O, se vogliamo essere ancora più precisi, le continue intemperanze del “Dottore”, lo psichiatra Carlo Ciccioli, oggi eurodeputato in quota meloniana e - soprattutto in ottica cittadina - coordinatore provinciale di FdI. L’ultima è di venerdì, con un comunicato al vetriolo nel quale Ciccioli definiva «estremamente penalizzante per Ancona» l’accordo tra Cariverona e Carifac per il disimpegno della fondazione veneta dai nostri territori. In soldoni: 45 milioni di euro di buona uscita che dovranno servire alla Fondazione Cassa di Risparmio di Fabriano e Cupramontana per continuare negli anni avvenire l’elargizione di contributi a progetti ad alto valore sociale, come Cariverona ha fatto negli ultimi 37 anni. Secondo l’eurodeputato, Silvetti ha «salvato il salvabile ma il dato politico che emerge da questa vicenda è l’incapacità della società civile e del territorio di farsi valere nelle sedi che contano». Il vero problema, però, non è tanto il giudizio tutt’altro che positivo sull’operato del sindaco. È il fatto che Ciccioli giochi ormai da battitore libero, affidando i suoi pensieri a comunicati stampa non condivisi con il partito e che smentiscono l’immagine di un centrodestra unito, anche se si è capito da tempo che è soltanto più bravo a lavarsi i panni sporchi in casa di quanto non lo sia la sinistra delle mille correnti. Questo, Silvetti, non può lasciarlo passare in cavalleria.
Il pericolo
Non può cioè rischiare che la stabilità del governo della sua città venga messa in discussione da quello che dovrebbe essere (numericamente) il più forte alleato. Mentre si muove a suon di minacce con i suoi assessori, Silvetti chiede contemporaneamente manforte anche ai suoi consiglieri, pretendendo la diffusione di una nota stampa firmata da tutti i capigruppo in Consiglio comunale nella quale si ribadisca la leadership del sindaco. La minaccia funziona, e nel primo pomeriggio di ieri arriva la nota, firmata anche da Jacopo Toccaceli, capogruppo di Fratelli d’Italia. Pare con non poco malcontento da parte di alcuni consiglieri di FdI, quelli più vicini a Ciccioli, nemmeno interpellati. Comunque, il testo è chiarissimo. Si ribadiscono «piena adesione all’operato del sindaco e piena fiducia nella sua azione politica e amministrativa». Su Cariverona, ma anche su tutto il resto. Il messaggio: in città c’è spazio per un solo leader, e non è Ciccioli. Le parole scorrono come lame sulla pelle. «Una coalizione è necessariamente composta da storie, sensibilità e culture politiche differenti ma la pluralità delle voci acquista forza quando sa riconoscersi in una direzione comune». Ad Ancona, «quella responsabilità è stata affidata democraticamente dai cittadini a Silvetti». In poche parole: «Ci riconosciamo nella guida del sindaco». La partita con Ciccioli è stata vinta, non la guerra. Quella di Silvetti, infatti, è una battaglia molto più intestina di quanto si potrebbe immaginare. «Non intendo minimamente cedere a queste valutazioni o a nessun altra che possa condizionare la Capitale Italiana della Cultura 2028. È un esempio autodistruttivo» sbotta la fascia tricolore in un altro passaggio del messaggio al vetriolo. In questo momento, infatti, non può permettersi nessun altro fronte di battaglia, men che meno uno interno provocato dai suoi assessori. A un anno e mezzo dalla Capitale, con il timore che la città non riesca a farsi trovare pronta all’appuntamento, e con un crematorio che non ha ancora una casa, ci manca solo che debba fare da balia ai suoi delegati. Non che non sia già successo. Dall’uscita di Tombolini in Consiglio comunale, con quella suggestione del crematorio da delocalizzare fuori dal Comune, in «un’area vasta», alla difesa a spada tratta della Zac da parte del vicesindaco Zinni, anche davanti all’evidenza dei continui problemi nella baia. In entrambi i casi, Silvetti è dovuto intervenire in prima persona. Da una parte, per cercare di dare un senso diverso e meno insidioso al discorso di Tombolini («intendeva dire che ci confronteremo con i sindaci vicini se faremo il forno in una zona di confine), dall’altra per riportare con i piedi per terra il vicesindaco («la Zac ha dimostrato delle criticità nei periodi di maggiore affluenza»).
Le vecchie ruggini
Ma i guai, per il sindaco, hanno anche riguardato il conflittuale rapporto con il consigliere delegato all’Ancona Calcio Bastianelli - ovviamente di FdI - silurato con una lettera e ora in causa con Palazzo del Popolo. O l’allontanamento dell’ex assessora alla Cultura Anna Maria Bertini, «dimissionata» secondo la sua versione dei fatti, pure lei fedelissima di Ciccioli e - ovviamente - anche lei in quota FdI. Ad un occhio attento il quadro è subito evidente: più che un’opposizione a tratti inconsistente, in questi tre anni a lavorare per mettere i bastoni tra le ruote al sindaco sono stati i suoi stessi colleghi di maggioranza. Ma Silvetti, alla fine, l’ha sempre spuntata, uscendo vincitore anche dalla più perfida delle imboscate. Che sia stanco, a questo punto, è più che comprensibile.
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