Anthony Peth: «A 15 anni il tumore, 18 interventi e 21 cicli di chemio. Pesavo 35 kg. Ora vado nei reparti a dire ai piccoli pazienti che possono diventare grandi»

Ci sono diagnosi che dividono la vita in un prima e un dopo. Anthony Peth aveva soltanto 15 anni quando ha scoperto di avere un osteosarcoma, un raro tumore maligno dell’osso. Sono seguiti quasi quattro anni trascorsi tra ospedali, 18 interventi chirurgici, 21 cicli di chemioterapia e una lunga permanenza sulla sedia a rotelle. Una storia tenuta lontana dai riflettori per oltre vent’anni, mentre costruiva la propria carriera televisiva senza mai ricorrere alla «lacrima facile».

Dopo aver raccontato pubblicamente la malattia in un monologo a Le Iene, il conduttore e autore ha deciso di mettere in ordine ricordi, paure e consapevolezze. Nasce così "Le parole che servono", il libro autobiografico pubblicato da Armando Editore, disponibile dal 1 settembre nelle librerie e negli store digitali. Non una biografia tradizionale, ma un «dizionario della vita» composto da cinquanta parole.

A Leggo Peth racconta la malattia, il rapporto con il proprio corpo, la paura della morte e la frase che ripeteva davanti allo specchio per trovare la forza di andare avanti.

Per oltre vent’anni non ha raccontato pubblicamente la malattia. Perché ha scelto di farlo soltanto adesso?

«Per molto tempo ho preferito tenerla nascosta. Fino a pochi mesi fa continuavo a sottopormi ai controlli e il rischio era ancora molto alto. Inoltre, quando ho cominciato a lavorare in televisione, non volevo utilizzare la mia storia per ottenere visibilità. Avrei potuto partecipare a un reality e puntare sulla lacrima facile, ma ho scelto di costruire la mia carriera attraverso gli studi e le competenze. Prima ho voluto realizzarmi nel mio lavoro, poi le cose sono arrivate quasi per caso. Il monologo a Le Iene ha fatto nascere l’idea del libro e il libro è diventato il mezzo per arrivare nei reparti oncologici».

Perché ha scelto la forma di un dizionario anziché quella di una biografia tradizionale?

«Non ero soddisfatto all’idea di scrivere una semplice autobiografia. Sono sempre in viaggio per lavoro e, mentre scrivevo, ho capito che volevo realizzare qualcosa di diverso. Il libro è diventato un dizionario della vita: cinquanta parole attraverso le quali racconto emozioni, ricordi e tutto ciò che ho vissuto in ospedale. Parlo dei miei genitori, di mio fratello, del rapporto con la morte e della mia cicatrice. Sono temi nei quali può riconoscersi anche chi non ha affrontato la mia stessa malattia. Questo è soltanto il primo volume, perché la mia non è una storia che nasce e finisce in cinquanta parole».

Aveva 15 anni quando ha ricevuto la diagnosi. Che cosa ricorda dell’inizio della malattia?

«In realtà tutto è cominciato quasi per caso: sono caduto dalle scale. Non avrei mai immaginato che dietro quei dolori potesse esserci una malattia tanto grave. In Sardegna, all’epoca, non avevo molte possibilità di cura e, attraverso una serie di coincidenze fortunate, sono arrivato ai medici giusti. Ho affrontato 18 interventi chirurgici e 21 cicli di chemioterapia. Sono rimasto sulla sedia a rotelle per circa tre anni e mezzo e ho trascorso in ospedale quasi quattro anni. Ho avuto anche metastasi ai polmoni, ma fortunatamente non è stato necessario amputare alcun arto: oggi ho una protesi che sostituisce una parte dell’osso».

Come si affronta una diagnosi simile durante l’adolescenza?

«A quell’età non avevo compreso fino in fondo la realtà che stavo vivendo. Intorno alla parola "cancro" esiste ancora un tabù: spesso le famiglie evitano persino di pronunciarla, perché è legata a una sofferenza che può essere mortale. Io non mi sono mai domandato “Perché proprio a me e non a un’altra persona?”. Anche se me lo fossi chiesto, non sarei guarito: avrei dovuto lottare comunque, ma con ancora più rabbia. La paura era tanta, perché parliamo di oltre vent’anni fa e vedevo morire alcuni dei ragazzi ricoverati accanto a me. Ogni giorno mi sentivo sospeso tra la vita e la morte e cercavo di conquistare il diritto di sopravvivere».

È riuscito a continuare a studiare anche durante le cure. Quanto l'ha aiutato?

«Moltissimo. Proprio in quel periodo stava nascendo il progetto della scuola in ospedale e sono stato uno dei primi pazienti a partecipare. Gli insegnanti venivano nel reparto, facevano lezione, mi interrogavano e poi inviavano le valutazioni al liceo che frequentavo. Non ho perso neppure un anno scolastico.

Studiare mi permetteva di distrarmi e di non pensare continuamente alla malattia. Insieme alla televisione, era uno dei pochi strumenti capaci di portarmi fuori da quella realtà».

Durante le cure è arrivato a pesare 35 chili. Che rapporto aveva con il suo corpo?

«A un certo punto non mi riconoscevo più. Ero pallido, senza capelli e senza sopracciglia. Con la chemioterapia vomitavo quello che mangiavo e, con il passare del tempo, perdevo anche la voglia di nutrirmi. Ero diventato piccolissimo, molto magro, e questa debolezza provocava conseguenze anche sul percorso terapeutico. Ogni volta che dovevo affrontare un intervento chirurgico rischiavo di ritrovarmi in terapia intensiva. Svegliarsi con tanti tubi e macchinari collegati al corpo non è semplice, soprattutto quando si è così giovani».

Cosa le dava la forza di andare avanti?

«Non l’avevo mai raccontato prima. Quando i miei genitori erano in ospedale con me, a un certo punto mi chiudevo da solo in bagno. Mi mettevo davanti allo specchio, mi guardavo fisso negli occhi per alcuni minuti e continuavo a ripetermi: “Ce la devo fare”. Era una forma di esorcizzazione. Poi uscivo, tornavo a letto e mi sentivo un po’ più forte».

Che ruolo hanno avuto i medici e gli infermieri nella sua battaglia?

«È stata una battaglia combattuta da una grande squadra. I medici e gli infermieri dei reparti oncologici non svolgono soltanto un lavoro: per molti di loro è una vera missione di vita. Ho visto professionisti restare oltre il proprio orario, sedersi accanto a me quando piangevo e dedicare anche un’ora a consolarmi. Quando c’era un’urgenza non guardavano l’orologio. La loro presenza è stata fondamentale».

Dal libro è nato anche un tour nei reparti oncologici. 

«A quei ragazzi voglio offrire quello che sarebbe servito a me quando ero ricoverato. Durante gli anni trascorsi in ospedale vedevo che alcuni ragazzi intorno a me, poco alla volta, venivano portati via perché morivano. Mi sarebbe stato utile incontrare un adulto capace di dirmi: “Ho avuto il tuo stesso tumore, sono cresciuto e oggi sono qui davanti a te”. Per questo andrò negli ospedali di diverse città italiane, regalerò il libro e parlerò con i pazienti».

Tra le cinquanta parole del libro, qual è quella che ne rappresenta maggiormente l’anima?

«La parola che racchiude l’intero libro è l’ultima: “storia”. Perché dal buio si può uscire e si può tornare a splendere. Nel mio caso è successo: dopo tanti anni trascorsi a guardare la luce attraverso una finestra, sono riuscito a ritrovarla. La parola alla quale mi sento più legato, invece, è “amore”. È ciò che voglio portare nei reparti oncologici: una forma di affetto e di coraggio. Se non amassi così tanto la vita e non fossi riconoscente ai medici, probabilmente non avrei intrapreso questo tour».

Il racconto pubblico della malattia è cominciato con il monologo a Le Iene. Come ha vissuto quel momento?

«È stata una bella esperienza e mi sono sentito utile alla causa. Inizialmente non ero convinto, perché riportare alla luce certi ricordi non era semplice. Poi ho iniziato a scrivere e, sera dopo sera, quelle parole hanno preso forma».

Poco dopo la fine delle cure ha debuttato in televisione con Maurizio Costanzo. Lui sapeva quello che aveva attraversato?

«No, non sapeva nulla. Nessuno immaginava che avessi avuto un tumore e affrontato un percorso simile. Quando mi chiedevano della mia gamba, dicevo sempre che mi ero fatto male praticando sport».

Il 16 settembre riceverà il Premio Internazionale Papa Giovanni Paolo II – Gran Galà per la Pace. Che significato ha per te?

«Sono molto credente e profondamente legato a Papa Giovanni Paolo II e a Padre Pio. Quando posso, la domenica vado a Messa. Ricevere questo premio è una grande soddisfazione, soprattutto perché il libro è appena uscito e sto soltanto iniziando a raccontarne il contenuto e la finalità sociale. Evidentemente, però, questa storia sta già arrivando al cuore delle persone. Ed è proprio questo il risultato più importante».


Ultimo aggiornamento: martedì 1 settembre 2026, 05:00

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