Buco nei conti delle Asl, la Puglia resta in Piano di rientro anche nel 2027

La Puglia resterà in Piano di rientro anche nel 2027. Ancora almeno un altro anno e mezzo di gestione sotto il rigido controllo dei ministeri della Salute e dell'Economia, con tutti gli effetti che ne conseguono: assunzioni con il contagocce, freno a mano tirato sugli investimenti. È quanto emerso dalle parole di Walter Bergamaschi, direttore generale della Programmazione sanitaria del ministero della Salute, ascoltato dalla Commissione Affari sociali della Camera nell'ambito dell'indagine sull'erogazione delle prestazioni sanitarie nelle Regioni.

Bergamaschi ha fatto il punto della situazione, spiegando che sono uscite dal Piano di rientro Liguria, Sardegna e Piemonte e, da qualche mese, anche la Campania, «mentre il Lazio ha avviato un percorso che dovrebbe presumibilmente completarsi nel 2027». Resteranno invece in Piano di rientro, ha sottolineato, «Abruzzo, Puglia, Molise, Calabria e Sicilia. Le prime tre presentano principalmente criticità di natura contabile, mentre Calabria e Sicilia evidenziano criticità sia sul piano dei bilanci sia nell'erogazione dei Livelli essenziali di assistenza». Inoltre, secondo i dati illustrati, il percorso di risanamento «ha consentito di superare il regime commissariale in Abruzzo, Lazio, Campania e Calabria. Attualmente resta commissariato soltanto il Molise». Complessivamente, sul piano finanziario, Bergamaschi ha sottolineato come, «rispetto al disavanzo complessivo di circa 6 miliardi di euro registrato in passato, oggi tutte le Regioni, con l'eccezione del Molise, presentino bilanci in equilibrio o disavanzi entro il 5%, comunque coperti attraverso risorse della fiscalità o dei bilanci regionali».

La Puglia paga il disavanzo da circa 350 milioni registrato nel 2025, un buco nei conti che ha obbligato il governatore Antonio Decaro ad aumentare l'Irpef e che impedirà alla Regione di abbandonare il Piano di rientro almeno per altri 18 mesi. E considerando che lo sforamento si ripeterà anche nel 2026 (a giugno il bilancio era in rosso già di circa 160 milioni), le previsioni non sono rosee. «Servono regole certe per determinare l'uscita delle Regioni dai Piani di rientro dal deficit sanitario, regole oggi assenti nella normativa», ha chiesto Massimo Fabi, coordinatore della commissione Salute della Conferenza delle Regioni e delle Province autonome, intervenuto in commissione Affari sociali della Camera. Secondo Fabi, che è anche assessore alla Sanità della Regione Emilia-Romagna, tra i criteri per l'uscita dai Piani di rientro potrebbero essere considerati «il raggiungimento dell'equilibrio economico-finanziario oppure un miglioramento costante nell'erogazione dei Livelli essenziali di assistenza, riscontrato per un periodo di due o tre anni». Una necessità resa evidente, ha sottolineato, dal fatto che «alcune Regioni, come si è visto anche nel caso della Campania, faticano molto a uscire dai Piani, trovandosi ad affrontare una via crucis». Le Regioni chiedono inoltre di superare il vincolo di destinazione delle risorse della sanità regionale, così da poter disporre della flessibilità necessaria per allocarle in base alle esigenze dei diversi territori. «L'approccio a silos - ha spiegato Fabi, riferendosi a farmaci, personale e dispositivi - impedisce di compensare i fondi inutilizzati in un settore con quelli carenti in un altro».

Resta poi aperta la questione del post-Pnrr. Per garantire la piena realizzazione di obiettivi come le Case e gli Ospedali di comunità, secondo le Regioni è necessario superare l'attuale tetto di spesa, considerato ormai anacronistico. Ieri si è discusso anche del finanziamento del fondo sanitario nazionale, le Regioni invocano un incremento sostanziale delle risorse: «È inimmaginabile garantire i Livelli essenziali di assistenza senza un adeguato finanziamento», per questo «è necessario incrementare le risorse del Fondo sanitario nazionale sulla base del reale fabbisogno sanitario, tenendo conto che la stima della spesa sanitaria è costantemente superiore al finanziamento disponibile, con un gap progressivo che ci preoccupa», ha sostenuto Fabi.

«Apprezziamo – ha aggiunto - il percorso di sviluppo avviato e il metodo di leale collaborazione tra livelli di governo, ma dobbiamo evidenziare che l'incremento finanziario del Fondo sanitario previsto per il 2026 non trova la necessaria continuità negli anni successivi. Garantire la disponibilità di risorse finanziarie e professionali è essenziale per il futuro del sistema salute».