Campovolo, l’amarcord. Dal comizio di Berlinguer al dibattito Fini-Veltroni

Ci fu un tempo in cui la "meglio gioventù" le estati non le passava con gli occhi fissati allo schermo di uno smartphone, ma esaurita la villeggiatura, arrivava il tempo delle serate da volontari alle feste di partito: molti per quello più vicino ideologicamente, altri le attraversavano tutte con disinvoltura, perché alla fine della serata gnocco fritto e birra gratis, erano per tutti, sovrapartitici e interclassisti. In questo quadro le Feste dell’Unità dominavano la posizione: per presenze, per scambio di idee e financo per il confronto con le opposizioni, cosa andata avanti sino all’inizio degli anni Duemila, prima che l’allora segretario provinciale, Maino Marchi, non valutasse che fosse meglio "non offrire un’altra vetrina a Berlusconi": fine dei confronti accesi con ospiti del campo avverso, inizio dell’epoca dell’autoreferenzialità.

Chi ricorda il celebre dibattito Veltroni-Fini dell’edizione 1995, quando gli opposti non si attrassero tuttavia aprirono la strada del dialogo tra sinistra e destra, non può che rimpiangere quel tempo. Mille persone riempirono quella sera la sala dibattiti, nonostante il tempo inclemente. "Pioveva fortissimo– ricorda Alfredo Medici, tesoriere provinciale del Pd, ma deus ex machina di molti aspetti organizzativi della Festa – Fini aveva già preso l’ombrello col simbolo del Pds, gli suggerimmo di indossare anche il nostro impermeabile. Rispose che forse era un po’ troppo, e glielo facemmo mettere rivoltato".

Aneddoti di vera Politica, che oggi manca terribilmente. Mentre non manca la passione dei volontari, che prosegue indomita dalla "settimana dell’Unità", che nell’agosto 1945 aprì una stagione che prosegue tuttora, in raccordo con l’edizione che scatterà mercoledì 26, e dal 1 settembre diventerà Nazionale, la terza consecutiva all’Iren Green Park. Nel tempo il numero dei volontari è andato in calando, ma non nella vecchia guardia, che qualcuno che apparecchiava i tavoli negli anni ’50, da ragazzino lo fa tuttora, sfiorando le 90 primavere.

Un calo che non pregiudica il buon andamento dell’evento, ma i numeri degli anni ’80 e ’90, quando al Campovolo si potevano allestire quasi 20 ristoranti – il sardo ’Il nuraghe’, il toscano ’Terra di Siena’... – e oltre 800 volontari li facevano funzionare, sono ormai lontani. Anche se nell’epoca post Covid, con qualche idea originale tipo il bar tutto "in rosa" parafrasando il film "Barbie", o quest’anno col ricordo del voto alle donne, i giovani del partito mostrano di avere idee innovative.

Dalla città alla provincia, da Fabbrico al Cerreto, passando dalle piccole feste di quartiere che a Reggio, con l’aiuto dei centri sociali, tengono ancora botta, la Festa dell’Unità resta comunque un evento importante nell’estate reggiana. Sui palchi improvvisati delle kermesse di provincia si sono formati Ligabue e consimili, si sono censurati comizi per ordine prefettizio, e il "mondo piccolo", narrato da Guareschi, trovava concretezza nel paese reale. Ma alla fine, se chiedi a un reggiano, anche non di sinistra, cosa ricorda delle Feste dell’Unità, tutto torna al 1983, al discorso di Berlinguer un anno prima della morte, e al milione di persone venute ad ascoltarlo (adesso se in tutti i giorni della festa si superano le 100mila presenze si grida al successo...). Con tanto di celeberrima foto che acquisì fama mondiale.