Caso commissario, Malagò: "Il CIO preoccupato è un segnale molto chiaro"

ROMA - Malagò e l'ultima tessera. Sì, ma di un mosaico talmente complesso da inquadrare il caso dentro una cornice ben più ampia di frizioni tra lo sport e la politica. «Se l’Uefa e anche il Comitato Olimpico Internazionale guardano con preoccupazione a quello che sta accadendo in Italia – ha raccontato al Corriere dello Sport il presidente della Figc – il segnale è molto chiaro». Niente di personale, si direbbe. O forse sì. In qualsiasi caso, il cavillo che potrebbe far ripiombare la Federcalcio nel caos con un commissariamento nonostante le elezioni si siano tenute tre mesi fa e il vincitore abbia trionfato quasi col 70% - “Il tesseramento è requisito indispensabile alla candidatura” hanno scritto i giuristi incaricati dal Coni - rientra certamente nei temi dell'autonomia sportiva evidenziata da Abodi, visto che sarà proprio il Coni a decidere. Eppure le pressioni politiche in questa fase non mancano non sembrano neppure così nuove. «Da quando faccio il dirigente – ha proseguito Malagò – ho una sola stella polare: difendere lo sport e la sua autonomia, come da dettami della carta olimpica. Non è un esercizio di stile, è il motivo per cui faccio questo lavoro, peraltro sempre eletto e da volontario».

Malagò, da lontano

Nel 2018, con Gentiloni, piovve dal cielo la legge Lotti che impose il primo limite ai mandati, dando vita a una battaglia che si è trascinata fino all'ammorbidimento dei paletti per i presidenti federali e alla mancata proroga per Malagò al Coni. I governi Conte, quello Draghi e infine Meloni non hanno fatto altro che continuare a insistere sulla strada dell'intervento con la forza delle norme. Ne è stato un esempio Sport e Salute, la società del Mef che per prima cosa ha tolto al Coni la cassaforte dei contributi. Anche la riforma Spadafora che ha istituito il lavoro sportivo e avviato il percorso di abolizione del vincolo non ha mai previsto grandi contraddittori. L'autonomia del Coni è stato il tema predominante degli ultimi giorni del governo Conte II. L’attuale Esecutivo ha invece seguito soprattutto due direttrici: il controllo dei conti delle società (addio Covisoc e Comtec per calcio e basket) e la riforma della giustizia, assegnando più poteri alla procura dello sport, il cui prossimo capo verrà sottoposto, in una terna di nomi, al veto di Chigi. Due dei tre partiti che reggono la maggioranza (FdI e Lega) hanno chiesto la testa di Gravina dopo il caso scommesse che coinvolse alcuni calciatori e soprattutto in seguito alla disfatta in Bosnia. Forza Italia, tramite Mulé, ha invece avviato l'erosione del potere della Figc sulle leghe (la A in particolare) mentre l'1% della mutualità veniva dirottato altrove e soffiavano i primi venti di commissariamento, tutto questo prima delle elezioni. Quelle che Malagò ha vinto dopo aver schivato la ghigliottina del pantouflage. Nella prossima giunta, forse il 7 ottobre, sapremo che fine farà un calcio che nel tempo non ha ottenuto misure come la tax credit, il prelievo sulle scommesse o il ritorno della pubblicità del betting. Anche sugli stadi il governo ha deciso di far da sé con un commissario. D'altra parte, il mondo del pallone continua a dare il cattivo esempio - dalle violenze ultras alle infiltrazioni criminali, fino ai bilanci disastrati e ai risultati del campo - e fatica ad autoriformarsi. Malagò non sarà certamente simpatico a chi vuole farlo cadere, ma inquadrare i dissapori tra sport e politica soltanto con il suo caso sarebbe come raccontare che la prima guerra Mondiale è cominciata perché uno sconsiderato ha premuto un grilletto.

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