Chi è in amministrazione di sostegno può fare testamento e decidere se curarsi?

Scopri quando l’amministratore di sostegno può decidere sulle cure e sul patrimonio del beneficiario secondo la sentenza della Cassazione 2026.

La protezione delle persone fragili rappresenta uno dei temi più delicati del nostro ordinamento giuridico, poiché richiede un equilibrio costante tra la libertà individuale e la necessità di tutela. Molte famiglie si interrogano sui limiti di questa misura, chiedendosi spesso: chi è in amministrazione di sostegno può fare testamento e decidere se curarsi?

La legge cerca di non annullare mai del tutto la volontà della persona, ma esistono situazioni in cui il declino delle facoltà mentali rende necessario un intervento esterno più incisivo. Una recente decisione della giurisprudenza ha affrontato proprio queste incertezze, chiarendo che, se le condizioni di salute sono gravemente compromesse, il potere di scelta deve passare nelle mani del fiduciario nominato dal tribunale. Questo non avviene per punire il cittadino o per privarlo della sua dignità, ma al contrario per garantire che il suo diritto alla salute e alla protezione del patrimonio ricevano una attuazione concreta e sicura.

Indice

  • Che cos’è l’amministrazione di sostegno e quali sono i suoi scopi?
  • Quando l’amministratore può decidere sulle cure mediche?
  • È possibile fare testamento o donazioni durante la misura?
  • Quali sono i poteri di sostituzione e quelli di assistenza?
  • In che modo il Giudice Tutelare decide i limiti della libertà?
  • Perché la sostituzione nelle cure garantisce l’effettività dei diritti?
  • Quali sono i requisiti per limitare la capacità di donare?

Che cos’è l’amministrazione di sostegno e quali sono i suoi scopi?

L’amministrazione di sostegno è una misura di protezione introdotta per assistere chi si trova in una condizione di parziale o totale impossibilità di provvedere ai propri interessi. A differenza delle vecchie forme di interdizione, che cancellavano quasi ogni diritto della persona, questa procedura nasce con l’idea di essere un abito su misura. Il giudice tutelare, quando emette il provvedimento, deve valutare con estrema attenzione quali atti il beneficiario può ancora compiere da solo e per quali invece ha bisogno di aiuto (artt. 404 e ss. cod. civ.).

L’obiettivo principale non è mai la limitazione della libertà, ma il supporto. Tuttavia, la realtà dei fatti può mostrare quadri clinici molto diversi tra loro. Esistono persone che hanno solo difficoltà fisiche, ma mantengono una mente lucida e brillante. In questi casi, la legge è molto generosa nel lasciare autonomia. Al contrario, quando subentra un deterioramento cognitivo grave e irreversibile, la situazione cambia. In queste circostanze, lasciare il soggetto libero di decidere su questioni complesse potrebbe esporlo a rischi enormi, come la perdita di tutto il suo denaro o il rifiuto di cure salvavita per mancanza di consapevolezza.

Quando l’amministratore può decidere sulle cure mediche?

Il tema del consenso informato è uno dei più complessi nel rapporto tra medico e paziente. Ogni cittadino ha il diritto di sapere quali trattamenti deve affrontare e può scegliere di rifiutarli. Ma cosa succede se la persona non è più in grado di capire le conseguenze delle proprie scelte? La Cassazione ha recentemente affrontato questo punto con una ordinanza innovativa (Cass. ord. n. 1396 del 22-01-2026). I giudici hanno stabilito che i poteri dell’amministratore di sostegno possono essere estesi fino alla sostituzione completa del beneficiario nelle scelte sanitarie.

Questo accade quando il paziente soffre di una infermità tale da impedire la formazione di una volontà libera e consapevole. In un caso concreto, i parenti di un uomo hanno chiesto che l’amministratore potesse dare il consenso alle cure al posto del loro caro, poiché quest’ultimo stava subendo un peggioramento delle condizioni psicofisiche. Se il soggetto non comprende più la necessità di un farmaco o di un intervento, il diritto a non curarsi perde il suo valore di libertà e diventa un pericolo per la vita stessa. L’attribuzione di poteri sostitutivi garantisce l’effettività del diritto alla salute, poiché permette di predisporre un piano terapeutico adeguato anche se il malato non è collaborativo a causa della sua patologia.

È possibile fare testamento o donazioni durante la misura?

Il testamento e le donazioni sono atti definiti come personalissimi. Questo significa che, in teoria, solo il diretto interessato può decidere a chi lasciare i propri beni. Tuttavia, la legge prevede delle eccezioni importanti per evitare che persone prive di capacità decisionale subiscano manipolazioni o compiano scelte rovinose. Quando il quadro clinico è gravemente compromesso, il giudice può limitare o vietare del tutto la capacità di donare o di testare del beneficiario.

Per comprendere meglio, possiamo fare un esempio pratico:

  • una persona anziana soffre di una demenza senile avanzata;

  • non riconosce più i propri familiari e non ha idea del valore del denaro;

  • un conoscente malintenzionato la convince a firmare una donazione di tutta la sua casa.

In una situazione del genere, se il giudice non avesse previsto una limitazione, l’atto sarebbe valido fino a una difficile impugnazione futura. La Suprema Corte ha chiarito che, se la consulenza tecnica d’ufficio accerta un deterioramento cognitivo irreversibile, è doveroso che il provvedimento del tribunale tolga al beneficiario la possibilità di disporre del proprio patrimonio. La protezione del beneficiario passa quindi attraverso la privazione di un potere che egli non è più in grado di gestire con lucidità.

Quali sono i poteri di sostituzione e quelli di assistenza?

Esiste una distinzione tecnica molto importante tra l’assistenza e la sostituzione. Nell’assistenza, l’amministratore di sostegno firma gli atti insieme al beneficiario. Nella sostituzione, invece, l’amministratore agisce da solo in nome e per conto del soggetto protetto. La sentenza della Cassazione citata in precedenza sottolinea che la sostituzione è legittima e necessaria quando la volontà del paziente è del tutto assente o distorta dalla malattia.

Questa sostituzione non lede la dignità personale. Al contrario, la dignità consiste anche nel ricevere protezione quando si è più deboli. Per spiegare questo concetto con un esempio, pensiamo a una persona che ha bisogno di una operazione urgente ma, a causa di una forte allucinazione o di una perdita di memoria, rifiuta il ricovero. Se l’amministratore ha il potere di sostituzione, può autorizzare i medici a procedere, salvando la vita al beneficiario. Se il giudice non avesse concesso tale potere, i medici si troverebbero davanti a un blocco legale insuperabile, con conseguenze tragiche per la salute dell’amministrato.

In che modo il Giudice Tutelare decide i limiti della libertà?

Il giudice tutelare è il regista di tutta la procedura. Egli non agisce in modo automatico ma deve basarsi sulle prove mediche e sui colloqui diretti con la persona interessata. Nel provvedimento di nomina dell’amministratore di sostegno, il magistrato elenca in modo analitico cosa il beneficiario può ancora fare. Se il giudice ritiene che la persona sia ancora in grado di comprendere il significato di un lascito ereditario, potrebbe consentirle di fare testamento.

Tuttavia, il giudice non può ignorare le risultanze delle perizie mediche. Se una consulenza tecnica dimostra che il cervello del soggetto ha subito danni che impediscono il ragionamento logico, il tribunale deve intervenire. La Cassazione ha censurato il comportamento di quei giudici che, di fronte a un quadro clinico disastroso, hanno continuato a lasciare libertà di testare o di rifiutare le cure basandosi su un’idea astratta di libertà. La libertà senza consapevolezza non è vera libertà, ma è abbandono. Per questo motivo, il magistrato deve adattare i poteri dell’amministratore all’effettiva gravità della patologia riscontrata.

Perché la sostituzione nelle cure garantisce l’effettività dei diritti?

Molte persone temono che l’amministratore di sostegno diventi un padrone della vita altrui. La legge però chiarisce che ogni sua azione deve essere rivolta esclusivamente al benessere del beneficiario. Quando parliamo di salute, l’ordinamento italiano riconosce il diritto a non curarsi (l. 219/2017), ma questo presuppone che la persona stia esercitando una scelta consapevole. Se la volontà è “attinta da una condizione di infermità”, quella scelta non esiste più.

L’attribuzione di poteri di sostituzione in ambito sanitario serve a colmare il vuoto lasciato dalla malattia. L’amministratore non decide “secondo il proprio gusto”, ma deve agire ricostruendo, se possibile, quelli che erano i desideri e i valori della persona prima che cadesse malata. In assenza di indicazioni precedenti, deve scegliere la strada che meglio protegge la vita e la salute. Questa funzione di supplenza è considerata dalla Cassazione come lo strumento migliore per dare sostanza ai diritti costituzionali dei soggetti fragili, evitando che la loro condizione di salute diventi un motivo di isolamento e di mancanza di cure necessarie.

Quali sono i requisiti per limitare la capacità di donare?

La capacità di donare è una delle prime a essere messe in discussione quando si apre una amministrazione di sostegno. La donazione è un atto gratuito che impoverisce chi lo compie. Per questa ragione, richiede una lucidità massima. Secondo gli orientamenti giurisprudenziali più recenti, la limitazione di questo diritto deve essere la regola quando:

  • il beneficiario non comprende il valore economico dei propri beni;

  • esiste il rischio concreto di circonvenzione da parte di terzi;

  • la patologia comporta una alterazione della memoria e del giudizio;

  • il patrimonio serve prioritariamente a garantire le cure e il mantenimento del soggetto protetto.

Se una persona disabile solo dal punto di vista fisico vuole donare una somma a un ente benefico, il giudice probabilmente glielo permetterà, poiché la sua mente è integra. Ma se lo stesso atto viene tentato da chi non ricorda nemmeno quanti soldi possiede sul conto corrente, l’intervento dell’amministratore di sostegno diventa un obbligo legale. La protezione del patrimonio non serve solo a conservare i beni, ma a garantire che il beneficiario possa continuare a vivere dignitosamente, pagando le rette di eventuali strutture assistenziali o il personale domestico.