Francesco Motta dice che ci sono due modi di affrontare i quarant’anni: «Uno è essere preoccupato del fatto che hai quarant’anni. L’altro è non essere preoccupato». Lui, almeno adesso, sta scegliendo il secondo. «Mi ritengo fortunato. Alla fine mi ritrovo, dopo vent’anni, a fare quello che avevo sempre sognato, senza pressioni di dover fare cose per forza, con un pubblico che mi segue e soprattutto si fida».
A Carloforte, ospite di Creuza de Mà - Musica per Cinema, il festival diretto da Gianfranco Cabiddu, Motta arriva per incontrare gli studenti del Centro Sperimentale di Cinematografia, la scuola dove anche lui ha studiato. Il punto di partenza è la musica per il cinema, ma il discorso si sposta presto altrove: il ritorno su La fine dei vent’anni, le canzoni che cambiano significato, i quarant’anni, la solitudine, l’idea di non dover per forza ricominciare sempre da zero.
Quando parla di cinema, la prima cosa che Motta chiarisce è che la musica non deve necessariamente aggiungere. Può anche togliere: «La musica, insieme alla sceneggiatura e alla regia, fa parte degli autori. Già da questo capisci che il musicista fa parte dell’autorialità del film». Ma non è mai un lavoro solitario: «Io vengo da una band e ho sempre amato le band. Ritrovarmi insieme ad altre persone a fare qualcosa che va al di là di te è una cosa che dovrebbe succedere anche nelle canzoni».
Per chi, come lui, scrive, canta e firma le proprie canzoni, lavorare per il cinema significa infatti anche uscire dal centro: «Tutti remano per il film, non per il proprio lavoro specifico. Per me è anche una sana terapia per l’ego». La musica, in quel caso, non deve dimostrare di esserci. «A volte la cosa migliore che puoi fare è non solo non aggiungere niente, ma magari togliere. Non sono un amante dei film con troppa musica». E non deve neanche coprire quello che non funziona: «Quando ti dicono: questa scena non funziona, c’è bisogno della musica, il problema è che una scena che non funziona non funzionerà mai».
Di colonne sonore che gli hanno cambiato qualcosa ne cita due. La prima è Bodysong, di Jonny Greenwood, ascoltata mentre studiava al Centro Sperimentale. La seconda è quella di Utopia, composta da Cristobal Tapia de Veer, che ha ascoltato moltissimo mentre lavorava a La fine dei vent’anni. «Si dice sempre che dopo i trent’anni si ascolta meno musica. Secondo me non è che si ascolta meno musica: è più difficile attaccare cose nuove a un certo tipo di emozioni, che dopo una certa età si basano sui ricordi».
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Francesco Motta e la moglie, l'attrice Carolina Crescentini
Francesca ArdauTornare al Centro Sperimentale, per lui, significa anche misurarsi con chi oggi ha vent’anni: «Ogni volta che incontro ragazzi e ragazze più giovani, nel 99 per cento dei casi mi rimetto assolutamente in discussione. Ci sono molti ragazzi preparatissimi, con le idee molto più chiare rispetto a quelle che avevo io». Ma non gli interessa liquidare una generazione guardandone solo la superficie: «La controcultura è la cosa per me più interessante. Per conoscere quello che succede devi uscire e andarlo a vedere. Quello che ti arriverà sarà sempre una piccolissima parte, di solito quella più superficiale e meno interessante. Quando mi ritrovo a parlare con i ragazzi, capisco che non avevo capito».
Negli ultimi mesi Motta ha riportato in tour La fine dei vent’anni, il disco uscito dieci anni fa. Aveva paura che diventasse un’operazione nostalgica. Invece quelle canzoni, risuonate oggi, non gli hanno dato quella sensazione: «Sentire che quelle canzoni sono cambiate, che non mi annoiano nonostante le abbia suonate tantissimo, vedere gente che aveva la mia età di dieci anni fa ma anche ragazzi molto più giovani, è stato bellissimo».
E guardando al Francesco di dieci anni fa, non gli verrebbe da dirgli semplicemente di stare tranquillo. «Io ho sempre fatto quello che volevo. Però sono convinto che dire no a qualcosa non è come se non te l’avessero chiesto». A un certo punto, racconta, si è trovato in affanno nel tentativo di difendere una linea. Non gli piace troppo nemmeno la parola coerenza: «È una parola ambigua». Preferisce etica. «Per come mi hanno insegnato i miei genitori sul lavoro, ho sempre cercato di portare avanti un’etica. O almeno di difendere quello che mi piace, non quello che mi dovrebbe piacere».
Il problema, dice, è che anche difendere può diventare una distrazione. «Ci sono stati dei momenti in cui ero molto più concentrato a difendere l’etica che a concentrarmi sull’etica». Adesso il discorso è diverso. «Sui trent’anni ci ho scritto un disco. Sui quarant’anni ce ne sto scrivendo un altro». I problemi dei trent’anni, visti da qui, hanno cambiato proporzione: «L’età ti fa guardare indietro, guardare avanti, rimettere in discussione i sogni. Però può essere anche una maniera bella di prendere delle scelte più velocemente rispetto ad altri momenti».
Anche il tour di La fine dei vent’anni gli ha chiarito qualcosa. «L’essere umano, a un certo punto, sente il dovere di autosabotarsi sulle cose che gli vengono meglio». Tornare a quelle canzoni lo ha aiutato a rimettere a fuoco alcune cose che forse aveva provato a tenere a distanza. «Questo tour mi ha fatto fare pace con quelle cose, mi ha fatto venire voglia di ricercarle».
E a chiedergli che cosa pensasse fosse giusto a vent'anni e viceversa, Motta risponde parlando di stabilità, tranquillità, solitudine: «Una cosa che pensavo sbagliata è che la ricerca di un certo tipo di stabilità, di tranquillità, non necessariamente ti porta a distrarti. Anzi: a volte cercare una cosa è proprio quello che ti allontana dal pensiero ossessivo di quella cosa. È come se ti impedisse di fermarti sempre lì, a chiederti: di cosa ho bisogno?».
E poi c’è la solitudine: «Ho rimesso in gioco un po’ di idee sul rapporto con un certo tipo di solitudine, che prima vedevo in modo estremamente negativo, perché mi faceva paura. Ora meno. Ho ancora paura della solitudine, però da una parte sono più attratto dall’idea di conviverci. Anche l’idea di convivere con delle paure, invece di doverle per forza risolvere, è una cosa che è cambiata. Quello che non è cambiato è che ho ancora voglia di fare musica».