Le differenze tra erede e chiamato per i debiti tributari del defunto e come la rinuncia all’eredità incide sul pagamento delle tasse.
Quando viene a mancare una persona cara, i familiari si trovano spesso a gestire non solo il dolore, ma anche una complessa serie di adempimenti burocratici e pendenze economiche. Uno dei dubbi più frequenti riguarda la responsabilità per le pendenze con il Fisco lasciate dal defunto. Molti temono che il semplice fatto di essere figli o coniugi comporti l’obbligo automatico di saldare ogni cartella esattoriale. In realtà, la legge stabilisce distinzioni molto precise su chi paga i debiti fiscali del defunto tra erede e chiamato. E non sempre la parentela coincide con l’obbligo di pagamento. Diventare eredi richiede infatti un atto volontario, mentre la semplice chiamata all’eredità rappresenta solo una fase preliminare. Comprendere queste differenze è fondamentale per evitare di pagare somme non dovute o per tutelarsi correttamente attraverso la rinuncia o l’accettazione.
Indice
- È sufficiente essere chiamati all’eredità per pagare i debiti?
- Quali sono i rischi della dichiarazione di successione?
- Come funziona l’imposta di successione per i chiamati?
- Cosa succede se si rinuncia all’eredità dopo la scadenza?
È sufficiente essere chiamati all’eredità per pagare i debiti?
Per i debiti lasciati dal defunto verso lo Stato o gli enti locali, la posizione di semplice chiamato all’eredità non basta a far scattare l’obbligo di pagamento. L’accettazione dell’eredità è infatti una condizione necessaria affinché una persona possa rispondere delle pendenze tributarie del famigliare scomparso (Cass. ordinanza 17 luglio 2018 n. 19030). Fino a quando non avviene l’accettazione, il patrimonio del defunto e quello del familiare restano separati.
In termini pratici, se il Fisco invia una richiesta di pagamento per tasse non versate dal defunto (come l’IRPEF o l’IMU), il chiamato che non ha ancora accettato l’eredità non è obbligato a pagare di tasca propria. Chi decide di rinunciare all’eredità è totalmente escluso da questi debiti, a patto che non abbia compiuto atti che indichino una accettazione implicita, come ad esempio vendere beni del defunto o prelevare somme dai suoi conti correnti.
Quali sono i rischi della dichiarazione di successione?
Molte persone credono che presentare la dichiarazione di successione equivalga ad accettare l’eredità. La giurisprudenza ha invece chiarito che questo atto ha una valenza puramente fiscale e non comporta automaticamente l’acquisto della qualità di erede (Cass. sent. 29 marzo 2017 n. 8053).
Per chiarire con un esempio:
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un figlio presenta la denuncia di successione per sbloccare i conti correnti o volturare la casa:
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in un secondo momento scopre che i debiti del padre sono superiori al valore dei beni:
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se non ha ancora accettato formalmente o materialmente l’eredità, può ancora rinunciare.
Tuttavia, se la rinuncia avviene in ritardo e non viene presentata una rettifica alla dichiarazione di successione (D.lgs n. 346 del 1990), l’Amministrazione finanziaria potrebbe comunque inviare atti impositivi. In questo caso, il contribuente ha l’onere di costituirsi in giudizio per provare che non è mai diventato erede, mentre il Fisco deve dimostrare che il soggetto è decaduto dal diritto di rinunciare (Cass. sent. 29 marzo 2017 n. 8053).
Come funziona l’imposta di successione per i chiamati?
Esiste una differenza sostanziale tra i debiti pregressi del defunto e l’imposta di successione vera e propria. Per quest’ultima, la legge stabilisce che il presupposto sia la semplice chiamata all’eredità e non l’accettazione (D.lgs n. 346 del 1990). L’imposta viene quindi calcolata considerando come eredi i chiamati, a meno che questi non provino di aver già rinunciato formalmente (Cass. sent. 10 marzo 2008 n. 6327).
Questo meccanismo riguarda anche casi complessi come la trasmissione del diritto di accettare (articolo 479 c.c.). Se una persona muore prima di aver accettato un’eredità a cui era stata chiamata, tale diritto passa ai suoi eredi. Questi ultimi saranno tenuti a pagare l’imposta di successione anche per la successione precedente aperta a favore del loro dante causa (Cass. ordinanza 9 ottobre 2014 n. 21394). Anche in caso di rappresentazione, dove un nipote subentra al posto del padre che ha rinunciato all’eredità del nonno, il nipote diventa il nuovo soggetto passivo dell’imposta (Cass. sent. 10 marzo 2008 n. 6327).
Cosa succede se si rinuncia all’eredità dopo la scadenza?
La rinuncia all’eredità ha un effetto molto potente: essa esclude il soggetto dalla responsabilità per i debiti tributari anche se viene proposta in ritardo rispetto ai termini ordinari. L’assenza di un’accettazione precedente impedisce infatti che si formi il legame giuridico necessario per il passaggio del debito (Cass. sent. 29 marzo 2017 n. 8053).
Per proteggersi correttamente, il chiamato deve essere consapevole che:
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la rinuncia deve essere fatta con atto notarile o presso la cancelleria del tribunale:
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l’omessa rettifica della dichiarazione di successione non rende il rinunciante un erede, ma complica la gestione burocratica:
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la prova dell’estraneità ai debiti spetta al contribuente in sede di ricorso contro le richieste del Fisco.
In sintesi, mentre l’imposta di successione può essere richiesta sulla base della sola chiamata, per tutti gli altri debiti tributari del defunto serve la prova certa della qualità di erede, che si ottiene solo con l’accettazione (Cass. ordinanza 17 luglio 2018 n. 19030).