Ogni trasformazione nasce da un cambiamento dello sguardo. Prima ancora che mutino la società, la tecnologia, la scienza o le relazioni umane, cambia il modo in cui le osserviamo e le comprendiamo. Metamorphosis/Perceptions esplora questo passaggio, mostrando come la percezione ridefinisca la realtà e come la letteratura, la scienza, i media e l’arte contribuiscano a costruire nuove interpretazioni del presente e del futuro.
Quindici anni di un progetto unico. Con l’edizione Metamorphosis/Perceptions, Pirelli celebra il quindicesimo anniversario di un progetto editoriale che affianca al racconto economico-finanziario contributi originali commissionati ad alcuni fra i più importanti scrittori, poeti, scienziati, filosofi e artisti contemporanei. Da quindici anni l’Annual Report mette in dialogo numeri e cultura, trasformando un documento d’impresa in uno spazio di riflessione sul nostro tempo. L’Annual Report di quest’anno è dedicato appunto al tema “Perceptions”, una riflessione su come cambiano il nostro modo di guardare il mondo, gli altri e noi stessi, e su come le percezioni influenzino la scienza, il futuro, le relazioni, i conflitti e la costruzione dell’identità.
Per questo progetto Pirelli ha commissionato una serie di contributi originali a grandi firme italiane e internazionali. Oltre a Francesco Piccolo (del quale il nostro giornale pubblica il racconto), hanno scritto Diego De Silva, Francesca Mannocchi, Marcus du Sautoy e Derrick de Kerckhove, ciascuno affrontando il tema da una prospettiva diversa. Il volume è inoltre arricchito dalle illustrazioni originali di Pierre-Louis Mascia, artista e stilista di fama internazionale, che ha collaborato, tra gli altri, con The New Yorker e The New York Times.
T’appartengo ed io ci tengo
e se prometto poi mantengo
M’appartieni e se ci tieni
tu prometti e poi mantieni
Ambra Angiolini
‘T’appartengo’ (1994)
di Francesco Piccolo
C’è una mia amica che il martedì dice: vabbè, ormai questa settimana è praticamente finita, ci vediamo la prossima settimana. Per lei, la settimana può finire il martedì. Ma c’è un motivo: lei in realtà non vuole vedere le persone. Cioè, dice che vuole vederle (anche a sé stessa lo dice, mica solo alle persone); ma poi la sua anima punta a rimandare alla prossima settimana, a sgomberare questa. Ed è quello che proverà a fare ancora la prossima settimana, e quella dopo ancora… Il problema è che quando lei dice che ci vediamo la settimana prossima, io mi rilasso. Sono contento quanto lei. Perché sono come lei. Appartengo al gruppo di persone che vuole vedere le altre persone ma poi in realtà non le vuole vedere, o meglio vuole rimandare. Alla settimana prossima.
A questo gruppo apparteniamo io e la mia amica, ma pian piano si aggiungono altri - ecco cosa significa scrivere a volte: esprimere un modo di essere, e un lettore può dire: anche io sono così, appartengo allo stesso gruppo. Tra noi, ci capiamo.
Addirittura ci capiamo anche tra quelli di noi che non sanno di far parte di questo gruppo, e cioè che non hanno mai confessato di essere dei cultori del vedersi non più ormai questa settimana, ma la prossima (cioè apparteniamo allo stesso gruppo anche se io non lo scrivo e quel lettore non lo legge; non lo sappiamo, ma apparteniamo lo stesso. E se ci incontrassimo per caso, riconosceremmo il sussulto di chi si sente felice dentro quando sente che l’appuntamento è rimandato. Il martedì, per noi, ormai è troppo tardi: ci vediamo la prossima settimana. Avrei potuto dire che sono padre di due figli; uno scrittore; una persona con denaro sufficiente per vivere bene. Avrei potuto dire che sono uno che cammina, che ascolta i podcast, che legge tre quotidiani la mattina, che è abbonato a questa o quella piattaforma. Avrei potuto dire che mi piacciono i ristoranti, che non mi piacciono i fagioli, che non amo viaggiare. Che in treno mi piace stare dalla parte del corridoio. Che dormo con cuscini duri; ma che in realtà non dormo, perché sono insonne. Questo serve al mondo intorno a me per acchiapparmi in qualche modo, per capire chi sono. E serve a me, evidentemente, per presentarmi al mondo.

Ambra Angiolini, 49 anni, ai tempi di ’Non è la Rai’ (1991-1995)
La frase che diciamo spesso, o che sentiamo dirci spesso, in una conversazione, è: anche io. Tutti noi appena sentiamo che qualcun altro fa qualcosa, pensa qualcosa, ama qualcosa, odia qualcosa - e lo facciamo o pensiamo anche noi, diciamo: anche io! Ed è un momento di rapida euforia. Apparteniamo.
Chi sono io da solo, quando sono solo? Potrei azzardare e dire: chi sono io per davvero? Ecco, di questo non importa a nessuno. Non importa al mondo, ma alla fine non so quanto importi anche a me. Se non la condivido con gli altri la percezione che ho di me, la mia identità, cos’è allora? A cosa serve? E soprattutto: esiste? Esiste una identità che poi il mondo non conosce? E a cosa servirebbe? Se mi affaccio nel mondo, a cominciare dalla cucina la mattina, quando incontro altri membri della famiglia, per continuare quando esco dalla porta di casa e incontro gli altri, chi mi percepisce come sono veramente? Deve collocarmi in qualche modo. Nei paesi meridionali c’era (o c’è ancora, non so) una domanda che si faceva a qualcuno che non conoscevi: a chi appartieni? Cioè chi sono i tuoi genitori, la tua famiglia, il tuo cognome.
Chi sono io da solo, quando sono solo? Potrei azzardare e dire: chi sono io per davvero?
Era un modo per catalogare, per mettere insieme i pezzi a prescindere dalla personalità individuale. Per collocarla, la personalità individuale, in un contesto di origine e di conseguenza di cammino. Da solo, così, non so da che parte prenderti: se mi fai un elenco delle tue appartenenze, allora comincio a farmi un’idea. Così, anche sui social appartengo. E ognuno di noi appartiene a qualcosa e per questo ha una rete di persone che segue e da cui è seguita, e poi ha un numero di interessi, passivi e attivi, che rispondono all’appartenenza. E per questo, sui social cominciano ad arrivarti segnalazioni che riguardano ciò che ti piace, escludendo pian piano ciò che non ti piace. Sembra normale, sembra giusto. Ma pian piano l’appartenenza ti accerchia, ti chiude, esclude il resto del mondo; pian piano ti ritrovi in una rete di persone che hanno un alto numero di somiglianze e attorno a te spariscono le persone che non ti assomigliano, che sono diverse. E quindi pian piano tutta la tua vita è accerchiata dal consenso.
Pian piano l’appartenenza ti accerchia, ti chiude, esclude il resto del mondo
Tutti i messaggi che ti arrivano dal mondo sono quelli che vorresti ti arrivassero. Tutti i messaggi, di conseguenza, affermano e confermano che hai ragione. Su tutto. Trovi conferma delle tue idee, dei tuoi gusti, delle tue convinzioni politiche, delle tue battaglie civili o incivili. Tutto ciò in cui credi si rafforza, poi si rafforza ancora, e poi ancora. E i dubbi se mai sia davvero giusto o no quello che pensi, se ne vanno per sempre. Il mondo diverso dal tuo si allontana e scompare. E tu rimani con intorno soltanto persone che pensano quello che pensi tu, credono in quello in cui credi tu, amano mangiare quello che mangi tu. A quel punto non puoi uscire più dall’appartenenza. Sei in trappola. Casualmente, appartengo alle persone alte. Questa è una delle prime cose visibili di me. Questo ha avuto i suoi vantaggi e i suoi svantaggi. Le persone alte pregiudizialmente piacciono, si dice con ammirazione “quanto sei alto” come fosse un merito. Ma poi ti chiamano sempre indicando un posto molto in alto per aiutarli a prendere una cosa, dicendo la frase “tu che sei alto”, e con “tu che sei alto” pretendono un sacco di cose.
Sono meridionale. Questo ha avuto i suoi vantaggi e i suoi svantaggi. Tutti pregiudiziali. In positivo e in negativo. Sono maschio. Questo ha avuto i suoi vantaggi e i suoi svantaggi. Mi ha dato arroganza, prepotenza, facilitazioni, e anche un po’ di stronzaggine (per cultura, non per genetica). E qui dentro ci sono vantaggi e pure svantaggi. Sono un maschio progressista, però; appartengo cioè a quel gruppo di maschi sensibili molto attenti e complici con le donne, e che poi quando si allontanano buttano l’occhio per guardare il culo. Ma quelle non se ne accorgono e rimangono con l’idea vaga e solida della tua sensibilità. Io appartengo, quindi, in ordine sparso e per nulla gerarchico, a molti gruppi grandi e piccoli, partendo da quelli che vogliono vedere le persone ma non questa settimana, la prossima; quelli che si stancano di allacciare le scarpe e le infilano e sfilano senza allacciare e slacciare i lacci; sono di sinistra ma parlo molto male della sinistra (gruppo affollato, devo dire); leggo i libri con la matita in mano per sottolineare; guardo le partite di calcio; canto sul motorino e qualche volta mi commuovo mentre urlo il ritornello di una canzone che mi ricorda qualcosa.

Francesco Piccolo, scrittore e autore (foto Roberto Serra / Iguana)
Appartengo a quel gruppo che non beve mai il tè, e quando qualcuno porta il tè, io mangio tutti i biscottini mentre loro lo sorseggiano; quelli che fanno soltanto finta di essere entusiasti di stare tutto il giorno al mare, sotto il sole, pieni di sabbia (gruppo minoritario, ma rispettabile). Quelli che non hanno letto una riga del delitto di Garlasco (gruppo minuscolo). Oltre al fatto che c’è la possibilità che faccia parte di di gruppi di cui non bisogna assolutamente che gli altri sappiano che ne facciamo parte, perché sono illegali o immorali (o fanno ingrassare). Al massimo, possono sospettare che io faccia parte di quel gruppo terribile o quell’altro scandaloso, ma non lo sapranno mai (almeno spero…). Potrei continuare a lungo – e mi piacerebbe: costruire tutta la mia personalità, pezzo dopo pezzo, identificandomi con tutti i gruppi ai quali appartengo – ma ci vorrebbero pagine e pagine.
Con appartenenze grandi (importanti) e piccole (trascurabili, all’apparenza). Ma non c’è bisogno di ricostruire tutto il mio codice ereditario. Basta accennare a qualcosa: maschio, di sinistra, alto, meridionale, abbastanza colto, poco gusto nel vestire, schiavo dei dolci, bevitore di caffè. Per esempio: non firmo appelli da molti anni, quindi sembra che non appartengo; ma appartengo invece a quelli che non firmano gli appelli, che pure sono un gruppo, che tra l’altro spiegano la loro posizione con una certa presunzione (altro gruppo: i presuntuosi). Ora. Tutte queste appartenenze non fanno appartenere davvero a qualcosa, a meno che non si somiglino. Ma essere alti ed essere di sinistra non sono conseguenti. Essere meridionali e non volersi allacciare le scarpe non sono conseguenti. Quindi, se si vuole concedere un’identità pubblica, bisogna restringersi. Conformarsi. Entrare in grandi gruppi contigui e castrare i piccoli gruppi distanti. E però qui comincia, appunto, la trappola. Ma a me lo sguardo degli altri non fa paura. Non voglio affermare le mie caratteristiche - che poi sono davvero tutte? O non sono soltanto quelle scelte tra le grandi virtù? E se dovessi descrivere i difetti, non li sceglierei tra gli eccessi di virtù? Tipo: troppa generosità, mi fido troppo delle persone, non sono capace di rispondere con altrettanta violenza.
Tutte queste appartenenze non fanno appartenere davvero a qualcosa, a meno che non si somiglino
Insomma, la costruzione della propria identità difetta di eccesso di positività. E qui entra in gioco la letteratura. Qualche giorno fa, qualcuno mi ha chiesto davanti a una telecamera per un contributo social di scegliere il personaggio letterario che mi fosse più antipatico - oltre a un sacco di altre cose, alle quali ho risposto facilmente. Ma quella risposta la cercavo e non mi veniva. Mi sforzavo, ma non la trovavo. E mi dicevo: com’è possibile? E poi, scandagliando i vari personaggi, capivo perché. Perché gli antipatici, i cattivi, gli stronzi, mi piacevano molto.
Sono i personaggi più potenti, forse più indimenticabili. Perché la letteratura spezza di netto quel pensiero positivo che abbiamo su noi stessi. La letteratura non afferma che siamo migliori, né ci chiede di esserlo; e nemmeno elenca come difetti delle virtù eccessive, come facciamo noi con noi stessi. E anzi ci dice che si può essere antipatici, cattivi e stronzi e anche per questo essere indimenticabili. E di conseguenza ci dice che l’identità non deve essere una ricerca del miglioramento, dell’esibizione del meglio di sé; ma al contrario l’ammissione delle proprie pochezze, meschinità, vigliaccherie. E quindi apparteniamo veramente, e fino in fondo, soltanto a quei gruppi di cui parlavo prima: quelli che nessuno sa se vi apparteniamo per davvero, perché sono illegali, immorali (o fanno ingrassare). L’identità, invece, per come la vogliamo esprimere con ostinazione, è un fattore positivo con ogni forzatura; l’appartenenza lo stesso: a gruppi positivi con ogni forzatura. Ecco a cosa è servito amare la letteratura: a capire che non è così.
(E anche questo è un gruppo al quale appartengo…).