Come mi vorrebbero: la genitorialià pretesa da amici, colleghi e parenti (ed estranei)

Pubblicato il 7 Agosto 2026

«Lo fai stare troppo al freddo.» «Lo vizi.» «Non lo vizi abbastanza.» Il punto è che, qualsiasi cosa facciano i genitori possono essere (e lo sono) oggetto di critica.

Si dice che i genitori siano un modello. Per i figli, certo. Ma anche per dei perfetti sconosciuti. Se per i figli spesso sono un riferimento da seguire, per amici, parenti, colleghi ed estranei altrettanto spesso i genitori sono un modello da demolire. Sì, è sempre tutta colpa dei genitori. I figli vanno male a scuola? Colpa dei genitori. Un ragazzo commette un errore? Colpa della madre e del padre (o della loro assenza). Ci sono fenomeni sociali da analizzare? In qualche modo la colpa delle famiglie viene individuata. E se è vero che indubbiamente c’è una responsabilità (che comunque andrebbe indagata e non solo segnalata puntandovi il dito per liberarsi la coscienza) è altrettanto vero che questa necessità di contestare ai genitori qualsiasi colpa e responsabilità, ha degli elementi critici.

Soprattutto perché al di là delle legittime analisi sociologiche, questa caccia alle streghe nei confronti dei genitori non interessa madri e padri generiche, ma persone precise. Che subiscono queste tensioni, accumulando su di sé un giudizio negativo.

Il giudizio come cura

La forma più diffusa di pressione sulla genitorialità non si presenta come pressione. Si presenta come preoccupazione. «Lo fai stare troppo al freddo.» «Lo vizi.» «Non lo vizi abbastanza.» «A quell’età dovresti già…» La struttura retorica è sempre la stessa: l’osservazione parte dal figlio, ma per arrivare ai genitori. Non si critica il bambino (ma c’è anche chi lo fa). Si critica il genitore attraverso il bambino, il che è invece considerato una forma di attenzione. Ma soprattutto un dovere. Una collega senza figli che osserva come si tiene in braccio un bambino, un genitore con tre figli che guarda con superiorità quello che ne ha uno, un parente che deve sottolineare come ai suoi tempi i genitori fossero migliori. Di fondo c’è un pregiudizio positivo su di sé e uno negativo nei confronti del genitore che si critica. In tutti i casi è una mancanza di empatia terrificante che ferisce profondamente chi subisce quel giudizio.

La geografia delle aspettative

Non tutte le critiche sono uguali, anche perché arrivano da fonti diverse. La prima, la più potente, è quella familiare. Qui il modello di riferimento è sempre concreto e sempre passato: «Noi lo facevamo così e siete cresciuti benissimo.» L’argomento regge finché non si considera che “benissimo” è un giudizio retrospettivo che chiunque sopravviva a qualcosa tende ad applicarsi da solo. E che, nel caso specifico, non ha minimamente intenzione di mettere in discussione.

Il secondo strato è quello dei pari (altri genitori, amici con figli, colleghi nella stessa fase). Qui il meccanismo è più sottile perché travestito da solidarietà. Si condivide, si racconta, si confronta. Ma il confronto non è mai neutro: è sempre una scala, anche quando finge di essere una rete.

Il terzo strato, il più recente, è quello dei perfetti sconosciuti (l’estraneo al parco, il vicino in ascensore) che senza sapere niente si sentono in dovere, quasi una vocazione, di esprimere un giudizio.

Il paradosso dell’insoddisfazione

Il punto è che, qualsiasi cosa facciano i genitori possono essere (e lo sono) oggetto di critica. Giocano con i figli? Non hanno niente di meglio da fare. Prendono in braccio il figlio quando è triste o sta piangendo? Lo stanno viziando. Non alzano le mani per correggerlo? Stanno crescendo generazioni di imbecilli. E così via per tutto il resto. Si potrebbe pensare e concludere che basterebbe ignorare tutto questo per risolvere il problema. Ma questa non è una soluzione.

Sia perché frequentemente le critiche arrivano da persone vicine, e non è possibile ignorarle. Feriscono, lasciano il segno. Al massimo si può non dare seguito alla cosa, ma non ci si fa mai il callo. Il secondo problema è che, anche dagli estranei, il giudizio interroga. E una persona normale si chiede se in quella circostanza poteva fare meglio. Il punto è che così si è costantemente sotto pressione. Non esistono certezza. Viviamo in una società che demolisce ogni verità ed esalta il dubbio e l’incertezza, ma il prezzo da pagare è una costante insoddisfazione. E per i genitori che vorrebbero solamente fare bene il loro mestiere, è un peso devastante.

Le aspettative sulla genitorialità sono quasi sempre autobiografiche, sia di chi genitore lo è, ma anche di chi non lo è mai stato o non ha voluto esserlo. I genitori, quindi, subiscono anche questo. E portano il segno di tutte queste critiche e aspettative, sia quelle manifeste che quelle velate. Con il risultato che danno nuovo materiale a chi li vuole giudicare. Ma è una sfida impari, proprio perché, come detto, il più delle volte alla base c’è un pregiudizio positivo di chi critica più che una base solida criticabile del genitore oggetto dell’accusa.

Argomenti