Pensate come il cuore della medicina di prossimità, le Case di comunità sono al centro della riforma della sanità territoriale, che dovrebbe cambiare il modo in cui i cittadini si curano fuori dagli ospedali.
In una corsa contro il tempo per centrare l'obiettivo del 30 giugno 2026 e scongiurare la perdita dei fondi del Pnrr, nelle scorse settimane sono state inaugurate diverse strutture in tutte le regioni , ma la carenza di personale e l'organizzazione dei servizi continuano a sollevare dubbi sul fatto che possano davvero rappresentare una svolta per i cittadini.
Le Case di comunità sono presidi sanitari previsti dal DM 77 del 2022 che dovrebbero riunire medici di famiglia, infermieri, specialisti e altri servizi sanitari in un unico punto di riferimento per i cittadini, con l'obiettivo di ridurre gli accessi impropri ai pronto soccorso.
L'idea delle case di comunità è figlia dell’esperienza del Covid, quando la mancanza di una rete territoriale strutturata aveva messo sotto pressione gli ospedali.
Oggi il loro sviluppo è ancora in corso e la maggior parte dei cittadini non è a conoscenza della loro esistenza o dei servizi che potrebbero offrire.
Per fare chiarezza abbiamo intervistato il professor Matteo Bassetti, Direttore della Clinica di Malattie Infettive dell'Ospedale Policlinico San Martino e docente di Malattie Infettive presso l'Università degli Studi di Genova.
Cosa sono le Case di comunità e come funzionano davvero oggi?
D: Professore, partiamo dalla base: molti cittadini non hanno ancora chiaro cosa siano le Case di comunità. In concreto, che servizi dovrebbero trovare entrando in una di queste strutture e cosa trovano oggi nella pratica?
R: Le case di comunità dovrebbero essere delle strutture che offrono assistenza al cittadino per patologie medio-lievi: i cosiddetti codici bianchi e verdi del pronto soccorso. Una struttura a cavallo tra ospedale e territorio.
Nascono come idea nel periodo del Covid, quando si è capito che qualcosa non stava funzionando. Quindi si decise di studiare queste case di comunità che dovevano essere luoghi in cui c’era una collaborazione tra medici di medicina generale, specialisti ma anche infermieri. Nella realtà poi, piano piano, le cose sono un po' cambiate.
Forse non si è capito che quelle strutture non dovevano essere una duplicazione dello studio del medico di medicina generale.
Il rischio, nella realtà, è che ci troviamo di fronte ad un contenitore vuoto: sulla carta è molto utile, nella realtà qualcosa che non serve praticamente a nessuno.
Bassetti: “Credo che abbiamo perso una grande occasione”
D: Oggi il problema non sembra più costruire le Case di comunità, ma riempirle di medici e personale. Rischiamo che questa riforma, così com’è attuata oggi, diventi un’occasione mancata per rafforzare davvero la sanità territoriale?
R: Io credo che questo è il paese delle occasioni mancate. Per dare una risposta bisogna offrire competenza. Competenza vuol dire che il cittadino deve trovare all’interno delle case: competenza specialistica, infermieristica e se necessario anche amministrativa.
Devono dare un servizio 7 giorni su 7. Così è come nascevano le case di comunità, ma nella realtà tra quello che era un disegno teorico, e quello che è oggi c’è un mondo intero. Mi auguro vivamente che possano servire a qualcosa, ho dei dubbi.
Io credo che abbiamo perso una grande occasione. Mi auguro che non sia l’ennesima scatola vuota del sistema italiano.
“Case di comunità durante il Covid? Avrebbero rappresentato una risposta”
D: Se le Case di comunità fossero esistite durante il Covid, cosa sarebbe cambiato davvero?
R: Probabilmente soprattutto nella fase iniziale, quando mancavano tanti presidi, mancava questa organizzazione. Nonostante molti medici di medicina generale si siano prestati, e alcuni addirittura siano anche morti, per fare questa attività, mancava un’organizzazione.
Allora non c’erano le strutture per i malati covid, mancavano le mascherine, mancavano i percorsi.
Che cosa avrebbero potuto rappresentare le case di comunità? Certamente una risposta. Certamente avrebbero potuto aiutare.
Noi dobbiamo renderci conto che siamo di fronte ad una crisi epocale della medicina nel nostro Paese, perché noi abbiamo una continua richiesta di salute da parte di una popolazione che continua ad invecchiare e che, quindi, ha più bisogno di servizi, anche servizi specialistici sul territorio che oggi sono affidati agli ospedali.
Noi dobbiamo portare tutti questi servizi al cittadino e più vicini a casa dei cittadini. La medicina di prossimità è anche questa, cioè portare all’interno delle case di comunità una serie di servizi.
Noi dobbiamo avvicinare il cittadino al mondo della salute, non continuare ad allontanarlo complicandoglielo. La sensazione è che stiamo complicando. Bisogna dare dei messaggi semplici, precisi: questa divisione che arrivata al cittadino fa male al sistema salute.
Spero che si trovi una soluzione, pare che al momento è stata trovata una toppa e spesso la toppa è peggio dei buchi.