La proroga delle concessioni balneari fino al 30 settembre 2027 non garantisce agli attuali gestori il diritto di restare sulle spiagge fino a quella data. I Comuni possono avviare e concludere prima le procedure di gara e, una volta individuato il nuovo concessionario, far cessare anticipatamente il rapporto precedente. È questo il punto centrale della sentenza della VII sezione del Consiglio di Stato, pubblicata il 18 agosto e relativa al contenzioso sulle concessioni demaniali marittime del Comune ligure di Zoagli. Una decisione destinata ad avere effetti ben oltre il caso specifico, perché interviene nel pieno del confronto nazionale sul futuro degli stabilimenti balneari e sull’applicazione della direttiva Bolkestein.
La decisione dei giudici
I giudici amministrativi ribadiscono innanzitutto un principio già consolidato: le concessioni turistico-ricreative che hanno beneficiato delle ripetute proroghe legislative devono considerarsi cessate il 31 dicembre 2023 e le nuove assegnazioni devono avvenire attraverso procedure trasparenti, imparziali e concorrenziali. La parte più significativa della pronuncia riguarda però il nuovo termine fissato dalla legge al 30 settembre 2027. Secondo Palazzo Spada quella data rappresenta esclusivamente il limite massimo entro il quale può protrarsi il regime transitorio. Non è dunque una nuova scadenza automatica riconosciuta indistintamente a tutti gli attuali concessionari. Se un Comune riesce a completare prima la procedura selettiva e il nuovo gestore è pronto a subentrare, la concessione precedente può cessare anticipatamente, attraverso un provvedimento motivato. Il Consiglio di Stato qualifica infatti quella introdotta dal legislatore come una “proroga tecnica”, giustificata dalla necessità di consentire alle amministrazioni di organizzare ordinatamente le procedure. Proprio per questo non può trasformarsi in uno strumento per rinviare le gare. Le amministrazioni devono muoversi senza indugio e la possibilità di arrivare fino alle scadenze massime previste dalla legge deve rappresentare l'eccezione, non la regola.
Una lettura che preoccupa gli operatori balneari soprattutto per le modalità con cui le gare saranno concretamente organizzate. Per Antonio Capacchione, presidente del Sib, il Sindacato italiano balneari, il punto non è ormai più contestare in astratto il ricorso alle procedure competitive, quanto stabilire regole capaci di evitare contenziosi, offerte irrealistiche e una gestione disordinata del demanio. «Credo che ormai i giudici amministrativi abbiano chiarito che c'è l'obbligo di gara - osserva Capacchione -. Il problema non è tanto l'obbligo di gara: il problema che si pone è quello degli adempimenti necessari affinché la gara sia corretta. E tra questi c'è la pianificazione». Senza una programmazione preventiva, sostiene il presidente del Sib, si rischia di mettere a gara singole porzioni di territorio senza avere prima verificato la compatibilità dei progetti con i vincoli urbanistici, ambientali e paesaggistici e con l'interesse pubblico complessivo.
La sentenza
La sentenza chiarisce anche che i Comuni non possono giustificare l'immobilismo con l'assenza di alcuni provvedimenti attuativi nazionali. La mancata emanazione del decreto relativo ai criteri per gli indennizzi, afferma il Consiglio di Stato, non ha efficacia paralizzante sulle gare. Lo stesso vale per l'eventuale assenza, nei bandi, di una disciplina completamente definita sugli indennizzi. Le disposizioni introdotte successivamente nel 2024, che contemplano anche un'equa remunerazione per determinati investimenti, non possono invece essere applicate retroattivamente alle procedure precedenti.
Ma per il Sib il nodo riguarda anche i criteri economici utilizzati per selezionare il nuovo gestore. «Se per ottenere una concessione si arriva a offrire cifre enormi, poi quelle somme devono essere recuperate - afferma il presidente del Sib -. E il rischio è che si traducano in un aumento delle tariffe e che un'intera destinazione turistica venga messa in difficoltà». Capacchione insiste in particolare sulla necessità di preservare il modello italiano della balneazione attrezzata, che considera legato non soltanto ai servizi turistici ma anche alla sicurezza, al presidio delle coste e alla qualità dell'offerta.