Congresso Lega, Salvini spiazza i nordisti: stessi delegati, riconferma in tasca e purghe in arrivo

Sul pratone di Pontida hanno dovuto raddoppiare gazebo e capannoni dell'area ristoro per coprire i vuoti. Ora, dicono nel Carroccio, Matteo Salvini prova a fare lo stesso con il partito: allargare la tenda per non far vedere chi manca. Dal palco è arrivato l'annuncio a sorpresa di un congresso federale straordinario a ottobre, e il fronte dei nordisti, che da settimane chiede al segretario un passo di lato, è rimasto a bocca aperta. Un colpo di teatro con il lieto fine garantito, almeno per lui.

Congresso Lega a ottobre: stessi delegati, nessuna sfida

L'assise dovrebbe andare in scena a fine ottobre, al massimo nei primi giorni di novembre. Con tempi così stretti non c'è spazio per eleggere nuovi delegati: in sala siederanno quelli scelti a Firenze nell'aprile 2025, in larga parte fedeli al segretario. Le regole le fisserà il consiglio federale, ma nel partito si dà già per scontato un dettaglio: se il congresso sarà elettivo, candidature alternative non ne avranno. Più che una gara, un'incoronazione bis.

Nei conciliaboli di via Bellerio la parola d'ordine è già cambiata: non più assemblea elettiva ma «confermativa». Una specie di referendum su se stesso, con esito annunciato e finale a base di alzata di mano. 

Insomma, Salvini inaugura una nuova specie di assise: il congresso per confermare chi comanda già. Il fu Capitano non rischia nulla e ai nordisti, che gli chiedevano un passo di lato, tocca semmai vederlo farne uno avanti.

Se Salvini comanda davvero, perché chiede la riconferma?

I più scettici pongono la domanda che rovina la festa: se il leader è così saldo al comando, che bisogno c'è di farsi riconfermare? Fino a ieri la linea ufficiale era che la sua leadership non si toccasse perché appena rieletto. Oggi si scopre che rieletto non basta, serve rieletto due volte. Non aiuta nemmeno l'ennesima sfuriata contro la stampa: chi è sicuro di sé di solito non si agita per una cronaca sulle divisioni interne.

Pontida divisa: magliette blu contro magliette verdi

Sul prato la guerra è stata di colori prima ancora che di slogan. Da una parte le t-shirt blu dei fedelissimi, dall'altra le magliette verdi che giuravano fedeltà alla Lega Nord fino alla morte. Sotto il palco i megafoni salviniani ripetevano che il capitano è uno solo, mentre i bergamaschi rispondevano con fumogeni verdi e il grido «secessione». Un popolo diviso e, a occhio, meno numeroso degli anni scorsi. Con i big e gli amministratori del Nord sfilati in squadra, le crepe interne sono venute a galla come mai prima d'ora, lombardi in testa.

Non sono bastati a ricucire né il commosso omaggio a Umberto Bossi, scomparso a marzo, a cui è stato dedicato il pratone, né il ritorno del Va' pensiero, inno degli anni del nordismo. Dal palco due pesi massimi del partito hanno mandato messaggi in codice: guai a farsi la guerra in casa, il popolo leghista ha giurato di restare unito. Tradotto: la lite c'è, e si vede.

Purghe e mozione di minoranza: ai ribelli resta poco

Il copione prevede che, incassata la conferma, il segretario dia il via alle purghe contro i ribelli. Ai critici, raccontano fonti ben informate, resterebbe soltanto la carta di una mozione di minoranza da presentare al congresso: più una bandiera che un'arma. Intanto chi sperava in una resa dei conti vera si ritrova con un finale già firmato e con i tempi contro: senza nuovi delegati, la partita si gioca in casa del segretario.

Resta il punto interrogativo di sempre: quanto può durare questo stallo? E quanto pesa un partito immobile sulla tenuta della coalizione di centrodestra e del governo? A Pontida il segretario ha vinto ancora, ma il conto, dicono i più maliziosi, arriverà dopo.