C’è una frase che ricorre sotto ogni video come quello girato al Pilastro, a Bologna, il 19 luglio: "Se Abderrahim Fakir non avesse dato problemi, non sarebbe successo niente". È una frase comoda, ma sbagliata, perché confonde un comportamento con una colpa morale. Chi opera ogni giorno in contesti sanitari sa che un grave stato di agitazione psicomotoria può avere molte cause: uno scompenso psichiatrico, un’intossicazione o un’astinenza, un trauma cranico, una patologia neurologica o un’alterazione metabolica. Non riguarda soltanto chi fa uso abituale di sostanze. Può interessare anche una persona che ne assume una per la prima volta, senza sapere come reagirà il suo organismo.
Questo non significa negare la pericolosità di determinati comportamenti né il diritto degli operatori a proteggere se stessi e gli altri. Significa chiedersi come una società organizzata debba gestire quella crisi senza provocare danni evitabili. Ma facciamo un passo indietro.
Abderrahim Fakir è morto Domenica 19 luglio nel quartiere Pilastro di Bologna durante un intervento della polizia: aveva 42 anni, era arrivato in Italia da bambino, ed era titolare di un’impresa di facchinaggio. Nel video diffuso in rete lo si vede immobilizzato a terra in posizione prona, con le mani dietro la schiena. Lo si sente chiedere aiuto, mentre la voce e i movimenti si affievoliscono progressivamente. Nelle immagini compaiono anche almeno due soccorritori del 118, che intervengono quando gli agenti lasciano loro spazio e Fakir appare ormai privo di sensi. La Croce Rossa sostiene che l’equipaggio abbia atteso la conclusione dell’intervento di polizia per poter operare in sicurezza. La Procura ha precisato che l’intera vicenda ha avuto uno sviluppo temporale più ampio rispetto al video circolato online.
Quando la contenzione diventa pericolosa
Nella pratica clinica la contenzione fisica dovrebbe essere una misura eccezionale, temporanea e proporzionata, da utilizzare quando gli strumenti meno restrittivi non sono sufficienti a impedire un pericolo immediato. Deve essere eseguita da personale formato, con ruoli definiti, per il tempo più breve possibile e con un controllo continuo delle condizioni della persona.
Nessuna posizione di contenzione è completamente priva di rischi. Quelli della posizione prona aumentano soprattutto quando l’immobilizzazione a terra si prolunga, viene esercitata pressione sul collo, sul torace o sull’addome oppure la persona continua a dibattersi in condizioni di ipertermia, intossicazione, acidosi metabolica o sofferenza cardiaca e respiratoria. Le linee guida mediche raccomandano quindi di evitare ostacoli alla ventilazione, ridurre al minimo la durata della contenzione e assegnare a un operatore il compito specifico di controllare respiro, coscienza e parametri vitali.
La paura si governa con la ripetizione, con il debriefing dopo ogni evento critico e con la possibilità di provare la procedura prima di doverla applicare sotto pressione reale
Nella morte di Federico Aldrovandi deceduto in circostanze simili a Ferrara nel 2005, le sentenze stabilirono come il trauma toracico, le percosse e la compressione esercitata mentre il ragazzo era immobilizzato a terra furono rilevanti per il decesso. Così come per Riccardo Magherini, morto a Firenze nel 2014 dopo essere rimasto immobilizzato a terra in posizione prona per circa tredici minuti, l'Italia è stata condannata dalla Corte europea dei diritti dell’uomo per la contenzione ritenuta "prolungata" e oltre lo "stretto necessario". Secondo la sentenza le indicazioni operative e la formazione allora disponibili non garantivano un’adeguata protezione della vita. Formazione, coordinamento e competenza devono prevalere sull’istinto.
Mi sono capitate diverse situazioni di minaccia e potenziale pericolo. Ricordo un uomo affetto da una grave patologia oncologica, che comprimeva un’area cerebrale e ne alterava il comportamento. Durante una crisi minacciò me e altri colleghi brandendo un contenitore per rifiuti taglienti, esponendoci anche a un concreto rischio biologico. Tutte le volte che queste situazioni non degenerano e non diventano casi di cronaca non è per fortuna, ma per la competenza di una squadra multidisciplinare formata a gestire questi scenari. La paura si governa con la ripetizione, con il debriefing dopo ogni evento critico e con la possibilità di provare la procedura prima di doverla applicare sotto pressione reale.
Le regole devono diventare addestramento
L’11 maggio il Dipartimento della Pubblica sicurezza aveva trasmesso le nuove linee guida per la gestione delle persone non collaborative in cui veniva spiegato che non devono essere prolungati il decubito prono e la compressione del torace, ma piuttosto che la persona dovrebbe essere collocata in posizione laterale in attesa del personale sanitario. Un documento scritto, però, non basta. Deve tradursi in formazione capillare, simulazioni periodiche, aggiornamenti obbligatori, valutazione delle competenze e revisione degli interventi più critici. Il vero nodo non è soltanto sapere che cosa fare in teoria, ma riuscire a farlo correttamente quando una persona urla, si dibatte, non risponde agli ordini e mette a rischio chi le sta intorno.
Un'ambulanza presente sulla scena non protegge nessuno se nessuno ha l'autorità e la competenza per dire fermatevi perché sta morendo.
La presenza di un’ambulanza non è sufficiente se non sono definiti con chiarezza i ruoli, la responsabilità del monitoraggio clinico e il momento in cui la sicurezza della scena deve lasciare spazio all’assistenza sanitaria. Dopo la morte di Fakir, la Società italiana di medicina di emergenza-urgenza ha chiesto ai ministeri della Salute e dell’Interno un tavolo tecnico e un protocollo nazionale condiviso tra sanitari e forze dell’ordine.
Gli operatori di sicurezza spesso non hanno gli strumenti per riconoscere una condizione clinica critica e chi interviene nel contenimento (comprese le persone comuni attirate sul posto) può ignorare quanto sia pericolosa una contenzione prolungata su un corpo già in sofferenza. Nessuno mette in discussione la necessità della sicurezza della scena: un intervento su una persona in grave crisi può essere realmente pericoloso ma chi risponde a queste chiamate non può pensare di contare su manette e peso corporeo.
La competenza tecnica conta più della forza: comprende sapere quando fermarsi, come posizionare un corpo che si dibatte, quando affiancare o sostituire la contenzione fisica con farmaci somministrati da personale sanitario sono conoscenze che salvano vite e, magari, avrebbero potuto farlo anche con quella di Fakir che chiedeva aiuto a pochi metri da chi avrebbe dovuto prestarglielo.