VIDEO FCIN1908 / Inter, allenamento mattutino. C'è il presidente Marotta
Intervenuto ai microfoni di TMW Radio, Paolo De Paola ha commentato duramente la scelta di Malagò di puntare su Roberto Mancini come nuovo ct della Nazionale. "Credo che in una situazione del genere, assolutamente kafkiana, c'è un limite che è stato ampiamente superato, che è quello della vergogna. Malagò magari con qualche sorrisetto, da piacione come dice lui, ha creato quello che voleva creare sin dal primo giorno, sin dal primo minuto in cui si è proposto come presidente federale, cioè Mancini e poi questa del DT, va bene, viene o non viene, importante o non è importante, è una pezza a colori che ha voluto mettere. Dopodiché quello che è successo di clamoroso con Maldini, con Leonardo, con Pirlo, è come se non ci fosse stato, perché alla fine quello che dice Malagò è che alla fine abbiamo preso una decisione".
"Ci facciamo andar bene questa decisione, ma allora questo è il nostro Paese e l'espressione massima della vergogna del nostro Paese in questo momento è al vertice della Federcalcio, perché in una situazione di questo genere Malagò doveva dimettersi per acclarata incompetenza, perché lui l'ha detto, io sono incompetente quindi ho bisogno di un direttore tecnico, non mi assumo io la responsabilità, poi invece se l'è assunta perché Mancini è un suo amico, poi se l'è assunta perché Ranieri lo conosce benissimo, ex della Roma e abbiamo fatto un'altra volta il circoletto Aniene di Roma Nord, come qualcuno ha detto, alla faccia di qualsiasi pudore che bisognerebbe avere in queste circostanze. Io ribadisco, siamo solo oltre il limite, ogni limite della vergogna".
Ma chi ha deciso il ct?
"Il circoletto di amichetti, questo è il governo del calcio italiano, in ogni stagione c'è stato un circoletto di amici prevalentemente su base romana e adesso diciamo ha avuto il suo exploit a Roma nella formulazione di Malagò, Mancini e Ranieri. Uno scontro con Abodi? Non è vero, non è vero nulla di tutto questo, ci sono dei poteri trasversali nei quali non c'entra nulla la politica, c'entra la logica di palazzo, di amicizie, di clan, di affinità. Io sto con te, ti chiamo perché tu mi sei simpatico e in qualche modo abbiamo condiviso delle cose insieme. Io vi dico solo una cosa, fuori da Roma questa logica non esiste, non esiste, è una logica che abita a Roma e riguarda il calcio, la politica, il modo di fare che non esiste altrove, la gente non la capisce questa roba fuori da Roma".
Di riforme del calcio italiano parlava Andrea Agnelli nel 2012:
"Tutto l'affetto, l'amore e anche la stima per Andrea Agnelli, l'ho seguito da vicino ma ha un difetto che purtroppo si è constatato nel corso delle stagioni: è discontinuo, cioè lui dice almeno 5 o 6 cose giuste, sagge, ma poi alle quali non dà seguito, cioè la Superlega lanciata così è stata una sciocchezza, doveva avere un seguito, doveva avere un accordo reale e non fittizio, doveva essere portata avanti con una struttura seria ma Andrea Agnelli, ribadisco, se tu lo metti a lanciare delle idee per il calcio ne ha almeno 10 su 10 buone, ma sono tutte irrealizzabili, cioè nel senso che lui poi lancia l'idea ma si guarda bene da portarla avanti e lo stesso più o meno è avvenuto alla Juventus. Aveva lanciato l'idea di un ringiovanimento con Marotta, poi è andato via e ha lasciato soli i vari direttori generali che sono arrivati, una squadra che non si riusciva a rimettere in piedi e l'ultima appunto è quella di Pirlo, amico personale di Andrea Agnelli, un fiasco totale. Andrea Pirlo è stato il primo elemento di fallimento, di discontinuità dopo i nove scudetti, vinti anche a fatica, l'ultimo con Sarri che si è consegnato completamente ai giocatori".