ROMA Così sarà dura. La Manovra espansiva ed elettorale, il bollo auto e le tasse da tagliare, i fondi per la Difesa chiesti da Donald Trump e gli aiuti per il caro-energia chiesti dagli italiani. I dati Istat sono una doccia gelata per Giorgia Meloni. Che non nasconde la sua amarezza negli studi di Porta a Porta. «Sono chiaramente dispiaciuta» si sfoga la premier intervistata da Bruno Vespa. «Abbiamo fatto un lavoro molto complesso in questi anni che ci ha portato a diminuire il deficit, lo dobbiamo ricordare, dall'8,1% quando ci siamo insediati all'attuale non 3,1%, 3,08%».
Flessibilità, si tratta con l’Ue
L'obiettivo però non è stato ancora centrato. E l'Italia resta dentro la procedura d'infrazione europea per deficit di un soffio. «È il classico: hai fatto 30, eri molto vicino al 31» sospira Meloni. Non le manda a dire all'Istat, accusato di troppa «prudenza» in un dossier riservato di Fratelli d'Italia spedito ieri ai parlamentari del partito. «Ora io non so se l'Istat sottostimi gli italiani o sottostimi il governo, ma sta accadendo sempre» picchia duro la presidente del Consiglio durante la doppia ospitata su Rai1 (fa il bis a "Cinque Minuti"). «Mi dispiacerebbe molto se questo accadesse anche fra due anni e se noi fra due anni dovessimo scoprire che in realtà stavamo sotto al 3%, ma le stime erano, diciamo, troppo prudenti». Difende il lavoro fatto, nonostante tutto: «Negli ultimi 4 anni abbiamo speso complessivamente 60 miliardi per cercare di calmierare le bollette delle famiglie e delle imprese» dice Meloni. E se la crescita va a rilento è per «problemi che sono prevalentemente di carattere strutturale».
I timori della vigilia
Il sospetto di una stangata dell'istituto statistico aleggiava già alla vigilia fra i corridoi di Palazzo Chigi. Dove in tanti hanno creduto a una svolta all'orizzonte: l'Italia fuori dalla procedura sul deficit, il governo con le mani libere per scrivere una legge di bilancio generosa, piena di misure di impatto elettorale. È andata diversamente. Raccontano una premier irritata non poco con il Mef che l'aveva rassicurata su un esito positivo. O comunque più roseo di così. Adesso che fare? Il bivio passa dall'Europa, ancora una volta. Già perché la doccia fredda dell'Istat riapre il dibattito dentro al governo sull'opportunità di attivare la clausola di salvaguardia per la flessibilità. Balla un tesoretto fino a 35 miliardi di euro in due anni: 14 da spendere per misure sulle energie rinnovabili, altri 21 per aumentare la spesa nella Difesa come chiesto dalla Nato (e da Donald Trump). Da Palazzo Chigi è già partita una lettera alla Commissione europea per mettere in moto la macchina. Ma le brutte notizie dell'Istat sulla procedura d'infrazione potrebbero suggerire una frenata.
È un bivio insidioso. Attivare la clausola ha i suoi vantaggi. Significherebbe disporre di miliardi extra da spendere per le spese militari ed energetiche. E insieme provare a varare una Manovra espansiva. La flessibilità può infatti diventare, proprio come il Pnrr, un portafoglio "alternativo" dove spostare voci di spesa in capo al bilancio dello Stato. Liberando spazi per misure elettorali nella prossima finanziaria. Vedi la cancellazione del bollo auto da rendere strutturale. Ma la clausola ha anche i suoi svantaggi. Perché attivare i miliardi extra per l'energia e la Difesa significa far schizzare in alto il deficit e allontanare il rientro dalla procedura d'infrazione. Un cane che si morde la coda. L'unica via è trattare con la Commissione europea per chiedere di scorporare i miliardi della flessibilità dal computo del deficit, garantendo un rientro più morbido dalla procedura Ue.
La trattativa
Contatti in corso. Squillano i telefoni e si farà incandescente quello di Raffaele Fitto, vicepresidente della Commissione ma anche uomo fidatissimo della premier. Spinge per la trattativa in extremis con Ursula von der Leyen il sottosegretario al Programma Giovanbattista Fazzolari. Frena invece il ministero dell'Economia che invita a tenere i conti in ordine. La premier assicura che il governo seguirà "la tabella di marcia". Ma è pronta a trattare con "Ursula". Se serve arrivando a un compromesso: l'attivazione parziale della clausola per provare a restare sotto il 3 per cento del rapporto deficit-Pil. Si vedrà. Resta davanti una strada in salita e una Manovra che si complica.
Difficile piazzare tutte le bandierine degli alleati che scalpitano e vogliono andare all'incasso. La flat tax e le pensioni di Salvini, il taglio delle tasse di Tajani, gli aiuti alle famiglie di Lupi. Calma e gesso: i conti vanno rifatti. Anche il conto dei giorni che mancano alle Politiche? La frenata dell'Istat riavvicina lo spettro del voto anticipato. A Palazzo Chigi sono convinti che la strada sia tracciata: si vota tra aprile e maggio. Meloni deve ancora decidere. Per ora nega. E da Vespa glissa con una battuta: «Lo dicono tutti fin dall'inizio, forse vogliono levarci dalle scatole...»
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