Cita un precedente. Ma suona quasi come un contrattacco. Perché il precedente in questione è di quelli illustri: una circolare firmata nel 1990 da Sergio Mattarella. Il presidente della Repubblica, all'epoca ministro dell'Istruzione, che inaugurando l'anno scolastico da Amatrice lunedì aveva tratteggiato la visione di una scuola pubblica come «leva di integrazione», chiamata a «includere» e «non formare ghetti».
Un modello in apparenza distante, forse opposto a seconda delle letture, a quello a cui si ispira l'annunciato decreto del governo sul tetto al 30% degli alunni stranieri nelle classi, il divieto di burqa e l'obbligo per i genitori di imparare l'italiano. La premier però non la vede così. E per sostenere la sua tesi, dal salotto tv di Cinque minuti, ricorda che lo stesso Mattarella, da ministro, «redigeva circolari che più o meno invitavano a non concentrare i ragazzi stranieri nella stessa classe, perché è una misura di buon senso. E quindi - osserva Meloni - mi pare giusto portarla avanti».
La polemica
Le chiede Bruno Vespa se non abbia interpretato le parole del capo dello Stato come un altolà rispetto al provvedimento in via di definizione tra ministero dell'Istruzione e Palazzo Chigi. Lei ribalta la tesi. Spiega di aver letto, ma non condiviso, «questa interpretazione prevalente» delle parole di Mattarella secondo cui l'inquilino del Colle avrebbe voluto contestare l'iniziativa del governo (non lo ha fatto: il riferimento di Mattarella ai «ghetti», semmai, sembrava più pronunciato pensando alla proposta di classi separate per i disabili avanzata da Roberto Vannacci). In ogni caso «non la leggo così», insiste Meloni. «Il presidente della Repubblica dice che la scuola deve superare i ghetti, non creare ghetti». E in questa direzione, sostiene, va la volontà di creare «classi più equilibrate». Anche perché, ribadisce la presidente del Consiglio come già aveva sottolineato il titolare dell'Istruzione Valditara, la misura riguarda i ragazzi stranieri «che non parlano la nostra lingua».
Intanto le opposizioni insorgono. Per Elly Schlein la premier «manca di senso dello Stato» e «tira per la giacchetta il presidente», per i Cinquestelle Meloni «non ha capito Mattarella o manipola le sue parole». Che in ogni caso, nonostante il ministro Valditara abbia definito il discorso del presidente «bellissimo» proprio per il riferimento alla necessità di evitare ghetti, non sono state vissute bene da un pezzo di Fratelli d'Italia. Lo dimostra l'uscita dell'eurodeputato meloniano Marco Squarta, in un messaggio indirizzato proprio a Mattarella, in cui ricorda di essere stato tra i grandi elettori del presidente della Repubblica nel 2022: «Non votai per lei e ogni giorno che passa sono sempre più convinto di aver fatto bene», suona l'affondo. Affondo non condiviso da Meloni, che invece col presidente (e le sue circolari da ministro 36 anni fa) ritiene di essere sulla stessa lunghezza d'onda.
Quanto agli altri capitoli d'attualità, Meloni conferma l'intenzione di andare avanti fino a fine legislatura nonostante i rumors. «Parlano di voto in primavera? Perché non vedono l'ora di levarci dalle scatole presumo», scherza. «Ma questo lo dicono dall'inizio». L'accusano di essersi costruita una legge elettorale su misura. Lei non ci sta: «Le leggi elettorali le devi cucire addosso all'interesse dei cittadini», replica. «Questa non è una legge che favorisce il centrodestra o il centrosinistra. È una legge che favorisce i cittadini», perché «permette di scegliere il parlamentare con le preferenze, il programma di governo, il candidato premier».
A Schlein rivolge parole al miele che nascondono in realtà una zampata. La segretaria del Pd le aveva inviato una lettera con cinque proposte su clima e transizione energetica su cui lavorare insieme? Meloni conferma che le analizzerà perché le sembrano «sensate, ragionevoli». «Schlein - concede - è evidentemente un interlocutore naturale per me, è il leader del principale partito di opposizione». Ma è una lettera «che lei può inviare perché il governo italiano ha condotto una battaglia per avere deficit aggiuntivo», e «quando abbiamo portato avanti questa battaglia ci si disse che non avevamo portato a casa niente». Quindi la missiva della leader dem «è un implicito riconoscimento del lavoro del governo», gongola la premier.
Fake news
Anche per Roberto Vannacci, bastone e carota. «Non ho elementi per dire che sia un cavallo di Troia della Russia», concede la premier al generale. Ma pagine social a lui vicine, «di cui rilancia i contenuti», hanno usato «argomenti proprio della più vergognosa propaganda russa contro di me». Fake news come «avere una relazione col presidente ucraino o di fare uso di droghe». Su questo la premier non è disposta a fare concessioni: «Da una persona che si definisce patriota è legittimo aspettarsi parole molto chiare. Di fronte ad accuse così infamanti contro chi rappresenta l'Italia un patriota alza la testa. Invece l'onorevole Vannacci è rimasto in silenzio».
© RIPRODUZIONE RISERVATA