Si è arresa Denise Cosco, il coraggio non ha pagato tanta solitudine. Era la figlia di Lea Garofalo, anche lei testimone di giustizia, uno dei simboli calabresi della ribellione alle mafie, uccisa dal compagno, uomo della 'ndrangheta quando Denise aveva poco più di 17 anni. A 35 anni (la stessa età in cui è stata assassinata la madre), un figlio di quattro e un compagno, da 16 anni sotto protezione nel programma testimoni, domenica si è lanciata dalla finestra ad Ariccia, alle porte di Roma, è morta ieri al San Camillo.
Oggi sarà eseguita l'autopsia, la procura di Velletri ha aperto un fascicolo per istigazione al suicidio, il pm Domenico Vicario ha anche disposto il sequestro del cellulare. Per chiarire se la donna abbia ricevuto minacce. Denise dopo aver testimoniato contro il padre, aveva vissuto nell'ombra. La sua storia di resilienza e lotta alla 'ndrangheta era divenuta un simbolo troppo silenzioso.
La tragedia senza fine
E la paura del presente, i fantasmi del passato l'hanno travolta. Di lei restano foto da bambina stretta alla mamma, le sue parole diffuse da un altoparlante al funerale della madre a piazza Beccaria, che non ha potuto seguire di persona: «Lea, la mia cara mamma, ha avuto il coraggio di ribellarsi alla cultura della mafia, la forza di non piegarsi alla rassegnazione e all'indifferenza. Ma la vostra presenza è un segno di vicinanza non solo a lei, ma a tutte le donne e gli uomini che hanno rischiato e continuano a rischiare. Per me è un giorno molto difficile, ma la forza me l'hai data tu, se è successo tutto questo è stato solo per il mio bene, e non smetterò mai di ringraziarti».
Denise aveva testimoniato al processo, per poi entrare nel programma di protezione con una nuova identità, un lavoro, i pezzi di una vita da riattaccare. Raccontato gli ultimi giorni di vita della madre, l'agguato, puntato il dito contro il padre e i complici: Lea venne uccisa dall'ex e il suo corpo bruciato e fatto a pezzi nel 2009. L'epilogo amaro di una parabola che aveva portato una giovane donna innamorata ad allontanare il compagno, uomo di 'ndrangheta, per amore della figlia. «Sei la mia ragione per andare avanti, tu avrai tutto quello che io non ho mai avuto nella vita», le ripeteva Lea.
Chi era Denise
Era cresciuta in un ambiente di mafia: il padre era stato assassinato nella "faida di Pagliarelle". Quando si innamora di Cosco ha 14 anni, lui ha mire che vanno oltre i sentimenti. Nel '96 dopo l'arresto del compagno, scappa a Milano, non vuole più avere niente a che fare con lui, glielo dice in carcere, diventa testimone di giustizia. Inizia anche il suo calvario, tra fughe, tentati attentati e rapimenti, il trasferimento a Campobasso. Ma una donna di mafia non può lasciare il compagno e rifarsi una vita, il 24 novembre 2009, viene attirata a Milano con la scusa di parlare del futuro della piccola Denise. Lea non è più sotto protezione dal 2005, quando Cosco finisce di scontare la pena. Con il sostegno di Libera inizia una battaglia legale ma alla fine si arrende. E ingenuamente va a Milano. Qui viene rapita, torturata e uccisa. Il suo corpo bruciato. Sarà Denise a denunciare il padre e affrontare il processo. Le indagini porteranno all'arresto di Cosco e dei complici.
«È morta una giovane donna coraggiosa e sofferente. Il coraggio e la sofferenza hanno rappresentato i due estremi nei quali si è mossa l'intera vita di Denise, i due piani della bilancia che a lungo ha provato, con tutte le sue forze, a tenere in equilibrio. Oggi però qualcosa, in quel fragilissimo equilibrio, si è spezzato per sempre. Qualcosa si è spezzato dentro la sua anima inquieta e sensibile - il ricordo di don Luigi Ciotti, presidente di Libera e Gruppo Abele - E qualcosa si sta spezzando anche dentro noi».
In un'intervista rilasciata nel 2012, Denise disse: «Io non voglio nascondermi, non siamo noi testimoni di giustizia a dover essere protetti, noi abbiamo fatto il nostro dovere, sono loro, uomini e donne della 'ndrangheta a doversi nascondere. Io sono una donna, giovane e voglio vivere libera di studiare, finire il linguistico, laurearmi in lingue orientali, voglio vivere, amare, avere la libertà di essere felice... anche per mia mamma».
Ma il dolore del passato, la solitudine l'hanno distolta dal suo intento. Un gesto che ricorda quello di Rita Atria, la 17enne testimone di giustizia che si è tolta la vita il 26 luglio 1992 gettandosi dalla finestra a Roma, all'indomani della strage di via D'Amelio, un cui morì Paolo Borsellino il magistrato che era diventato un secondo padre e una guida dopo l'assassinio di Giovanni Falcone. Anche lei era sola e impaurita.
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