Dolore e rabbia per Mario: «Il Portici era la sua vita i farabutti devono pagare»

Era andato a Pozzuoli per seguire la sua squadra del cuore, come sempre. Un amore che nella famiglia Spedaliere si tramanda da generazioni: la fede per la maglia del Portici 1906, che Mario porta con sé fin dalla più tenera età. In braccio a papà Massimo, sugli spalti, Mario ha imparato a crescere e a diventare l’uomo che è oggi. Lo stesso che, dopo l’ultima partita disputata tra Puteolana e Portici, rischia di essere strappato per sempre all’affetto dei suoi cari: i due figli, la compagna in dolce attesa, gli amici e i parenti che in queste ore si stringono attorno alla famiglia.

Una passione che Mario custodisce come una fede. La domenica cerca di liberarsi dagli impegni per seguire la sua squadra del cuore, mentre il sabato è al lavoro e non sempre riesce ad accompagnare il Portici in trasferta. Oggi lotta tra la vita e la morte all’ospedale di Pozzuoli, dove è ricoverato in rianimazione da 48 ore dopo il gravissimo pestaggio subito al termine della partita. Un’aggressione brutale, durante la quale è stato colpito alla testa con una mazza da baseball, riportando una lesione al cranio.

Il dolore 

Portici ha il fiato sospeso. Dalla società sportiva all’amministrazione comunale, il pensiero è rivolto a Mario e alla sua famiglia. Tra incredulità, rabbia e dolore, oggi la città sembra più spenta del solito. Nei bar, nelle strade non si parla d’altro: ognuno ha la propria teoria, il proprio pensiero, ma tutti condividono una speranza, quella di vedere Mario tornare a casa e riabbracciare la sua famiglia. Papà Massimo è in ospedale da domenica sera, da quando il telefono ha squillato per avvisarlo che suo figlio, questa volta, dopo l’ennesima trasferta, non sarebbe tornato a casa. «Io voglio solo poterlo riabbracciare e portarlo a casa – dice con la voce rotta dal dolore Massimo – ma non perdono e non ho intenzione di scusare questi farabutti che hanno agito con una violenza inaudita. Devono fare i conti con la giustizia. Le forze dell’ordine potevano gestire meglio la sicurezza, nello stadio e soprattutto all’esterno. Non si fanno uscire le tifoserie ospiti pochi minuti dopo quella casalinga, senza una scorta. Secondo me qualcosa è andato storto».

Massimo cerca di mantenere la lucidità. Gli hanno raccontato la dinamica dei fatti e si unisce all’appello lanciato domenica sera dalla sorella di Mario, che aveva condannato questa violenza ingiustificabile. «Amo il Portici da sempre, ho portato io Mario allo stadio e gli ho trasmesso questa passione – prosegue – ma oggi il calcio non è più bello, oggi può fare male. Questo clima d’odio sta rovinando uno degli sport più belli del mondo. Oggi non riesco più a vedere questa nostra passione come qualcosa da trasmettere alle prossime generazioni».

All’ospedale di Pozzuoli è un continuo via vai di tifosi, amici, parenti e rappresentanti delle istituzioni, tutti accorsi per stare vicino a Mario e alla sua famiglia. Trentiquattro anni, lavora in una macelleria di Ercolano ed è padre di due figli. La compagna è in dolce attesa e la famiglia si prepara ad accogliere il terzo bambino. È conosciuto in città, soprattutto negli ambienti della tifoseria, dove papà Massimo è stato per anni una bandiera del Portici 1906. Chi lo conosce lo descrive come una persona sempre sorridente, un grande lavoratore, legato alla famiglia e agli amici.

La testimonianza 

E con un amore immenso per la maglia biancoceleste. «Il sabato non poteva andare allo stadio perché lavorava, ma la domenica cercava di fare il possibile per essere sugli spalti. Il suo è un amore grande, immenso, ma domenica il peggio di uno sport tanto bello ha preso il sopravvento. Domenica non sarebbe nemmeno dovuto andare allo stadio: suo papà gli aveva detto di non andare, che era stanco e che avrebbe dovuto recuperare le energie – racconta Maurizio Minichino, ex dirigente del Portici, tifoso e amico della famiglia Spedaliere –. Quando la partita è finita ho avuto subito una brutta sensazione: hanno fatto uscire prima i tifosi di casa e poco dopo noi, senza una scorta della polizia. Mi era sembrato inusuale, poi è successo il finimondo: una brutale aggressione che ha lasciato Mario a terra».

In ospedale sono arrivati anche i sindaci di Portici e Pozzuoli, Claudio Teodonno e Luigi Manzoni, che hanno voluto testimoniare la propria vicinanza alla famiglia. «Siamo profondamente scossi da quanto accaduto. Mario sta lottando tra la vita e la morte. Ribadiamo che il calcio e lo sport non hanno e non devono avere mai nulla a che fare con la violenza, con la sopraffazione o con la criminalità. Al questore e al prefetto chiediamo un ulteriore sforzo in termini di prevenzione, presidio e controllo del territorio, per garantire la sicurezza e la piena incolumità di tutti i cittadini e dei tifosi in occasione delle manifestazioni sportive».