Domenico Caliendo, nelle chat le accuse a Oppido. La replica: è ingiusto

Una chat di anestesisti - un gruppo che si autodefinisce “Eroi” - nel corso della quale commentano le evoluzioni del caso del piccolo Domenico Caliendo. Hanno una certezza, gli “eroi”: «Il trapianto si poteva fare, certo che si poteva fare, ma una ventina di giorni fa, adesso non ha più senso». È il 13 febbraio scorso, quando gli anestesisti commentano così la possibilità di sottoporre il bambino a un nuovo trapianto, rivolgendo pesanti critiche nei confronti del primario cardiochirurgo Guido Oppido. Una circostanza duramente avversata da parte di un anestesista in particolare, a leggere chat destinate a finire al vaglio degli inquirenti. Si chiama Giovanni Lombardi e rivolge pesanti critiche nei confronti del primario. Facile immaginare che la sua testimonianza venga acquisita agli atti dell’inchiesta che punta a fare chiarezza sulle circostanze legate al doppio intervento di trapianto-espianto al Monaldi, ma anche sulle scelte adottate subito dopo, in uno scenario culminato nella morte del piccolo paziente.

Il retroscena  

Stando a quanto emerso dalle note finite agli atti, si evince che sempre il 13 febbraio scorso, l’amministrazione del Monaldi ha notificato ad Oppido un ordine di servizio: la revoca delle ferie, chieste dallo stesso Oppido dal 12 febbraio all’otto marzo. Motivo: «La necessità di assicurare continuità assistenziale per il piccolo paziente D.C.». Parliamo del piccolo al quale era stato trapiantato un organo prelevato a Bolzano e giunto a Napoli completamente bruciato.

Note, ordini di servizi e chat che ora attendono il vaglio del pm Giuseppe Tittaferrante, dell’aggiunto Antonio Ricci. Diversa la valutazione del diretto interessato. Assistito dai penalisti Vittorio Manes e Alfredo Sorge, Oppido rivendica da tempo di aver fatto di tutto per accudire il piccolo Domenico. Quanto alla richiesta di ferie - si evince dalla posizione difensiva - va ricordato che essa cade in un giorno dopo un intervento dei carabinieri del Nas al Monaldi e alcuni giorni dopo lo scoop de Il Mattino (era il sette febbraio, a firma del collega Giuseppe Crimaldi), quando la situazione interna all’ospedale era tutt’altro che serena. Mai Oppido avrebbe voluto lasciare l’ospedale - spiega chi assiste Oppido -, né era sua intenzione di smaltire le ferie. Si sarebbe limitato ad accogliere un consiglio che gli era stato fornito, per motivi di opportunità. Un consiglio probabilmente sbagliato, come emerge anche dalla perentorietà con cui la direzione del Monaldi gli revoca il periodo di ferie.

Le conversazioni

Ma torniamo alle chat del 13 febbraio. Sette giorni dopo Domenico Caliendo morirà in terapia intensiva, dove fu trasferito il 23 dicembre 2025, pochi minuti dopo il fallimento del trapianto di cuore. Domenico è rimasto oltre cinquanta giorni collegato all’Ecmo. Fatto sta che le conversazioni in chat confermerebbero quanto ipotizzato dalla famiglia Caliendo e dal loro legale, l’avvocato Francesco Petruzzi, secondo cui, se il piccolo in tempo utile fosse stato staccato dall’Ecmo e collegato al Berlin-Heart (il cosiddetto cuore artificiale, che consente agli organi di funzionare garantendo meno danni rispetto all’Ecmo), probabilmente avrebbe potuto essere trapiantabile una seconda volta.

Le manette

Ma c’è una frase che compare agli atti, che va ricondotta a Vincenzo Pagano, il chirurgo che ha fatto parte della equipe di napoletani giunti a Bolzano per effettuare l’espianto del cuore donato. È indagato per omicidio colposo e il 7 febbraio scorso scriveva queste righe, ripensando a quanto accaduto al Monaldi: «Fraté (dice confidandosi con un suo conoscente) abbiamo fatto tre morti dall’inizio dell’anno... sto iniziando a sperare che ci arrestano tutti». Più nello specifico, Pagano sta chattando con un altro medico non indagato: «La tragedia è successa perché il medico impiantatore non ha fatto l’esame obiettivo dell’organo come da linee guida del Cnt (Centro Nazionale Trapianti, ndr)». Parole che vanno ricondotte ancora a Oppido, che in questo caso giungono da un medico chirurgo interno allo staff dello stesso Oppido, che era presente sia all’espianto di Bolzano che alla doppia operazione fatta a Napoli lo scorso 23 dicembre.