Elda Marangoni, 90 anni dopo il femminicidio di Fiesso resta senza un colpevole. La sorella: «Prima di morire confessò alla suora che fu il fidanzato a spararle»

Novant'anni dopo è un “cold case” che non ha trovato soluzione e che, ormai, non la troverà mai. Uno dei primi casi documentati in Polesine di quello che oggi chiameremmo femminicidio: una ragazza di vent'anni uccisa con un colpo di pistola alla schiena, il fidanzato indicato dalla stessa vittima come l'uomo che aveva sparato, ma nessun colpevole per la giustizia. Il 16 agosto 1936 Elda Marangoni morì all'ospedale di Rovigo dopo due giorni di agonia. Era stata ritrovata la sera del 14 agosto, a Fiesso Umbertiano, gravemente ferita e abbandonata in un vigneto. A distanza di quasi un secolo non ci potrà più essere una verità giudiziaria diversa da quella sancita allora. Ma il dolore di quella morte non è scomparso: lo porta ancora oggi la sorella che ha il suo stesso nome e che, pur non avendola mai conosciuta, ha custodito per tutta la vita la storia di Elda e i ricordi tramandati dalla famiglia grazie all’altra sorella Lina.


IL DOLORE

Elda Marangoni, detta "Aldina", è nata il primo novembre 1936, porta il nome della sorella e, anche se non l'ha mai conosciuta, nel suo sguardo si legge ancora la sofferenza per quello che è successo tantissimi anni fa.
«La nostra famiglia abitava in località Rezzo, dopo Capitello, frazione di Fiesso. Mia sorella aveva compiuto vent'anni a marzo, lavorava in una fabbrica di tabacco, mentre Gino Donegà, 22 anni, lavorava come agricoltore, ma a breve sarebbe dovuto partire per il servizio militare. È sempre stato un ragazzo particolare, sua nonna diceva a mia nonna "Guarda che mio nipote è strano, devi dire all'Elda di stare attenta". Ad esempio, rientrava a casa dal lavoro e se in tavola c'era del cibo che non gli andava bene, allora gettava tutto a terra. Un'altra volta mia sorella era andata al pozzo a prendere l'acqua: tornando a casa, incrociò Gino che all'improvviso le rovesciò i due secchi pieni d'acqua, chiedendole dove fosse stata. Era molto geloso».


IL DELITTO

Il 14 agosto 1936 Elda non arriva mai al lavoro. Iniziano subito le disperate ricerche e i primi sospetti indicano Donegà, di cui - per alcuni giorni - non c'è più traccia. Il corpo della ventenne è ritrovato da un amico di famiglia, in un vigneto, verso le 21. Questa persona chiamò il papà di Elda, che la portò con il carrettino all'ospedale di Rovigo.
A dare una svolta alle indagini è una suora, che non si arrese alle prime risposte della ragazza, intuendo ci fosse qualcosa di strano nella vicenda: «Mia sorella morì in ospedale dopo due giorni d'agonia - racconta Elda -. All'inizio parlava del fidanzato, dicendo che non era stato lui a spararle. Poi cambiò versione, dicendo che avevano deciso di morire entrambi, togliendosi assieme la vita. La suora, però, rispose che Donegà non si era mai sparato e che si era nascosto su un albero. A quel punto mia sorella disse la verità, ovvero che era stato il fidanzato a spararle. Lo aveva fatto perché era geloso; a breve doveva partire per il servizio militare e temeva che lei potesse scegliere un altro uomo. Prima di morire, mia sorella disse di perdonare Gino perché lei gli voleva bene».

Il colpo di scena avviene nel processo: «Gino Donegà, l'assassino di mia sorella, venne assolto per insufficienza di prove. Eppure Elda aveva confessato alla suora che era stato lui a spararle. Inoltre, non poteva essere mia sorella ad essersi uccisa, perché l'uomo che la ritrovò nel vigneto notò che la pistola era nella mano sinistra, ma Elda era destra. L'assassino di mia sorella non ha mai fatto un giorno di prigione. Anzi, partì regolarmente per il servizio militare e successivamente per la guerra, dalla quale non fece più ritorno».

La morte di Elda sconvolse i genitori: «Mia mamma e mio papà non vollero andare al processo: la mia famiglia cambiò casa dopo poche settimane e si trasferì in centro a Fiesso. Al processo quindi, in treno a Bologna, andarono mia sorella Lina e mio cugino Armando Franceschetti. Mio padre affermava di non voler mai più in vita sua rivedere Gino e che, se avesse avuto una pistola, lo avrebbe ucciso. Mia mamma, invece, diceva a mia sorella Lina che quando andava a pregare si sentiva sollevata dal dolore. Servivano i soldi e le carte per portare Elda a Fiesso, quindi il corpo rimase in città tre-quattro mesi prima del trasferimento nel nostro paese. Mia sorella Lina partiva spesso in bicicletta e andava a trovarla in cimitero a Rovigo, anche con il freddo a novembre e a dicembre».


LA COMMOZIONE

"Aldina" si commuove quando riporta a galla un dettaglio: «Non ho mai conosciuto mia sorella, eppure ancora adesso mi viene da piangere a raccontare questo particolare. Ero cresciuta, ero una ragazzina: quando tornavo a casa in bicicletta il fratello di Gino mi vedeva per strada e mi diceva: "Sei bella come tua sorella". Stavo male a sentire quella frase, tornavo a casa e lo raccontavo a mia mamma, che mi diceva di stare lontano da quella famiglia».

Da brividi la storia del santino, datato 16 settembre 1936, quindi a un mese dalla scomparsa: «Sono tornata ad abitare a Fiesso nel 1996. Ero in pensione, andavo a messa in paese quasi tutte le mattine: una donna mi ha fermato in chiesa e mi ha detto di aver ritrovato il santino in un cassetto, a casa sua. Io non sapevo nemmeno dell'esistenza di questo santino di mia sorella, fino a quella mattina di 30 anni fa».

Il dolore, poi, ha rischiato di mischiarsi ad altra sofferenza: «Non dissero subito a mia mamma che Elda era morta, perché mia mamma era incinta di sette mesi, di me, e sarebbero potute esserci delle complicazioni, a causa del dolore che provava».

Sono passati 90 anni e c'è un ricordo, che ha attraversato generazioni, e rimane perfettamente custodito: «È questo ciuffo di capelli di mia sorella. Quando andavo a trovare mia mamma Maria, che nel frattempo si era trasferita da mio fratello Vittorio in centro a Fiesso, mi diceva che nel comodino c'erano un ritaglio di giornale, che riporta il fatto di cronaca nera, e appunto il ciuffo di capelli. Mia mamma non buttava via niente, aveva tenuto tutti i particolari e ogni tanto tirava fuori questo sacchettino».


CASO IRRISOLTO

Novant'anni dopo, il delitto di Elda Marangoni non avrà più un colpevole. Gino Donegà partì per la guerra e non tornò, la giustizia aveva già chiuso il caso con un'assoluzione e il tempo ha portato via quasi tutti i protagonisti di quella storia. Non ha cancellato, però, quello che è rimasto dentro la famiglia. Il dolore è passato dai genitori ai figli, da Lina ad Aldina, nata pochi mesi dopo e chiamata proprio Elda perché quel nome continuasse a vivere. E oggi, quasi un secolo dopo quel 14 agosto 1936, restano le parole raccontate di generazione in generazione, un vecchio santino, un ritaglio di giornale e quel piccolo ciuffo di capelli conservato per 90 anni. Nessuna sentenza ha dato un colpevole alla morte di Elda. La sua famiglia, però, non ha mai permesso che insieme alla verità scomparisse anche il suo ricordo.