ROMA Telefoni muti, bocche cucite. A Palazzo Chigi l'ordine di scuderia è uno solo: giù le mani dalle urne israeliane. Giorgia Meloni non tifa, almeno sulla carta. I suoi consiglieri ripetono la formula di rito: «I rapporti bilaterali non cambiano, chiunque vinca». Sarà. Eppure ieri sera ai piani alti del governo trattenevano il fiato. Perché da Israele passano tutte le partite che contano per l'Italia: l'Iran e il Libano, Gaza, Hormuz, il prezzo dell'energia e le bollette, il vento dell'inflazione che soffia dal Medio Oriente e spazza via i risparmi.
Il filo spezzato
Il filo con "Bibi" si è spezzato da tempo. L'intesa tra conservatori che legava Meloni e Netanyahu (Fratelli d'Italia e il Likud erano un tempo legati) è un ricordo sbiadito. L'ultima telefonata? A marzo. Una chiamata di fuoco: la premier che sfoga tutta l'ira di Roma per gli attacchi in Libano che avevano messo a rischio, per l'ennesima volta, i caschi blu italiani di Unifil, e il premier israeliano impassibile dall'altra parte della cornetta. Poi più nulla. Il grande gelo, con il termometro sotto zero. Ma gelo non significa stallo. Se l'era Netanyahu dovesse proseguire senza inversioni di rotta, l'Italia sarebbe pronta al passo successivo: votare a Bruxelles le sanzioni sui beni prodotti dai coloni in Cisgiordania. È lo stesso dossier su cui fino a qualche mese fa Roma frenava, invocando l'unanimità e la cautela. Ma se si dovesse formare un consenso europeo, spiega chi segue da vicino la partita, tirarsi indietro sarebbe difficile, se non impossibile.
Del resto le linee rosse della diplomazia italiana si sono spostate di mese in mese e ogni volta un po' più in là. Prima le sanzioni ai coloni violenti. Poi la richiesta all'Ue di colpire i ministri ultranazionalisti Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich. Poi ancora il memorandum sulla Difesa congelato in primavera da Guido Crosetto e destinato a restare in freezer. A ogni passo, uno strappo da Gerusalemme: i raid in Libano, i colpi vicino ai caschi blu, le bombe sulle comunità cristiane, gli attivisti italiani della Global Sumud Flotilla piegati in un hangar e derisi sotto lo sguardo compiaciuto di Ben-Gvir. Nel mezzo, la doppia guerra a Gaza e in Iran che anche qui, a Roma, ha presentato il conto. Salatissimo per l'economia e in parte anche per il consenso.
I sondaggisti sono quasi unanimi: la rabbia degli studenti, della Gen-Z per i raid israeliani nella Striscia, l'accusa di inerzia rivolta al governo italiano hanno giocato un ruolo nella sconfitta del centrodestra al referendum sulla giustizia. Un dato che nessuno sottovaluta. Meloni inclusa. Di qui, alla vigilia del voto che può riscrivere le sorti del Medio Oriente, l'imperativo della prudenza. A destra come a sinistra. Nel campo largo i rapporti con Israele restano una vicenda politicamente spinosa. Con i riformisti Pd e una parte dei renziani visibilmente allergici alla linea marcatamente pro-Pal che guida le mosse e le parole dei dioscuri dell'alleanza Conte e Schlein. Si vedrà. Intanto a Palazzo Chigi lo sguardo si sposta dal voto al day-after. Il governo ha cerchiato in rosso una finestra sul calendario, dal 3 al 10 novembre. Va dalle elezioni di metà mandato negli Stati Uniti alla prima seduta della nuova Knesset ed è il momento di massimo rischio. La parentesi perfetta per un ultimo, scenografico colpo di coda israelo-americano contro gli ayatollah, con conseguenze imponderabili. E la perfetta distrazione da un'eventuale delusione elettorale.
I canali ancora aperti
Non che nell'esecutivo qualcuno creda davvero in una svolta diplomatica dietro l'angolo. Basta ascoltare un paio di comizi per abbandonare pie illusioni: nessuno sfidante promette di archiviare da un giorno all'altro la partita iraniana. Tantomeno Gadi Eisenkot, l'ex capo di Stato maggiore che a Gaza ha già mostrato il pugno di ferro e che con i pasdaran non sarebbe più tenero. «Seguiamo la campagna senza interferire», ripeteva venerdì Tajani da Istanbul, al tavolo con turchi, sauditi, egiziani e pakistani. Ma il voto, aggiungeva, «mostrerà fino a che punto Israele sarà disposto a tornare al tavolo del dialogo». I rapporti fra Italia e Israele restano come sospesi. Niente strappi plateali, né slanci di amicizia. Un filo diretto, quello sì, utile ad affrontare crisi improvvise. Come il fermo di cinque attiviste italiane a Hebron, rimpatriate in ventiquattro ore. Va avanti il lavoro delle feluche - una task force di diplomatici lavora da mesi sotto traccia al "piano di Pace" di Trump - e dei Carabinieri che a Gaza sono pronti ad addestrare la polizia locale. Fin qui si arriva, oltre no. Che Bibi resti o faccia le valigie, il gelo politico tra Roma e Gerusalemme è destinato a durare a lungo. Almeno fino alle Politiche.
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