Israele, oggi il giorno della verità per Netanyahu: lo sfidante Eisenkot è in vantaggio, ma c'è nodo maggioranza

Per Israele, questo voto non è come gli altri. Oggi, dalle 6 alle 21 ora italiana, oltre sette milioni di cittadini si recano alle urne per la prima volta dopo la tragedia del 7 ottobre per rinnovare i 120 seggi della Knesset, mentre si continua a combattere una “guerra su sette fronti” e con una sfida all’Iran che pende come un’enorme spada di Damocle sull’intero Medio Oriente. In questi anni, inoltre, alcuni temi hanno spaccato profondamente la società israeliana. Dalla leva degli ultraortodossi fino alle riforme volute da Benjamin Netanyahu, dalle responsabilità del 7 ottobre, fino alle ricette economiche, il Paese ha diversi nodi da sciogliere, che si uniscono e spesso hanno acuito le tradizionali divisioni tra comunità. In primis, quella tra mondo arabo ed ebraico, con Gaza e Cisgiordania a rappresentare i temi più spinosi ma non gli unici. Ma anche tra laici e religiosi e tra ortodossi e nazionalisti.

I due principali contendenti di questa tornata elettorale sono noti. Uno è Netanyahu. L’altro è Gadi Eisenkot, che secondo i sondaggi sarebbe in leggero vantaggio. Il primo rappresenta la continuità di una lunghissima stagione al potere in cui Israele è cambiato e prima ancora è cambiata la sua società. “Bibi”, nato a Tel Aviv 77 anni fa, si presenta alla guida del Likud con l’idea che il lavoro da lui iniziato debba ancora essere portato a termine. Questo vale sia sul piano militare e strategico che sul piano interno. Ed è anche per questo che l’idea è di confermare lo stesso blocco con cui è attualmente al governo. Insieme a lui, c’è Otzma Yehudit, il partito di estrema destra guidata dal ministro per la Sicurezza interna, Itamar Ben-Gvir. Protagonista di una campagna elettorale feroce e di azioni e frasi che hanno provocato spesso la condanna della comunità internazionale, Ben-Gvir si sta facendo largo soprattutto tra i giovani e gioca una sua personale partita con Sionismo Religioso di Bezalel Smotrich. Sostenitore delle colonie e del loro ampliamento, promotore del “Grande Israele” e liberista sul piano economico, il ministro delle Finanze cerca di superare la soglia di sbarramento (3,25%) insieme a Zehut di Moshe Feiglin. Con loro, a decidere le sorti della maggioranza, restano i partiti ultraortodossi. Uno è Shas, rappresentante della comunità sefardita e nato su input del rabbino Ovadia Yosef. Aryeh Deri, leader del movimento e più volte ministro, è un alleato centrale per Netanyahu. Così come fondamentali saranno gli altri ultraortodossi che fanno capo alla lista dell’Ebraismo della Torah Unito.

I blocchi

A sfidare il blocco del governo, c’è il “blocco del cambiamento” guidato da Eisenkot e dal suo neonato partito Yashar. Capo di Stato maggiore dal 2015 al 2019, e già membro della Knesset, Eisenkot era entrato nel governo di emergenza di Netanyahu dopo il 7 ottobre. Ne è uscito dopo un anno, molto critico sulla conduzione della guerra, ed è da sempre promotore di una commissione d’inchiesta apolitica sul massacro perpetrato da Hamas. Con un figlio e due nipoti caduti in combattimento a Gaza, Eisenkot è visto come un leader che gestirebbe il conflitto e i principali dossier di politica estera e interna, in particolare i rapporti tra i vari apparati dello Stato, con una visione più pragmatica. Con lui, si muovono due ex premier, Naftali Bennett e Yair Lapid, uniti nella lista “Insieme” e unici leader a essere riusciti a interrompere negli ultimi anni il lungo “regno” di Netanyahu. Di idee di destra o centriste, i due hanno rappresentato per molto tempo i principali volti dell’opposizione prima della discesa in campo di Eisenkot. Più a destra, invece c’è Yisrael Beytenu, fondato da Avigdor Liberman, voce degli ebrei di origine russa, nazionalista laico e avverso agli ultrareligiosi. Mentre a sinistra, il blocco scommette sui Democratici di Yair Golan, unione dei laburisti e dei più radicali di Meretz. Golan, generale ed ex vicecapo di stato maggiore dell’Idf, è visto da molti come un eroe per avere scelto di recarsi da solo verso la Striscia e salvare i suoi “ragazzi” durante l’attacco del 7 ottobre, ma è anche l’unico che si è espresso a favore di un’alleanza con il blocco dei partiti arabi. E proprio loro potrebbero essere l’ago della bilancia.

Le alleanze

In una Knesset frammentata e senza nessuno in grado di raggiungere i 61 seggi per avere la maggioranza assoluta, il partito Ra’am guidato da Mansour Abb e Lista unita potrebbero avere un ruolo fondamentale. Allearsi con questi movimenti rappresenta ancora un tabù per molti partiti. Ma l’opposizione potrebbe non avere altra scelta. A meno che non si cerchino strade alternative: un governo di minoranza, magari con un sostegno esterno arabo, o un esecutivo di coalizione che unisca il Likud e Yashar. Una scelta che piace a molti elettori ma che rischia di essere poco praticabile.

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