È la domanda delle domande. Quella che si trascina senza sosta, di capannello a capannello, senza che sia possibile venirne a capo abbandonando ogni ragionevole dubbio: quando si terranno le prossime elezioni politiche?
Il boccino è in mano alla premier Giorgia Meloni, che continua a ripetere da settimane che il governo andrà avanti fino a fine legislatura. Sono le azioni, più che le parole della premier, a suggerire l’intenzione opposta. Due su tutte: la sospensione del bollo auto e la mossa sul tetto massimo nelle classe. Proposte dal sapore squisitamente pre-elettorale, che difficilmente troverebbero senso se non impegnate in una logica di breve raggio, con vista sulle urne di aprile. Teorie, va detto: per altri il ritrovato protagonismo della premier sui dossier di casa nostra risponde all’esigenza di arginare, sul piano mediatico ancor prima che politico, il generale Roberto Vannacci. Azione per il momento riuscita, se si considera il calo nei sondaggi di Futuro nazionale.
La verità è che entrambe le strade, elezioni anticipate o a fine legislatura, riservano benefici e incognite.
La leader di Fdi potrebbe beneficiare della scelta di staccare in anticipo la spina del governo, spiazzando le opposizioni ancora in alto mare sull’organizzazione delle primarie. Dall’altra parte scontenterebbe gli alleati, Antonio Tajani e Matteo Salvini, alle prese con situazioni tormentate nei rispettivi partiti e alla ricerca di un rilancio. Altro tasto dolente: le amministrative. Se la premier decidesse di andare a elezioni anticipate si aprirebbe lo scenario dell’election day, indigesto soprattutto a destra, dove le possibilità di strappare qualche grande città al campo largo sono ridotte al lumicino.
Di indizi che fanno propopendere, soprattutto nel Pd, a credere che si arriverà fino alla fine, ce n’è almeno un altro di peso: la nuova infornata di nomine nelle società di Stato che si terrà solo a giugno.
Vale lo stesso discorso per la riforma della Rai che il centrodestra punta a far entrare in vigore prima della prossima legislatura, ma che verrà approvata in prima lettura solo per la fine di novembre.
Indizi pesanti che ancora non bastano per fare una prova. Complici le recenti dichiarazioni del capogruppo meloniano Lucio Malan, che ha messo in conto l’ipotesi delle urne anticipate, salvo poi fare retromarcia in retromarcia: «Il difetto di votare a settembre - ha detto il senatore Fdi ospite da un Giorno da Pecora - è che hai poco tempo per fare la campagna elettorale e poi c’è la questione di fare la legge di bilancio che è una cosa molto delicata per cui potrebbe esserci l’esigenza di votare a maggio».
Le opposizioni, in prima linea Elly Schlein, continuano a chiedere alla premier di dire quando si voterà. Ma da via della Scrofa, quartier generale meloniano, trapela che potrebbe non essere il via libera alla legge elettorale, domani, l’occasione per sciogliere l’arcano: «La data si deciderà strada facendo, e non dipenderà solo dalla legge elettorale». Quel che è certo è che sul bilancino la presidente del Consiglio dovrà mettere altre variabili esogene: il prezzo del diesel di nuovo in piacchiata, l’inflazione che non dà tregua e poi i vari dossier geopolitici, a partire dai mid term alle porte che, potrebbero portare nuove conseguenze per il vecchio continente. Fino a quando una decisione non sarà presa continuerà a suonare Pino Daniele: «Tu dimmi quando quando».
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