Emanuela Orlandi. Una ragazza come tante, cittadina vaticana che, dopo essersi recata alla sua consueta lezione di musica, da 43 anni, non fa più ritorno a casa. Tante le ipotesi venute fuori negli anni, ma con una caratteristica in comune: il Vaticano. Oggi la verità passa per i laboratori del RIS, che hanno avviato nuovi accertamenti genetici sul presunto flauto di Emanuela, rimasto da loro custodito. L'obiettivo è utilizzare tecnologie e metodi di isolamento del DNA più avanzati rispetto al passato per cercare tracce biologiche di Emanuela o di altri soggetti su aree del flauto e della custodia non esplorate in precedenza. Tutto è iniziato nel 2013 quando, a trent'anni dalla scomparsa, un uomo contattò la redazione della trasmissione televisiva "Chi l'ha visto?" indicando dove trovare un flauto che sarebbe appartenuto alla ragazza. Lo strumento fu effettivamente rinvenuto nei pressi di un bassorilievo. Le indicazioni erano state fornite da Marco Accetti, figura controversa già coinvolta e recentemente di nuovo indagata dalla Procura di Roma nell'ambito delle indagini sulla vicenda. «Se il Pubblico Ministero ha disposto questi nuovi accertamenti, avrà avuto i suoi buoni motivi -asserisce Laura Sgrò, avvocato della famiglia Orlandi- Sulle indagini c’è il segreto istruttorio. Ciò che sappiamo con certezza è che Accetti è iscritto nuovamente nel registro degli indagati ed è stato interrogato. Siamo fiduciosi che si faccia chiarezza sul suo eventuale ruolo in questa vicenda». Abbiamo chiesto a Pietro Orlandi, fratello di Emanuela, quali siano le aspettative di fronte a quest’ultimo sviluppo.
Cosa si aspetta, concretamente, dal nuovo ciclo di accertamenti scientifici sul flauto consegnato da Accetti?
«Ci aspettiamo che queste nuove analisi ci dicano finalmente, e senza ombra di dubbio, se quello sia davvero il flauto di Emanuela.
L’unica risposta definitiva può arrivare solo dal DNA: se troveranno tracce genetiche di mia sorella avremo una certezza, altrimenti il dubbio resterà eterno. Tutto il resto — la marca, il modello, l’astuccio — corrisponde perfettamente, ma senza il riscontro del DNA la parola fine non si potrà mettere».
Qualora il DNA confermasse la riconducibilità dello strumento, quali scenari si aprirebbero sulla figura di Marco Fassoni Accetti?
«Se quello si rivelasse il flauto giusto, mi auguro si faccia finalmente chiarezza sul suo ruolo reale. Bisognerà capire se Accetti abbia fatto parte della manovalanza che ha materialmente prelevato Emanuela per conto di terzi, o se invece fosse semplicemente a conoscenza di chi la prese, riuscendo soltanto in un secondo momento a entrare in possesso dello strumento».
Tra social e tv si continua ad associare la voce di Accetti a quella dell’"Amerikano". C’è molta confusione su questo punto, lei che ne pensa?
Si continua a dare per certo che la voce di Accetti sia quella del telefonista, con accento anglosassone, che effettuò le chiamate della presunta trattativa nei mesi successivi alla scomparsa. Ma le cose non stanno così. Almeno non del tutto. Non mi baso sulle opinioni degli analisti improvvisati che popolano i social, ma sui periti forensi ufficiali che hanno messo a confronto più volte i reperti audio. Nelle prime telefonate giunte a casa nostra non c'è alcuna similitudine con la voce di Accetti; un'analogia emerge soltanto in alcune chiamate indirizzate al nostro avvocato dell’epoca, Gennaro Egidio, nel mese di agosto. Continuare a sostenere in tv che fosse sempre lui genera solo ulteriore caos, in una vicenda che di confusione ne ha già troppa».
Esiste invece una traccia audio su cui gli esperti non nutrono dubbi? E che fiducia ripone nelle ultime decisioni degli inquirenti?
«Sì, c'è una certezza assoluta. È la cassetta del 17 luglio 1983, la cosiddetta "cassetta delle sevizie": sul lato B c'è una voce maschile che ribadisce le consuete richieste legate ad Ali Ağca, attentatore di Giovanni Paolo II. Gli analisti sono certi al cento per cento che quella sia la voce di Accetti. Quanto agli sviluppi odierni, ho molta fiducia nel Pubblico Ministero Stefano D'Arma e nel gruppo che lavora con lui: se ha chiesto questo secondo accertamento sul flauto, significa che ha motivi più che validi per farlo».
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