Eurovolley a Napoli, Stefano Telese: «Il match del Plebiscito? Progetto ambizioso nel nome di Napoli e dello sport»

Una cornice d'eccellenza. Un'idea che ha messo al centro un'intuizione visionaria di Federazione, Comune e realtà locali, unite nel mettere Napoli al centro di un evento che, nonostante i problemi causati dalla pioggia, si è rivelato un successo. La partita inaugurale tra Italia e Svezia in Piazza del Plebiscito, che ha dato il via all'Europeo di Pallavolo, è stata la dimostrazione della sinergia tra Napoli e il mondo dello sport, mostrando come, nell'anno della Capitale dello Sport, la città sia pronta ad accogliere eventi di questa portata. Un contesto storico, culturale e scenografico unico al mondo ha reso la partita, conclusasi con un trionfale 3-0 dell'Italvolley, un evento difficilmente replicabile. Tra coloro che hanno lavorato dietro le quinte, curando il coordinamento tra Federazione, istituzioni e organizzazione locale, c'è Stefano Telese, responsabile dell'Area Tecnico-Sportiva della FIPAV. Telese, infatti, è stato tra i tanti protagonisti che hanno avuto un ruolo cruciale nel realizzare l'evento, con particolare attenzione al fatto che, a essere coinvolta, fosse la sua città.

Da napoletano che ricopre un ruolo di questo tipo in Federvolley, che emozioni ti ha dato vedere la tua città diventare la casa della partita inaugurale dell'Europeo in una cornice del genere?

«Per me è stata un’emozione particolare, perché in questo progetto si sono incontrate due dimensioni a cui tengo moltissimo: Napoli, la mia città, e la pallavolo.

Vedere l'Italvolley giocare una gara ufficiale degli Europei nel cuore di Napoli, in Piazza del Plebiscito, è stato qualcosa che, fino a poco tempo fa, sarebbe stato difficile anche solo immaginare. E credo che il significato vada oltre la semplice partita: abbiamo portato la pallavolo in un luogo simbolo della città e l’abbiamo fatta vivere anche a chi magari normalmente non frequenta un palazzetto».

In che modo ha cambiato le cose il fatto di essere “a casa”?

«Da napoletano c’è anche un orgoglio particolare nel vedere la propria città protagonista di un evento internazionale di questa dimensione. Ma, professionalmente, la soddisfazione più grande è stata contribuire a trasformare un’idea molto ambiziosa in qualcosa di concreto. Credo che Napoli abbia dimostrato ancora una volta di avere una capacità straordinaria di accogliere grandi eventi e di trasformarli in qualcosa di unico».

In che modo è stata portata avanti l'organizzazione dell'evento?

«La gestione è stata estremamente complessa, perché non stavamo semplicemente organizzando una partita di pallavolo: un gruppo di persone visionarie, su indicazione del presidente Manfredi, stava costruendo un impianto sportivo e un grande evento internazionale praticamente da zero, all’interno di uno dei luoghi più delicati e importanti di Napoli. Ci sono state settimane di lavoro, tantissime persone coinvolte e una quantità enorme di aspetti da coordinare: dalla logistica alla sicurezza, dagli allestimenti alla gestione del pubblico, fino agli aspetti televisivi e organizzativi. È stato un lavoro di squadra nel senso più autentico del termine, tra Organizzatore Locale, FIPAV e CEV».

Cosa vi ha dato in più Piazza del Plebiscito, anche rispetto al coinvolgimento del pubblico?

«Piazza del Plebiscito, però, ha restituito qualcosa che nessun palazzetto avrebbe potuto dare. La partita non era semplicemente dentro Napoli: era nel cuore di Napoli. La città faceva parte dello spettacolo. Il colpo d’occhio, con il campo e le tribune davanti a Palazzo Reale, ha dato all’evento una dimensione internazionale e, allo stesso tempo, profondamente napoletana. E poi c’è stata la risposta del pubblico. Il tutto esaurito e i 5.932 spettatori presenti hanno confermato che avevamo intercettato una grande voglia di pallavolo. Ma personalmente credo che la cosa più bella sia stata vedere l’entusiasmo non soltanto durante la partita, ma già nei giorni precedenti. La Nazionale è tornata a essere percepita come qualcosa che appartiene alla città di Napoli e alla Campania. E questo, per chi lavora nel nostro movimento, è forse il risultato più importante».

Qual è stato il tuo ruolo e il tuo lavoro su questo fronte?

«Il mio ruolo è stato soprattutto quello di lavorare affinché tutte le componenti dell’evento riuscissero a muoversi nella stessa direzione. Un evento di questo livello non è mai il risultato del lavoro di una singola persona. Il mio compito è stato quello di mettere in relazione le esigenze della Federazione, dell’organizzazione locale, delle istituzioni, dei volontari e di tutte le persone coinvolte. La difficoltà maggiore, in una situazione del genere, è proprio questa: ogni dettaglio deve funzionare e spesso bisogna trovare soluzioni molto rapidamente. E voglio sottolineare proprio il lavoro delle persone. Dietro una serata come quella del Plebiscito ci sono centinaia di professionisti, tecnici, operai, volontari e collaboratori. Solo per l’allestimento dell’arena hanno lavorato circa 200 operai in poco più di tre settimane. Io ho avuto la responsabilità e il privilegio di essere uno dei punti di raccordo di questo enorme lavoro di squadra. E alla fine, quando ho visto il pubblico dentro quella piazza e la Nazionale in campo, ho pensato soprattutto a tutte le persone che avevano lavorato dietro le quinte per arrivare a quel momento».

L'evento potrebbe essere stato un passo importantissimo per la pallavolo in Campania. Qual è lo stato di salute del movimento?

«Il movimento campano è vivo e ha una grande capacità di crescita. Basta guardare la presenza delle società sul territorio per capire quanto sia diffusa la pallavolo. Il Comitato Regionale continua a registrare una presenza capillare di realtà sportive in tutta la regione. Il problema vero è che spesso la crescita della domanda non trova una risposta adeguata negli impianti. E questo è un tema che riguarda non soltanto la pallavolo, ma lo sport in generale. Abbiamo società che vorrebbero far giocare più bambini e ragazze, ampliare l’attività e far crescere il movimento, ma che si trovano a fare i conti con palestre insufficienti, orari limitati o strutture che non hanno caratteristiche adeguate per ospitare determinati livelli di attività. Lo ha detto molto chiaramente anche il presidente Manfredi: la mancanza di un palazzetto adeguato a Napoli rappresenta una criticità importante e, più in generale, c’è bisogno di accelerare sul tema degli impianti nel Mezzogiorno. Credo però che proprio un evento come quello del Plebiscito possa rappresentare un punto di partenza».

In che modo?

«Abbiamo dimostrato che in Campania esiste un pubblico, esiste entusiasmo ed esiste una grande voglia di pallavolo. Adesso dobbiamo fare in modo che questa energia non rimanga legata a una singola serata. La vera sfida è trasformare l’effetto di un evento straordinario in una crescita strutturale: più società, più giovani che si avvicinano alla pallavolo e, soprattutto, più impianti dove poterli far giocare. Se riusciremo a lasciare questo tipo di eredità, allora il vero successo dell’Europeo a Napoli non sarà stato soltanto aver organizzato una partita meravigliosa, ma aver contribuito a costruire qualcosa che rimarrà anche dopo che le luci del Plebiscito si saranno spente».